SOUTHLAND: THE ENGLISH PRESS RELEASE

Lunedì 14 Novembre 2016

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SOUTHLAND
(FonoBisanzio)
Valter Gatti
Available on Amazon

“I grow up in Italy with the heart in the South of the States. Southland, is a part of my personal path, a small gift to friends and everyone. My songs were born in di?erent days and moods. They are a southern folk-blues meditation on our destiny. Life and love, smiles and pains: these are my words. Blessing is my whisper. I hope to speak to your heart. To your skin. To your spirit. Because we are precious in God’s eyes: his gaze beyond the dark”.

This is SOUTHLAND the new cd of Valter Gatti, a journalist and musician from Italy, available on Amazon.it from 10th of november 2016.

Deeply inspired from the southern rock mood, Southland is a “folk-blues meditation” with ten songs played from some powerful musicians: Greg Martin (lead guitar from the Kentucky Headhunters), Chris Hicks (lead guitar from the Marshall Tucker Band) and Greg Koch (Telecaster axeman).
The producer of the cd is Michele Gazich (fiddle; he has a long list of international collaborations, from Mark Olson to Mary Gauthier, from Eric Andersen to Michelle Shocked),

Southland is produced from Michele Gazich, Paolo Costola and Valter Gatti.
The other musicians are true italian masters: Valerio Gaffurini (Hammond, Rhodes, Gran Piano and backing vocals), Larry Mancini (electric and acoustic bass), Alberto Pavesi (drums and percussion) and Raffaella Zago (backing vocals)

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The songs

The Southland cd has ten songs: two covers and eight original titles.
The covers are: an acoustic psichedelic version of All Along the Watchtower (do you know mister B.Dylan?) and a very folky minimal interpretation of The Joker (S.Miller).

The Gatti’s songs are:
Southland
(a border-song, in the way of Ry Cooder);
Raffiche di vento
(an electric folksong, with a powerful guitar from Chris Hicks);
Your Town
(a deep gospel-blues with a precious Greg Martin’s solo, in a very Duane Allman spirit);
Longlife Blues
(a western country tune, with the slide of Greg Martin that lead the groove);
Take Me as I Am
(a piano ballad: a song that could feel the Leonard Cohen’s lesson);
Gloomy Witness
(a fast ballad with some Joe Ely flavour; the Telecaster of Greg Koch is full of shades);
In My Boots
(a rock-blues in the Stevie Ray mood: Greg Martin plays with a jazzy-rock attitude).

The last song, Dove Sei is an italian sweet and sunny love acoustic-song.

contact and info:
southland.vg@gmail.com

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LEONARD COHEN, QUELL’INTERVISTA DEL 1993

Sabato 12 Novembre 2016

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Si è spento Leonard Cohen. Una perdita, un dolore, un’ironia. L’avevo intervistato - per mia fortuna - all’uscita di THE FUTURE. Ecco l’intervista, così come è stata poi pubblicata nel volume “LA LUNGA STRADA DEL ROCK” (Ed. LINDAU).


LEONARD COHEN: GUAI A CHI NON ATTENDE UN MIRACOLO

Divertente e ironico, ovviamente elegante: ecco come è il cantautore canadese. Era il 1993 quando ho avuto l’occasione di incontrarlo, all’uscita di uno dei suoi più bei dischi, The Future. Bel sorriso, grande capacità di parlare di cose tremende sotto il vestito di una canzone leggera. D’altra parte lui stesso mi ha detto che le “lovesong in disguise” sono una delle cose che più gli piacciono.
Titolo originale: Son moderato e ve la canto
Il Sabato, 9 gennaio 1993

Leonard Cohen, professione visionario. Il quasi sessantenne cantautore canadese osserva il mondo, l’osserva attraverso la lente delle sacre scritture, descrive la morte con la cinepresa di Bunuel, invidia la genialità della parola scritta in Garcia Lorca. Cohen è un fastidio, non un mito: niente a che vedere con Dylan. Anche lui incide, ma la sua produzione è ridotta all’osso. I suoi figli musicali però sono molti, da Nick Cave ai Rem, passando per Farbizio de André. Insomma tutti i visionari che popolano il pianeta della musica gli devono qualcosa. E che lui sia il maestro del genere è confermato dal suo nuovo album, The Future, dove, come in un film di Herzog si alternano sulla scena angeli vendicatori ed agnelli sacrificali, ceneri di sieropositivi e senzatetto americani, whisky e spirito santo, Sofocle e Charlie Manson. Nella sua produzione un posto di rilievo lo occupano, oltre ai dischi, sei raccolte di poesie e due romanzi, The favourite game e Beautiful losers. Ecco quello che ci ha raccontato in un hotel milanese, tra una canzone in sottofondo e un whisky pomeridiano.

Mister Cohen, scusi la banalità della prima domanda: si sente poeta, narratore o cantautore?
Cohen: Sinceramente ho sempre cercato di essere un buon giornalista. Di scrivere cose possibilmente reali e attuali.

Strana attualità quella del suo nuovo album, che si apre con una citazione della Genesi e che prosegue con una serie di quadri che sembrano prestati dall’Apocalisse..
Cohen: la Bibbia inizia con la Gensei, che è creazione e non mi sembrava male partire da li. Dopo la creazione viene l’evoluzione e la disintegrazione. Ed io ho voluto ripercorrere queste tappe e comporre un ballo apocalittico. Anche perché l’Apocalisse è il libro che mi pare descriva meglio il presente. In attesa di giungere a vedere il futuro. Sempre che ce ne sia uno…

Non trova piuttosto inquietante il ritornello di una delle sue canzoni, ridatemi Stalin e San Paolo, Cristo o Hiroshima?
Cohen: certo è paradossale, ma riguarda l’attuale assenza di ideali e certezze. Mi pare sia indiscutibile che il mondo è esploso quando, tolta da tempo la verità di San Paolo, è venuto meno anche il muro di Berlino. Esplosi i riferimenti sul male e sul bene, tutto è andato, come in un nuovo big band, verso infinite direzioni senza più nucleo centrale.

Bello, ma non facile. Non ha mai avuto il dubbio di scrivere per un elite?
Cohen: sono trent’anni che scrivo sperando che una mia canzone vada al numero uno in classifica. Solo in Norvegia ho avuto un gran successo: li un mio disco è rimasto per diciannove settimane in vetta alla hit parade. Peccato che la Norvegia abbia gli stessi abitanti dell’Arkanas.

Quando lei dice di “attendersi un miracolo”, a cosa si riferisce?
Cohen: è una finta canzone d’amore, di quelle che spesso mi è capitato di scrivere. Anzi diciamo che le canzoni d’amore che si mostrano come puri travestimenti sono le cose che mi piacciono molto. Uno segue il testo e non sa esattamente dove si trova: in una lovestory, in un processo alla storia, in una confessione evangelica. In ogni caso attendersi un miracolo è un aspetto del nostro essere vivi. Vedo malissimo chi non attende e non spera.

In Democracy, una delle sue nuove canzoni, lei dice non sono ne di destra ne di sinistra e me ne starò a casa stanotte. Disimpegno o sopravvivenza?
Cohen: Beh, non mi è venuta male questa canzone, lei che ne dice?

Si, in effetti è un pezzo interessante…
Cohen: grazie, anche se non doveva esporsi così tanto. Democracy comunque è una canzone scritta da un uomo del centro sotto assalto, che si rifiuta di abdicare al proprio ideale. Non è qualunquismo, è una reazione sincera. Il mito centrale della nostra cultura è l’espulsione di Adamo ed Eva dall’Eden: quando qualcuno – non importa la provenienza politica – promette un nuovo paradiso, è il momento di diffidare.

E in tanti ci hanno promesso l’Eden..
Cohen: tanti, troppi, e sempre con conseguenze disastrose. Non solo in termini di dolore e di morte, ma anche nella perdita di quella spinta a cercare l’eden. Ci accorgiamo che oggi i giovani non lo cercano più?

Ma lei cosa intende per centro?
Cohen: è la posizione che afferma senza annullare, che abbraccia senza autodistruggersi. La grande cultura afferma le altre culture, la grande democrazia e la grande religione affermano e confermano le altre senza abdicare alle proprie responsabilità;

Lei vive in un grande paese di contraddizioni. Democrazia e utopie, razzismo e presidenti democratici…
Cohen: l’ideale democratico oggi è minacciato negli Usa. Il centro non può difendersi e si entra in una mortale centrifuga di estremismo. Il Ku Klux Klan negli Usa è diventato attraente addirittura per molti giovani della middle clas, perché si presenta con argomenti convincenti. Certi fenomeni godono anche di un certo seguito perchè gli intellettuali ci hanno tradito per troppo tempo e ci tradiscono ancora, presentando una visione assolutamente cerebrale delle cose, che non soddisfa i normali desideri di affermazione personale e serenità.

Lontani dalla realtà?
Cohen: gli intellettuali sono lontani da tutto. Dalla realtà, dalla politica, dalla felicità..

In questa terra di apocalisse, di tormenti e di intellettuali lontani si può ancora cantare e ascoltare una canzone come Halleluja?
Cohen: oh, quella canzone è la mia benedizione, almeno quanto è anche la mia maledizione. Comunque se la gente la ascolta, la interpreta e la applaude vuol dire che contiene qualcosa che supera il gusto specifico di una generazione. Ed affermare che alla fine ci rimane solamente un grazie è una affermazione tutta da scoprire. Sempre che ci sia ancora qualcuno che vuol scoprire qualcosa.

Il suo disco si intitola The future. Lei cosa farà nel futuro prossimo, da stasera ai prossimi anni?
Cohen: ho in programma di esibirmi in una lunga tourneé, spero di vendere tanti dischi e di fare poche interviste. E potrei anche rinchiudermi in un monastero. Un po di tempo senza seccature politiche intorno mi farebbe bene.

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Southland

Venerdì 4 Novembre 2016

Gatti & Gazich a Padova, 29/10/16
“Southland non è un album di canzoni, o almeno non è semplicemente un album di canzoni. E’ un progetto esistenziale, un desiderio infine realizzato.” Queste le parole di Michele Gazich presenti nel booklet del summenzionato lavoro di Walter Gatti: le ho rubate perché non avrei saputo iniziare meglio questa recensione e, in modo sintetico, dare il senso di questo lavoro. Nonostante conosca bene Walter, le sue passioni musicali ed i principi che lo guidano nella vita, avrei fatto un giro di parole per dire quello che Gazich ha saputo esprimere benissimo in poche righe. Southland è quindi il risultato di una profonda passione per la musica sudista americana, ibrido impasto di blues, rock, folk e soul; di persone care che hanno saputo nel tempo sostenere le idee, magari un po’ pazze, dell’autore; di preziose amicizie musicali che hanno supportato la genesi e la realizzazione di questo lavoro impreziosendolo; di molti viaggi negli stati del sud degli USA durante i quali sono state assorbite sonorità, profumi e colori che ritroviamo nel disco. Ma di cosa si tratta nel dettaglio? Semplicemente di un CD di 10 canzoni, prodotto dallo stesso Gatti assieme a Michele Gazich e Paolo Costola. Le 10 canzoni, che parlano della vita, dell’amore, di incontri e scelte, provengono dalla penna di Gatti con l’aggiunta di 2 cover. Al disco hanno dato il supporto musicale il succitato Michele Gazich, Massimo Priviero, Chris Hicks, Greg Koch e Greg Martin oltre, ovviamente, al gruppo di base di musicisti che accompagnano Gatti (Costola, Gaffurini, Mancini, Pavesi, Zago). Chi bazzica la musica rock, folk, blues credo conosca bene i succitati musicisti ma penso sia corretto tributare loro l’onore di una breve presentazione e soprattutto rimarcare che non è da tutti avere tali partner. Michele Gazich è un colto musicista bresciano che da anni calca la scena musicale internazionale dove ha perfezionato importanti collaborazioni (tra queste quelle con Michelle Shocked, Mary Gauthier, Eric Andersen e Mark Olson) e progetti dai quali emergono preziose canzoni e sonorità basate su una grande capacità di storytelling e d’uso del violino. Massimo Priviero è un cantautore veneto, uno dei pochi genuini rocker italiani che dalla fine degli anni 80, con nel cuore e nelle orecchie le canzoni di Dylan e del Boss, ha realizzato intensi lavori carichi di poetica. Chris Hicks è un chitarrista georgiano che ha suonato con tutte le mitiche band di rock sudista, dalla Marshall Tucker Band ai Lynyrd Skynyrd e perfino con Gregg Allman. Greg Koch è un talentuoso chitarrista del Wisconsin noto per le acrobazie sonore con la sua Fender. Greg Martin è un altro campione americano delle 6 corde, notissimo per il country blues del suo gruppo The Kentucky HeadHunters. Sicuramente questi collaboratori hanno portato un enorme valore a Southland che però basa il suo successo sulla qualità delle composizioni e sulla passione che emerge da ogni nota e parola. Il CD si apre con il pezzo che gli dà il titolo nel quale l’acustica di Walter ed il violino di Michele si intrecciano per costruire la base ad una sorta di preghiera. Segue All Along the Watchtower di Bob Dylan: difficile confrontarsi con questo pezzo, poetico e biblico che però con il violino di Gazich riacquista le sonorità a cui Dylan ci abituò soprattutto in Desire con l’aiuto di Scarlet Rivera. Raffiche di vento con la voce di Priviero ed il magnifico contributo di Hicks è il pezzo più rock. Si torna su arie meditative con Your Town dove la storia della città come luogo virtuale elettivo è accarezzata dalle note della chitarra di Martin. Lifelong Blues ha la struttura classica del blues e di nuovo Martin e Gazich sono la colonna portante delle liriche. Take me as I am è una ballata lenta e meditativa dove la viola di Gazich e la corista supportano benissimo il racconto. Con The Joker arriva la seconda cover, tributo alla Steve Miller Band che nel 1973 svettò nelle classifiche di tutto il mondo. Gloomy Witness ci riporta a sonorità dylaniane anche se è tutta farina del sacco di Gatti: i contributi della chitarra di Koch e del violino di Gazich sono magnifici così come delle backing vocals che contribuiscono a costruire il pezzo forse più bello del CD. In my boots è più veloce e al fianco della chitarra di Martin compare l’hammond di Gaffurini. Il CD si chiude con Dove sei, canzone minimalista dove le voci di Gatti e Gazich si alternano nella bella recita poetica accarezzata anche dal coro e dalla viola. Credo valga la pena sottolineare la qualità della registrazione e del mixaggio effettuati presso i MacWave Studios di Costola. Questo CD ci fa riflettere su bellissime parole, ci scalda nella passione per le sonorità blues, ci intriga per i sofisticati camei degli ospiti stranieri, ci prende per mano con la voce di Walter ed il violino di Michele, ci riporta al passato con un paio di reinterpretazione di notissime canzoni. In sintesi ritengo questo “progetto esistenziale” di Walter Gatti un’ottima opera prima e speriamo non ultima, come lui stesso ha avuto modo di dichiarare recentemente in un’intervista, un disco al quale perdoniamo qualche “errore di gioventù”, da ascoltare e riascoltare condividendo la passione per la vita e la musica del suo autore.
Davide Palummo, Novembre 2016

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SOUTHLAND: qualche informazione….

Sabato 6 Agosto 2016

SOUTHLAND, ma di che si tratta?

Il Cd uscirà in autunno, e comprende 10 canzoni. Definiamolo un disco di folk-blues sudista.

In questo video si dice qualcosa, si suggerisce qualche ispirazione, si fa sentire qualche breve passaggio:
SOUTHLAND, VALTER GATTI

SOUTHLAND: E’ QUASI PRONTO E (PRIMA O POI) ARRIVA…

Martedì 2 Agosto 2016

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Qualcuno, forse già sa. In ogni caso sveliamo l’arcano: ho fatto un disco. Cioè Valter Gatti (nome anagrafico corretto) ha fatto un Cd. E’ una cosa che si covava da tempo tra chitarre e immaginazione. Alla fine il momento è arrivato. Non si svela qui più del dovuto, visto che manca ancora qualche settimana, ma in ogni caso la frittata è fatta.

Il suo titolo è SOUTHLAND.

Si tratta di canzoni ovviamente nate in un certo mood sudista, come forse ovvio per chi mi conosce. Per il resto, ha detto uno degli ospiti del disco, si potrebbe definire un disco di “southern folk-blues”.

Speriamo che piaccia, quando lo sentite.

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2016: I MIGLIORI CD DEI PRIMI SEI MESI (FORSE…)

Giovedì 7 Luglio 2016

Confesso di divertirmi nel ripetere senza scossoni il giochino di metà annata: quali sono i dischi rilevanti che ho avuto modo di ascoltare da gennaio ad oggi? Non è detto che sia un gioco imprescindibile, però aiuta soprattutto in vista della classifica degli imperdibili di fine anno (che arriverà, a Dio piacendo, a fine dicembre……).

I nuovi ascolti dicono che la Tedeschi Trucks Band (il disco è: Let Me Get By) è ormai una sicurezza, che i Jayhawks (Pladging Mr. Prout) sono eterni e sempre adorabili, che Mavis Staples (Living On A High Note) è una divinità. Sorprendenti le prove di John Doe che lascia il punk e si scopre outlaws (The Westerners) e degli Elephant Revival che cesellano canzoni raffinatissime come Raindrops (l’album è Petals).

Paul Simon ha fatto con Stranger to Stranger un buon disco, dove però ci sono troppi alti e bassi. Anche Tony Joe White (Rain Crow) ha fatto un buon disco: appena inizia a cantare ti porta nel crepuscolo della Louisiana.

In territori più sperimentali c’è di sicuro da ascoltare l’ultimo progetto (non è solo un disco, ma un testamento) di David Bowie (Blackstar), mentre i Radiohead (A Moon Shaped Pool) sono di certo una preziosa pozione per la mente: interessanti ma non affascinanti. Ma in questo ambito il cd più provocante e dark è di Blixa Bargeld e Teho Tehardo (di cui parliamo sotto….).

Jon Anderson e Roine Stort hanno inciso con Invention of Knowledge un disco importante, per certi versi monumentale, autentico progressive degli anni d’oro. Forse l’insieme sconta una certa monotonia complessiva, come se le dinamiche dei pezzi rimanesse all’interno di un range troppo limitato. Meglio hanno fatto (saltando di palo in frasca) Tom Petty e soci (Mike Campbell, Benmont Tench, Tom Leadon…) che si divertono moltissimo con i Mudcrutch a navigare per le acque dei Byrds e dei Dead, lasciando spazio ad un vivace mood psichedelico e jingle-jangle (sentire Hope, Beautiful Blue e Victim of Circustance).

Da ascoltare senza affanni ci sono l’album di rock-blues potente della Supersonic Blues Machine (West of Flushing, South of Frisco) con una sfilza di ospiti (da Eric Gales a Warren Haynes, da Billy Gibbons a Robben Ford), l’ottimo ritorno di Grant Lee Philips (The Narrows), il bellissimo disco del britannico Nigel Barker che con il nome di Cowboy Hat ha prodotto un ottimo terzo album (Experiments In Popular Music, Whimsy And The Blues) con pezzi perfetti come Working out a dimostrazione di un crossover che ormai lambisce ogni angolo del rock di tendenza “americana”, con i Kinks dietro l’angolo. Una citazione speciale, in questa breve introduzione, per il bel disco di Wynonna, che entra in pompa magna nell’annata con una delle più belle canzoni ascoltate nel 2016: Keeps Me Alive.

Non inserisco mai in questa classifica di metà percorso i Box e le riedizioni, anche perchè qui ci andrebbero di filato (e sbaraglierebbero il campo) il box live di Van Morrison (It’s Too Late to Stop Us Now) e il triplo live degli Highwaymen (American Outlaws) che da soli valgono un decennio di musica recente.

Ma vediamo quelli che secondo chi scrive sono le migliori prove del primo semestre 2016:

Walter trout

1- WALTER TROUT – ALIVE IN AMSTERDAM
E’ in salute ed è in forma chitarristica smagliante: questo dovrebbe bastare per capire quanto sia efficace e potente il nuovo live di Water Trout. Che si apre con una versione monstre di Help me, una vera aggressione rock-blues e che tocca belle punte di feeling nella citazione di BB.King di Say Goodbye to the Blues.

Bellowhead
2 - BELLOWHEAD – LIVE, THE FAREWELL TOUR
Eccezionale disco d’addio (forse) della band di Joe Boden e John Spiers. Dai tempi di hedonism questo ensemble di folk britannico (anche se Boden è di Chicago) ha dato il meglio di se in un mix senza precedenti di arrangiamenti e sonorità in cui il celtico si mischia al jazz, e il classico sfocia nel funky. Il live d’addio è un doppio ricchissimo di canzoni (29 titoli) e suggestioni capaci di conquistare al primo ascolto. Nel frattempo Boden e Spiers continueranno in duo, esattamente riprendendo il discorso da dove si era interrotto con la nascita dei Bellowhead.

con brio
3 - CON BRIO – PARADISE
E’ pop music, ma di livello così alto da lasciare interdetti. La formazione più o meno capitanata dal 23enne vocalist Ziek McCarter nel suo primo disco propone canzoni come fossero pezzi di Jamiroquai suonati dalle Mother Of Invention con una sezione fiati pazzesca ed un chitarrista stellare (Benjamin Andrews). Le paternità più nobili ed evidenti sono quelle degli Steely Dan e della black music (da James Brown a Prince) e se non fosse troppo scontato si potrebbe dire che Con Brio sono gli Snarky Puppy della pop music.

blixa teho
4-BLIXA BARGELD, TEHO TEARDO, NERISSIMO
La collaborazione tra l’italianissimo Teardo e Blixa, uno dei migliori cervelli della musica mondiale, sfocia questa volta in un progetto discografico intrigante, in cui ombre e lievità vanno a braccetto. Strumenti elettrici praticamente assenti, pianoforte ed oboe in primo piano a scandagliare istanti di vita nell’Europa decadente (come da abitudine degli Einsturzende). C’è pure una cover da Caetano Veloso, Empty Boat: prendi il Brasile e fallo interpretare da un tedesco e da un friulano e poi vedi cosa ne viene fuori, se ci riesci. Ecco fatto..

Clapton
5 - ERIC CLAPTON – I STILL DO
Slowhand incide un disco importante, con un paio di canzoni leggerine, ma tutto il resto è di altissima quaità. Blues (Alabama Woman Blues) e country-blues acustico (Little Man, You’ve had a Busy Day), inflessioni gospel (I’ll Be Alright), citazioni da standard e pezzi grondanti vero feeling. Nessuno se lo aspettava, e invece Clapton ha fatto un disco da ricordare. E la dylaniana I Dreamed I Saw St. Agustine è un capolavoro.

dion
6 – DION – NEW YORK IS MY HOME
Un’eredità immensa, un nome che è nella storia della musica della Big Apple, un nuovo disco che ce lo fa amare nuovamente. Dion ha registrato un disco di rock e ballate dove la personalità e la sensibilità dell’autore fanno la differenza. Nella title track c’è il contributo di Paul Simon (che propone la stessa canzone nella versione deLuxe del suo ultimo album) e si tratta di una delle più belle e intense canzoni dell’anno sin qui trascorso.

birds of chicago
7 - BIRDS OF CHICAGO - REAL MIDNIGHT
Ancora una volta Joe Henry porta a casa un progetto di fascino ed emozione autentica. Ancora una volta di mezzo ci sono marito e moglie (come nel caso degli Over the Rhine), questa volta rispondenti al nome di JT Nero e di Allison Russel. In circolazione da tre anni, i Birds of Chicago toccano il vertice della loro poetica folk con Kinderspell e puntano verso la Nashville degli outlaws con pezzi come Time and Times. Voci, chitarre, fiddles, pianoforte: a cosa serve l’elettronica?

syndone
8 - SYNDONE - EROS & THANATOS
Band italiana, progetto europeo: quando il progressive ha le idee chiare e non scade nel metal, riesce ancora a proporre dischi come questo. Nik Comoglio, che ha creato la band alla fine degli anni ‘80, prende spunto dal Cantico dei Cantici, lavora su commenti di Ceronetti, e mette su vinile (e su Cd) uno dei più ambiziosi progetti musicali che l’Italia abbia visto da molti anni. Nel set dei Syndone c’è il progressive rock aggressivo (Qinah), ci sono i pezzi sinfonici (Cielo di fuoco) ci sono composizioni dalla perfezione acustico-sinfonica (L’urlo nelle ossa). E poi ci sono gli ospiti stellari: Steve Hackett e Ray Thomas. Finalmente qualcosa di grande in terra d’Italia!

luther dickinson
9 - LUTHER DICKINSON - BLUES & BALLADS
A Luther gli piace, ogni tanto, fare le cose da solo, aggrovigliarsi dentro agli standard della sua terra (per l’appunto il Nord del Mississippi), come se Hernando rimanesse il centro del mondo. Ma lo fa con una sensibilità chitarristica e vocale che non ha eguali, come mostra in Jackson e in Storm. Inutile dire che sembrano (o sono) cose già sentite: lui le dice sempre in un modo nuovo.

the rides
10 - THE RIDES- PIERCED ARROW
Stephen Stills, Kenny Wayne Sheperd e Barry Goldberg ci hanno preso gusto, nel loro pseudo-gioco, e incidono un disco abrasivo: bei pezzi, belle chitarre, tante melodie elettriche. Il migliore da quando sono in circolazione: mai una caduta dal groove invasivo di Kick Out Of It alla lenta e maestosa There was a Place. Kenny esce soprattutto in pezzi vaughaniani come I Need Your Lovin e Game On. Stephen si supera in Virtual World, che sarebbe risaltato anche ai tempi d’oro di CSNY, come fosse un controcanto di Just a Song Before I Go….

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