PAOLO BONFANTI ED IL SUO ELASTIC BLUES

Martedì 22 Dicembre 2020

60-60-20-20: un appassionato di numeri con qualche vaga propensione cabalistica avrebbe così titolato il recente progetto di Paolo Bonfanti, nato appunto nel 60 del secolo scorso e che in questo strampalato 2020 ha compiuto 60 anni. Paolo invece ha preferito un titolo meno esoterico come ELASTIC BLUES ma non meno carico di significato. Infatti il BLUES è la sua passione musicale da sempre e nel tempo ha compreso quanto sia duttile e malleabile fino ad arrivare ad essere ELASTICO, come dovrebbero essere il cervello e la coscienza (come lui stesso scrive in quarta di copertina). Il 15 novembre di quest’anno Paolo Bonfanti ha compiuto 60 anni ma soprattutto ha portato a termine un bellissimo progetto che ha visto la pubblicazione di un libro ed un disco, parole e musica quindi, chiamato appunto ELASTIC BLUES.
Elasic Blues
Il progetto, realizzato con una campagna di crowdfunding gestita da Produzioni dal Basso che ha visto oltre 350 sostenitori e la raccolta di un budget più che onorevole, rappresenta in qualche modo il bilancio di un musicista che a 60 anni ha costruito la sua immagine, la sua credibilità, ha definito le sue scelte musicali ed è maturato tantissimo ma che guarda positivamente al futuro.
Il protagonista di questo progetto non ha bisogno di presentazioni perché si è guadagnato un posto rilevante nel mondo della musica avendo pubblicato 14 dischi a suo nome, 3 nei Big Fat Mama, 1 negli SlowFeet e potendo vantare collaborazioni importanti come quella con Jono Manson, Fabio Treves, i Red Wine e molti altri. Ciononostante da ELASTIC BLUES emergono tante storie interessanti, informazioni sulla sua famiglia, le sue idee, i suoi amici, il suo percorso professionale: questo libro/disco quindi lo consiglio vivamente a tutti gli amanti della buona musica, del blues e delle teste pensanti. Cercatelo e compratelo su paolobonfanti.bandcamp.com, anche se i canali per la sua distribuzione stanno aumentando ogni giorno (lo trovate anche su Amazon).
Il libro è diviso in due parti: una di racconti e l’altra di presentazione delle 16 canzoni che sono contenute nel CD. Nella prima parte ci racconta della sua prima chitarra, della sua famiglia, delle sue prime esperienze musicali fino ad approdare ai Big Fat Mama, delle sue collaborazioni internazionali, della sua genovesità nonostante da tempo trapiantato in Piemonte…ma non vi svelo altro perché leggere le prime 40 pagine del libro è veramente bello ed appassionante e non voglio togliervi il gusto di farlo. Nella seconda parte si raccontano le canzoni, con chi le ha suonate, dove le ha registrate, e le parole, da leggere e rileggere…. Le canzoni sono storie che ci raccontano pezzi della vita di Paolo; una per tutte Fìn De Zugno che dovete ascoltare, leggere, riascoltare e rileggere cento volte, bellissima.

Conosco Paolo da molti anni e credo di averlo visto suonare dal vivo decine e decine di volte, in teatri, feste, piazze, strade…mi piace il suo modo di presentarsi, le sua musica, la sua disponibilità a suonare davanti a centinaia di persone ma anche a sole poche decine; mi piace la sua propensione ad avere sempre vicino degli amici e, soprattutto, mi piacciono le sue scelte musicali ed il suo modo di suonare, acustico o elettrico che sia. E questo libro/disco è veramente una summa di quello che Paolo è, di quello che gli piace e che vuole condividere con tutti noi.
Grazie Paolo, aspettiamo di vederti al più presto dal vivo….

Davide Palummo, Dicembre 2020

DavideP
Archiviato in: DISCHI , CANZONI , Davide Palummo , Libri , Blues
HATE FOR SALE

Lunedì 5 Ottobre 2020

Un tuffo nel passato! Questa la prima cosa che mi è passata in mente ascoltando HATE FOR SALE, l’ultimo lavoro dei Pretenders, si, proprio la band di Chrissie Hynde rediviva…. Era dal 2016 infatti che i Pretenders non pubblicavano nulla di nuovo ma per quanto mi riguarda la loro storia si era fermata a fine anni 80. Per chi ha qualche capello bianco in testa, i Pretenders sono la band che si fece conoscere prepotentemente con il suo album d’esordio, omonimo, copertina bianca, nome della band in alto in bel font e i quattro musicisti in nero, tranne Chrissie in giubbotto di pelle rossa. Grande disco, canzoni sporche, alcune sparate a mille (punk), altre più moderate (rock) ed alcune sdolcinate (pop) tanto da meravigliarsi che stessero sullo stesso disco: era il 1980 e il disco scalò le classifiche per poi guadagnare anche, molti anni dopo, una posizione nella Grammy Hall of Fame: contiene brani notissimi come Precious (tono punk con batteria pressante, chitarre tese e voce ragliante fino alla chiusura con un bel fuckoff),The phone call (ancora punk duro dove il ritmo è tenuto alto da batteria e basso), Private Life (pezzo più morbido, reggae/rock, voce squillante ma equilibrata) e Brass in Pocket (patinato brit pop, ancora grande voce). Con qualità altalenante seguono negli anni una serie di dischi buoni (forse i primi tre) ma non eccelsi (tutti gli altri) che portano la band su varie sponde musicali, a volte club, poi rock e spesso pop. Sicuramente ricorderete quella Don’t Get Me Wrong contenuta in Get Close del 1986 che divenne famosa anche per la clip con i personaggi di The Avengers (la serie televisiva inglese degli anni 60, non i film della Marvel del secolo successivo). Ma eccoci ai giorni nostri con questo HATE FOR SALE, la nostra Chrissie assieme alla band con cui suona da anni, diversa da quella delle origini ma ormai affiatata e rodata in tantissimi tour in tutto il mondo.

Pretenders 80-20

Copertina in stile con quella di 40 anni prima, quella dell’esordio, i musicisti uno affianco all’altro ripresi in bianco e nero, nome del gruppo a grandi lettere in alto, titolo su bollino verde in basso a sinistra. Inossidabile Chrissie alla voce ed alla chitarra (ed anche all’armonica in alcuni pezzi) che sfoggia ancora un giubbotto di pelle nelle foto di copertina e interne ma capelli biondi e non più la sua capigliatura corvina arruffata a cui eravamo abituati. Alla batteria Martin Chambers che, con qualche piccola interruzione, suona nei Pretenders sin dall’inizio: il suo contributo al suono del gruppo è decisivo. Alla chitarra James Walbourne dal 2009 nel gruppo che forse qualcuno ha conosciuto nei The Rails, gruppo folk rock britannico che si è fatto notare negli ultimi anni per alcuni interessanti lavori tra i quali sicuramente Other People del 2017. Nick Wilkinson al basso, nella band dal 2006 e Stephen Street alle percussioni, nuovo arrivato nel gruppo ma anche produttore (già lo era stato di The Smiths, Blur, The Cranberries, non proprio un novellino). Questo disco ha tutto per essere un buon disco: registrato in due prestigiosi studi al centro di Londra, il RAK Studios (che ha visto passare nelle sue sale Paul McCartney, The Who, gli YES, The Cure, John Martyn, gli Status Quo, …) e The Bunker at 13 (che ha ospitato Adele, i Coldplay, Noel Gallagher, Blur, Arcade Fire, …), una band di grandi musicisti che ormai suonano all’unisono e una leader matura e carismatica. Ricordiamoci infatti che Chrissie, ormai alla soglia dei 70 anni, da quando ne aveva 22 bazzica Londra (lei che è nata nell’Ohio/USA), ed ha frequentato in quei favolosi anni londinesi gente come Sid Vicious e Johnny Rotten (Sex Pistols), Mick Jones (Clash), Captain Sensibile (The Damned) e maturato uno spirito da vera rocker.

In questo ultimo disco c’è tutta la grinta, la professionalità, la voce di una grande musicista come Chrissie Hynde è. Basta ascoltare la title song che subito ci riporta al rude suono del punk rock degli anni 70…ma nel disco ci sono anche tutti gli altri registri dei Pretenders che avevamo amato nel disco di esordio ed un pò si erano persi negli anni. Eccoli tutti qua, godiamoceli!

Davide Palummo, ottobre 2020

DavideP
Archiviato in: DISCHI , Davide Palummo
FESTA DELLA MUSICA

Giovedì 25 Giugno 2020

Il comparto dello spettacolo ha patito particolarmente il lock-down causato dal COVID-19, lasciando a casa moltissime persone (non solo musicisti, ovviamente) che recentemente stanno facendo sentire la propria voce sotto il segno di #iolavoroconlamusica. Il 21 giugno, in piena fase 2 e con molta voglia di ritrovarsi a fare e sentire musica, si è comunque celebrata l’annuale FESTA DELLA MUSICA ma non molte amministrazioni o enti organizzativi si sono mostrati pronti. Abbiamo avuto una piacevole eccezione a Sestri Levante dove la FESTA DELLA MUSICA è stata celebrata dalla 30a edizione del Blues & Soul Festival di Sestri Levante. L’evento è stato fortemente voluto dall’Associazione Festa del Lavoro in collaborazione con Mediaterraneo Servizi, dalla Italian Blues Union che ha beneficiato del patrocinio di AIPFM, l’Associazione Italiana per la Promozione della Festa della Musica e del MIBACT e, ultimo ma non ultimo, dal Comune di Sestri Levante il cui sindaco, Valentina Ghio, ha aperto la serata seguita da alcune parole di Nicolò Villani, Luigi “Dillo” Di Lorenzo e di Gabriele Dellepiane, organizzatori del festival.
L’opening act è stato del giovane chitarrista genovese Francesco Rebora che ha preparato il palco per Ray Scona e The Gamblers, due tangibili prove della forte presenza del blues sul territorio ligure.
Ray Scona è il protagonista della fondazione del gruppo Guitar Ray & The Gamblers che partendo dalla riviera ligure ha percorso in lungo ed in largo l’Europa con un sound corposo ed elegante basato sul migliore Blues e R&B delle origini: la voce e la maestria chitarristica di Ray Scona lo hanno portato a collaborare coi grandi protagonisti del blues mondiale e a produrre una serie di dischi e DVD (“As The Years Go Passing By”, 2009) che restano negli annali della buona musica.

21062020-21062020-img_9275.jpg

The Gamblers, assieme a Guitar Ray e come side-band, hanno accompagnato in tutta Europa artisti di prima grandezza come Jerry Portnoy, Otis Grand, Big Pete Pearson, Paul Reddick, Roxanne Potvin, Deitra Farr, Lea Gilmore, Jumping Johnny Sansone, Sonny Rhodes, Keith Dunn, Kirk Fletcher e molti altri. Tra queste collaborazioni, alcune hanno generato non solo forti relazioni professionali e personali ma anche prodotti di grande successo come i dischi “New Sensation”, “Poorman Blues” e “Hipster Blues” di Otis Grand (2004, 2005, 2007), il concerto al Cazorla Blues Festival assieme a Jerry Portnoy (2005), il tour europeo con il canadese Paul Reddick (2010) e con lo statunitense Big Pete Pearson (2011, 2012) e conseguente disco “Choose” (2012), il tour con la Treves Blues Band (dal 2013) che li ha anche portati ai concerti d’apertura dei Deep Purple (2015) e di Bruce Springsteen al Circo Massimo di Roma (2016). The Gamblers hanno pubblicato vari dischi tra cui merita menzione l’ultimo “PHOTOGRAPH” (2015).
La serata è stata particolarmente piacevole e all’insegna della sicurezza: obbligatoria la prenotazione on-line che ha portato a riempire la disponibilità dei ridotti 120 posti e garantito il corretto distanziamento sociale previsto dalle recenti normative. Chi è rimasto a casa ha potuto comunque seguire il concerto in diretta grazie allo streaming dell’emittente locale TELE PACE.
Pezzi di blues, rock, interessanti cover ed un appello di Ray Scona a “tutti sul palco quelli che sanno suonare uno strumento” hanno donato a tutti una bellissima serata, una festa che ha mostrato la voglia di tornare a teatro, in piazza, negli stadi, ovunque ci sia buona musica.

Davide Palummo, giugno 2020

DavideP
Archiviato in: Davide Palummo , concerti , Eventi , Blues
Best 2019: Blue World

Sabato 21 Dicembre 2019

Eccoci inesorabilmente alla fine di un altro anno, momento di bilanci e di nomina del miglior lavoro discografico degli ultimi 12 mesi. Nonostante siano stati pubblicati degli ottimi nuovi lavori, quest’anno è stato caratterizzato, a parer mio, da moltissime ristampe di grande qualità relative a dischi a volte dimenticati o che non hanno avuto la giusta attenzione. Mi riferisco, ad esempio ma non solo, ad una bellissima registrazione dal vivo di Jorma Kaukonen & Jack Casady, pre Hot Tuna del 1969 (Bear’s Sonic Journal), alla ristampa in versione DeLuxe di The Healing Game di Van Morrison del 1997, a un eccellente Broken Barricades dei Procol Harum del 1971, al bellissimo cofanetto Welcome to the Vault della Steve Miller Band, ad una interminabile sequenza di dischi di Frank Zappa promossi dalla famiglia e di Jerry Garcia con e senza i suoi Grateful Dead, senza ovviamente farci mancare l’ennesimo disco di Bob Dylan della ormai straboccante Bootleg Series.
A me però ha particolarmente colpito la ristampa da parte della IMPULSE! di Blue World di John Coltrane che non può che classificarsi come disco perfetto e sublime. In realtà non è proprio una ristampa ma un disco ibrido di pezzi stranoti ma in una versione uscita nel 1964 come colonna sonora di un film.

Blue World - John Coltrane

Le note contenute nel disco infatti raccontano, e svelano alla maggior parte di noi, che nel 1964 il regista canadese Gilles Groulx chiama Coltrane a realizzare la colonna sonora del suo film Le Chat dans le Sac, particolare pellicola in bianco e nero, caratterizzata da una narrazione “in continuum” e dialoghi improvvisati: perfetta situazione per Trane ed un gruppo eccezionale di musicisti come McCoy Tyner (piano), Jimmy Garrison (basso) e Elvin Jones (batteria). Il (super)quartetto suona 37 minuti di musica di supporto ad un film politico, estremo, che narra di temi di indipendenza e libertà (del Québec); Coltrane, coinvolto dalla storia, mette di seguito 5 pezzi, alcuni su 2 o 3 take diverse, senza nemmeno vedere una scena del film e, in pochi giorni, consegna un nastro mono al regista che utilizzerà questo materiale per il suo film (in realtà se ne ascoltano solo pochi minuti ma tanto basta a classificare questo disco “colonna sonora”). Riavere oggi in mano la sequenza completa dei pezzi realizzata da Coltrane per il film è stupefacente: infatti il disco è a dir poco eccezionale considerando che Trane in quello stesso anno sta lavorando alla registrazione di due capolavori assoluti come Crescent e A Love Supreme con il quartetto storico con cui suona dall’inizio del 1960 ed ha terminato da pochi anni la collaborazione con Miles Davis che ha prodotto una serie di capolavori tra i quali Kind of Blue (1959). Il film si apre con i due giovani protagonisti (Barbara e Claude) che sullo sfondo in bianco e nero di Montreal si interrogano su chi sono e cosa stanno cercano; abbastanza insolitamente per i tempi la colonna sonora è jazz ed in particolare le note di accompagnamento dell’inizio del film sono quelle di Naima, una delle più belle e note ballate di Coltrane apparsa per la prima volta su Giant Steps del 1959; Naima, in differente take, chiuderà il disco, in una versione leggermente più rilassata.

Segue la traccia Village Blues, che compare in tre take distinte: anche in questo caso si tratta di uno standard già apparso in Coltrane Jazz del 1961. Like Sonny, pezzo presente per la prima volta nel medesimo album Coltrane Jazz appena citato, è ovviamente un tributo a Sonny Rollins che Coltrane aveva incontrato nel 1955 e sostituito nel gruppo di Miles Davies. Segue Traneing In proveniente dall’omonimo album del 1958 assieme al pianista Red Garland conosciuto nelle varie formazioni di Miles Davies e con il quale collabora spesso come farà, nella sua breve carriera, con decine di colossi del jazz come, oltre ai già citati, Thelonious Monk, Kenny Burrel, Duke Ellington, Dizzy Gillespie, Art Blakey e decine di altri. Come ben sappiamo, John Coltrane è un pilastro della musica a cui moltissimi si sono ispirati ed ha segnato lo spartiacque tra il be bop ed il free jazz, gettando le basi della musica modale. Questo disco lo dimostra perfettamente e nonostante i suoi 55 anni è godibilissimo per gli amanti di Trane e di tutta la buona e grande musica.

Davide Palummo, dicembre 2019

DavideP
Archiviato in: DISCHI , Davide Palummo , Cose di Jazz
RORY GALLAGHER BLUES

Mercoledì 7 Agosto 2019

La scomparsa di un musicista lascia i suoi fan in uno stato di completo sconforto, a maggiore ragione se questi era giovane e quindi ancora potenzialmente molto produttivo. Cosa avrebbe ancora scritto e suonato? Con chi avrebbe collaborato? In quali concerti avrei potuto vederlo? Sono queste alcune delle domande che si rincorrono nelle tristi menti dei fan che vogliono sapere tutto del proprio beniamino, sentire tutto, raccogliere tutte le sue pubblicazioni: ed ora, dopo la sua scomparsa, sono costretti ad aggrapparsi ad un limitato passato.
Da qualche anno è diventato abbastanza usuale vedere molte pubblicazioni postume: spesso queste sono solamente un’operazione commerciale che sfrutta il nome del musicista per poter vendere ma non propone solitamente nulla di nuovo.
rg_blues.jpg

Ebbene, con il recente BLUES di Rory Gallagher siamo di fronte ad un’eccezione perché il prodotto è molto interessante per la qualità generale della musica contenuta ma assolutamente una chicca per tutti i fan del grande chitarrista irlandese. Come tutti sanno Rory Gallagher è mancato prematuramente a 47 anni nel 1995 lasciando tristi, sconsolati, disorientati moltissimi suoi fan; ad essere sinceri è seguito alla sua scomparsa un lungo periodo di smemoratezza, almeno da parte del grande pubblico; questo rende ancora più necessario il recupero di materiale inedito per far conoscere maggiormente la grandezza di Rory Gallagher. Nella sua carriera, prima con i Taste e poi come solista ha pubblicato una quindicina di album in studio e 5-6 dal vivo ma le registrazioni negli archivi di famiglia sono risultate sin da subito imponenti sia per qualità che per quantità. Il fratello Donal ed il nipote Daniel, in quest’ultima occasione, con grande amore e passione hanno tirato fuori dai cassetti di famiglia molto materiale e mi piace ricordare almeno i bellissimi Wheels Within Wheels del 2003 e Notes from San Francisco del 2011, lavori veramente interessanti che hanno presentato grandi collaborazioni (Martin Carthy, Bert Jansh, Lonnie Donegan ed altri) ed una bellissima performance live d’oltreoceano. Oggi con BLUES siamo di fronte ad un triplo CD che contiene materiale fondamentalmente inedito e suddiviso in una parte elettrica, una acustica ed una dal vivo: tutte e tre le tipologie di registrazioni ci raccontano di un grandissimo artista, un eccellente chitarrista ed un profondo amante del blues. Chi conosce la storia di Gallagher sa quali siano stati i suoi primi passi nella musica e l’amore per il blues di Muddy Waters sin da bambino. Ma nei vari lavori e concerti successivi, nonostante moltissima presenza di rock e folk, il blues è stato prevalente e questo lavoro ce lo dimostra benissimo. Non so proprio quali pezzi segnalare perché la qualità dei tre dischi è elevatissima e da ognuno emerge un lato della passione di Gallagher per le 12 battute che compongono l’immagine di una grande persona, prima ancora che musicista, che ha dato tutto se stesso alla musica.

Se proprio devo scegliere un brano da ognuno dei tre dischi procederei con (disco #1) Off the Handle, lento, sofferto, nervoso blues ritmato dal basso di McAvoy e magistralmente cantato e suonato da Gallagher; (disco #2) Bankers Blues, cantato divinamente e supportato da armonica ed acustica di Gallagher ed un leggero accompagnamento di pianoforte; (disco #3) What in the World, classico di Willie Dixon dove gli assoli di Gallagher sono magistrali così come la sua interpretazione canora. Godiamoci a fondo questo triplo BLUES nella speranza che vengano pubblicati ancora molti dischi basati su materiali d’archivio. Lunga vita a Rory Gallagher.
Davide Palummo, Agosto 2019

DavideP
Archiviato in: DISCHI , Davide Palummo , Rory Gallagher , Blues
Best 2018, The Prophet Speaks

Domenica 6 Gennaio 2019

Van Morrison 2018

Un altro anno è terminato e come di consueto riguardo indietro alla musica che ho ascoltato ed ai molti buoni CD editi in quest’ultimo periodo per sceglierne uno come il migliore. Fino a qualche tempo fa ero combattuto tra due dischi che mi sono piaciuti particolarmente e che rappresentano delle conferme non solo di grandi artisti in generale ma anche di miei beniamini: si tratta di The Big Bad Blues di Billy Gibbons e Down The Road Wherever di Mark Knopfler. Molto diversi tra loro (ruvido blues texano il primo, sofisticato medley di folk e rock il secondo) sono comunque due lavori godibilissimi che ho ascoltato e riascoltato mille volte. Ma i primi di dicembre è uscito The Prophet Speaks di Van Morrison che ha mandato all’aria tutte le mie considerazioni e si è immediatamente posizionato al primo posto nei miei ascolti. Van Morrison è sicuramente uno dei musicisti che preferisco in assoluto e che seguo ormai da moltissimi anni; recentemente sta stupendo tutti con una produzione intensa - solo negli ultimi due anni ha infatti pubblicato 4 CD (Roll With The Punches e Versatile nel 2017 e You’re Driving Me Crazy e The Prophet Speaks nel 2018) - e di alta qualità anche basata su rivisitazione di suoi vecchi brani, interpretazioni di cover, collaborazioni importanti come quella con Joey DeFrancesco che caratterizza gli ultimi due lavori. Morrison è in un particolare periodo felice nel quale fa solo quello che gli piace fare (così ha confessato in recenti interviste), si è riavvicinato alle sonorità degli anni 70/80 sempre con profonde influenze blues e soul. La sua voce non sembra abbia ceduto di un millimetro negli anni così come la sua voglia di divertirsi e fare concerti: è uno dei musicisti più richiesti al mondo tanto da avere in programma per il 2019 una decina di date al famosissimo Colosseum del Caesars Palace di Las Vegas. Credo che Van Morrison sia conscio della sua statura tanto da ricordarci che ci parla come un profeta in questo ultimo disco, il 40-esimo dopo quel magnifico Blowin’ Your Mind! del 1967 che già conteneva alcuni capolavori, come Brown Eyed Girl, poi ripresi centinaia di volte da vivo ed in altri dischi. The Prophet Speaks è composto da 14 brani, circa 70 minuti di musica, suonato (e co-prodotto) con il polistrumentista Joey DeFrancesco ed il medesimo gruppo del precedente You’re Driving Me Crazy. 6 brani sono scritti dallo stesso Van Morrison gli altri sono cover, più o meno conosciute, di grandi del passato come John Lee Hooker, Sam Cooke, Solomon Burke, Willie Dixon. Le sonorità sono molto soft caratterizzate da ottoni ed organo oltre, ovviamente, dalla ineguagliabile voce di Morrison che si permette, come spesso nel passato, gorgheggi e urletti. Van the Man, con questo disco, ritorna in qualche modo alle origini e mescola sapientemente jazz, blues e soul: non si ripete però pedissequamente ma riesce, ancora una volta, a creare qualcosa di unico ed inimitabile anche se segnato indelebilmente dal suo marchio di fabbrica: un sound sofisticato da club basato su un’architettura classica dove svetta la voce del leader con sottofondo di organo o piano, spesso di fiati ed una delicata sezione ritmica tipicamente jazz. Il disco si apre con Gonna Send You Back To Where I Got You From del grande sassofonista texano Eddie Vinson, ritmato pezzo R&B con sottofondo di organo e tromba. Segue un grande classico di John Lee Hooker come Dimples già interpretato da moltissimi (Spencer Davies Group, Animals, Allman Brothers Band tra i tanti) e qui valorizzato dalla voce di Van e dall’organo di DeFrancesco. Alla terza traccia arriva il primo pezzo di Van Morrison e si riconosce immediatamente dall’attacco degli ottoni e dalla verve della sua grande voce: si tratta di Got To Go Where The Love Is.

Attacca con una chitarra molto soft il quarto brano scritto da Sam Cooke, Laughin and Clownin, un classico blues chicaghiano strascicato con bassi gestiti dall’organo ed alti dagli ottoni. Si torna ad un pezzo di Van Morrison con 5 AM Greenwich Mean Time, anche questo subito riconoscibile dall’attacco vocale del nostro. E’ invece di Solomon Burke il successivo Gotta Get You Off My Mind, lento R&B arricchito anche dalla voce della figlia Shana in sottofondo. Si torna ad un pezzo degli anni 20 con Teardrops di JD Harris, lento blues minimalista con voce e piano che conducono la canzone per ben 6 minuti. La famosissima I Love The Life I Live di Willie Dixon viene interpretata da vero crooner da Van Morrison con il perfetto accompagnamento dell’organo di DeFrancesco. Ancora di JD Harris è la seguente Worried Blues/Rollin and Tumblin ma alla decima traccia torna un pezzo di Van, Ain’t Gonna Man No More, tipica ballata basata sulle mille sfumature della voce del nostro, organo e chitarra jazz. Di un altro sassofonista americano, Gene Barge, è la successiva Love is A Five Letter Word, ancora una classica canzone jazz/blues. Gli ultimi tre pezzi del disco sono tutti di Van Morrison a partire da Love Is Hard Work che si apre con l’armonica e prosegue con il solito alternarsi di voce ed organo; Spirit Will Provide è una classica canzone del nostro dove la voce è magnificamente calibrata; chiude il disco The Prophet Speaks dove Van Morrison ci racconta la sua verità:

Quando il profeta parla, nessuno ascolta
Quando il profeta parla, per lo più nessuno lo sente

Davide Palummo, Gennaio 2019

DavideP
Archiviato in: INTERVISTE , DISCHI , Davide Palummo , Van Morrison