BRUCE SPRINGSTEEN: MAGIC

Posted on Lunedì 8 Ottobre 2007

 Sensazioni contrastanti, quelle che mi lascia (dopo qualche giorno che lo sento) il nuovo Magic di Bruce Sringsteen. Sensazioni contrastanti e non sempre chiare. Per una recensione completa del disco vi propongo un salto sul blog di Paolo Vites (http://gamblin–ramblin.blogspot.com/2007/09/ill-work-for-your-love.html) che do per certo sia la miglior disamina del prodotto, qui provo a dire la mia, magari in un modo un po’ selvaggio, ma che spero comprensibile.
Parlando del disco dirò che ovviamente è da ascoltare, senza problemi: si ascolta bene, ha un buon paio di pezzi di partenza (ok sia per Radio Nowhere che per You’ll be comin’ to town), qualche ballata che funziona, un po’ di archi insoliti e per questo divertenti (ci sono pezzi che paiono suggeriti dagli Oasis, altri dagli XTC….), qualche accostamento cromatico innovativo per il Boss, alcune tracce veramente sotto tono. Su tutto, almeno per chi scrive, un pezzo, uno solo: Gypsy biker, potente e iroso come pochi.
Dove voglio andare a parare? Ecco qua: per me Bruce è stato in alcuni momenti l’incarnazione del rock. Alcuni pezzi sopra tutti gli altri. Born to run, The river, Thunder road. Ma il mio pensiero lo si decifra meglio partendo dalla prima canzone che abbia mai sentito di Springsteen: It’s hard to be a saint in the city. Questo per me è il rock: qualcosa di così potente e urgente, di così pressante e travolgente, che lo devi dire, lo devi cantare “a prescindere”…. A prescindere dal tempo, dalla metrica, dalla confezione, qualcosa che è dentro e urge, oltre ogni possibile riflessione o mediazione, una cosa che prende te che lo scrivi e lo canti così come coinvolge tu che lo senti. In questo senso Bruce “era” il rock. E quindi: il rock è solo giovinezza, perché poi invecchiando nulla più ha quella stessa forza trascinante e coinvincente oltre ogni schema? Ognuno dia la sua riposta. Il Bruce di Magic non ha più che pochi branelli di “quel” rock: qui è tutto calcolato, pensato, centellinato. Non si sente il rock che prende possesso dell’autore (si sentano i 30 e passa minuti di In memory of Elyzabeth Reed nell’Official Bootleg di Dickey Betts: qui si esagera, certo, e il genere è differente, ma qui è il rock che porta la band e non il contrario; si veda: http://southlanditaly.wordpress.com/category/dickey-betts/….), che lo porta su strade perigliose, ma solo l’autore che tiene al guinzaglio la potenza del genere. Non si sente mai l’accelerazione della forza creativa selvaggia che sfuge al controllo, tranne in Gypsy biker. Anzi, aggiungerei una cosa che potrà sembrare strana: un episodio che trovo molto interessante è al contempo uno dei meno digeribili ed è la strampalata Devil’ arcade, in cui si intuisce che Springsteen dice ai suoi (che - per inciso - se la cavano tutti più che bene), “dai gente, suoniamo un po’, usciamo dalla confezione, diamoci dentro….”. Curioso che il pezzo meno springsteeniano sia quello in cui più la voglia di suonare abbia preso il sopravvento…
Alla fine: Bruce, beh, continuo ad amarlo, mi piace, ma non rappresenta più quello che ha così fortemente cantato-rappresentato. Il disco del “gran ritorno” è allora azeccato per metà: non è una sòla, questo no, il resto manca. Magari tornerà nel prossimo disco, chi lo sa: il rock è come il sentimento insopprimile dell’amore, della felicit o della libertà, viene fuori carsico dove e quando meno l’attendi…. 

Walter Gatti


15 Commenti a “BRUCE SPRINGSTEEN: MAGIC”

  1. Walter scrive:

    Non so se ho volato da qualche parte, semmai non so se il Boss sa più volare alto….. E l’Allman continua invece a volare altissima, si prenda come riferimento l’ultimo Hittin the note che comprende cose, basti il solo esempio di Desdemona, che si elevano ad altezze siderali…..

  2. Walter scrive:

    Invecchiamento inevitabile, beh, certo. Poi, nel caso di Bruce, il disco in questione è onesto, nulla da dire. E inoltre viene dopo anni di scelte coraggiose (la fase acustica, le Pete Seeger Sessions….). E in ogni caso un po di canzoni qui ci sono, mica è fuffa…. Però, visto che io NON sono tra quelli che “dopo i Nirvana il diluvio” (detto tra noi non son mai stato tra i Nirvana-boys), beh…. insomma, visto che il rock secondo me è vivo e lotta insieme a noi, allora da Bruce mi attendevo e continuo ad attendermi una sua partecipazione al vento che lo porta…. E con questo disco non capisco se: 1 - si fa portare; 2 - cerca di portarlo lui; 3 - cerca di resistergli……

  3. Walter scrive:

    paolo: non vorrei spostare il dialogo su altri lidi, ma secondo me gli U2 di Achtung baby sono stati monumentali….

  4. Paolo Vites scrive:

    C’è un dato di fatto incontestabile: che nessuno e proprio nessuno (da Dylan a Neil Young, da Springsteen agli Stones, dagli U2 ai Beatles) dopo i 25/30 anni di età ha più saputo scrivere cose degne d iquanto fatto fino ad allora. Tutti qesti hanno composto i loro capoalvori in quell’arco di età: Dylan, se dopo il 1966 non avesse fatto più dischi, tutti saremmo ancora qui a chiamarlo genio; Neil Young avrebbe potuto chiudere con massima dignità dopo Rust Never Sleeps; non parliamo di Lennon e McCartney dopo i Beatles… Sono contento che Springsteen sia ancora in giro a fare concerti, ma onestamente dopo Nebraska - a parte un buon disco come Devils & Dust - i suoi dischi sono a fare la povere sullo scaffale.

    Dopo quell’età, appagate le proprie esigenze e conosciuto il grande successo, subentra il mestiere, la professionalità, il vivacchiare con più o meno lucidità, ma quel bisogno irrefrenabile di gridare a tutto il mondo il proprio genio (o la propria pazzia) è finito per sempre, e credo che umanamente sia anche giusto così. Subentrano altri interessi (la famiglia, oppure i troppi soldi oppure la troppa droga… etc) e si perde la capacità di “bruciare nell’anima”.

  5. Paolo Vites scrive:

    C’ho lasciato un bel poì di refusi.. e vabbé anch’io ormai sono troppo vecchio… mi paice ricordare però il colpo di coda di Lou Reed che nel 1989, dopo più di vent’anni di carriera e alla soglia di e50 anni, ha pubblicato q

  6. Paolo Vites scrive:

    C’ho lasciato un bel po’ di refusi.. e vabbé anch’io ormai sono troppo vecchio… mi piace ricordare però il colpo di coda di Lou Reed che nel 1989, dopo più di vent’anni di carriera e alla soglia dei 50 anni, ha pubblicato quello che ritengo il suo disco migliore da solista, il formidabile New York.

  7. Riro scrive:

    Adesso mi faccio odiare da tutti ….a me Springsteen (che sta dall’altra parte del fiume rispetto a dove sto io) non mi ha mai detto proprio niente …
    La definizione di Paolo “operaio del rock’n'roll”. Io l’ho sempre chiamato ….”o’ zappatore” … Banale, ho sempre pensato che sia banale. Un po’ meno banale da giovane, molto piu’ (e molto piu’ mestierante) da adulto. Tutto vero quel che dite rispetto all’inaridirsi nel tempo. Ma non e’ l’eta’ che fa’ il danno, e’ quel che ha mosso fino a quel momento che vien meno. Per Lennon & McCartney - che erano (immagino) ognuno convinto di essere meglio dell’altro - e’ stata l’amara scoperta che uno da solo non valeva un decimo di quel che erano insieme.
    The Old Man

  8. paolo mattei scrive:

    Banale, come le ripetitive 12 battute del call and response del blues; banale, come la struttura AABA della song classica americana; banale, come i testi che narrano di sperdutezza e gridano aiuto; banale, come la solita r’n'r band minimalista formata da basso-chitarra-batteria; banale, come la scoperta del mondo da parte di occhi giovani o i racconti di viaggio; banale, come un uomo vivo.

  9. walter scrive:

    gente, magari mi ripeto, e sicuramente mi mandate a quel paese: la canzone “eterna” di springsteen per me è IT’S HARD TO BE A SAINT IN THE CITY. sia nella versione di Greetings… che sul polpettoso Live quintuplo (almeno per me che ce l’ho in vinile). Tra marlon brando, casanova e il south side è pura narrazione, le parole senza tregua, la musica che non ne vuole sapere di arrestarsi, la forza del rock, quella primordiale, che spinge tutto. E in tutto questo bruce come trasportato lui stesso da qualcosa che ha acceso e non può fermare. LA stessa forza “impersonale” quasi spirituale, esplode in Born to run (che comunque è già più “furba”, più “matura” e lavorata). Questo per me è il Boss. E in questo senso ha dato molto…

  10. Riro scrive:

    Insisto. Banale non vuol dire “quotidiano” e neanche “semplice”.
    Io resto convinto che S. sia banale e - talvolta - quotidiano, spesso musicalmente “semplicistico”. Il quotidiano, lo sappiamo puo’ essere un’avventura eroica. Il semplice (come il blues - ma non bisognerebbe mai generalizzare / neanche il blues e’ tutto “buono, come non lo e’ neanche la “classica”) e’ immediato e vero.
    Nella musica di Springsteen ho sempre trovato una discreta poverta’ musicale, cioe’, banalita’. Dal vivo sprigiona (almeno “sprigionava”) una enorme carica, Ha scritto tanto, e qualcosa di buono, anche di molto buono, salta fuori quando si scrive tanto. Ma tante cose le si potrebbero buttar via per “manifesta pochezza”. Avevo detto che mi sarei fatto odiare. Ce la sto mettendo tutta …

  11. riro scrive:

    Eh, eh …”test everything and retain what is good”, “vaglia tutto e trattieni il valore”.
    Questo, piu’ che de gustibus. Ma sai, e’ vero che se qualcuno ti prende per mano puo’ mostrarti cose che altrmenti tu non vedresti. Con questo voglio solo dire che il mio preconcetto (esperienza, conoscenza e quel - poco magari - che ho di intelligenza) mi fanno dire quel che dico di Springsteen …

  12. riro scrive:

    …ma se qualcuno takes me by the hand e mi porta dove non so …

  13. paolo mattei scrive:

    E comunque, mi riprometto di proporti, a breve, titoli del Nostro in oggetto cui l’epiteto “banale” s’attaglia malissimo

  14. riro scrive:

    Allora si potrebbe aprire anche una discussione sul Jazz …

  15. rocker96 scrive:

    Bruce poeta…..

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