Keith Emerson

Posted on Domenica 20 Marzo 2016

Mi ero ripromesso di non scrivere più elogi funebri, fondamentalmente per due motivi: prima di tutto perché andando avanti saranno, purtroppo, sempre di più le occasioni per farlo su personaggi della grande musica che stanno inevitabilmente invecchiando e la cosa quindi potrebbe diventare stucchevole; in secondo luogo scrivere di persone defunte, elogiare la loro grandezza ed unicità, il fatto che sono stati maestri inarrivabili potrebbe dare la sensazione di uno sguardo troppo rivolto al passato e di una certa insoddisfazione per il panorama presente della musica, cosa non del tutto infondata.
Ma devo fare un’eccezione: la recente morte di Keith Emerson mi ha colpito profondamente perché credo si chiuda un ciclo importante della mia vita.

Keith Emerson, anni 70

Proprio quarant’anni fa, infatti, compravo il mio primo disco ed iniziava una passione per la musica ancora vivissima: era Trilogy di Emerson, Lake & Palmer e Keith Emerson divenò subito il mio eroe. Certo un bell’inizio per un ragazzino che invece di ascoltare lo Zecchino d’oro ad appena 10 anni era affascinato dalla musica pop-rock. L’iniziazione alla musica la ebbi assieme ad un compagno delle elementari, carissimo amico: sono ancora emozionato nel ricordare la scoperta di un mondo fantastico, complice la ben dotata discoteca del fratello del mio amico: Bob Dylan, Jimi Hendrix, Frank Zappa, Genesis, Led Zeppelin e moltissimi altri erano i nostri ascolti ma proprio gli EL&P diventarono il nostro gruppo preferito. Sapevamo tutto dei tre artisti, della loro musica, delle citazioni più o meno esplicite alla musica classica: e non c’era internet all’epoca, per cui ogni informazione veniva scovata con fatica ma con soddisfazione facendo spesso riferimento a CIAO 2001, la rivista che in quegli anni leggevamo avidamente per conoscere discografie, curiosità e novità. Ricordo ancora una copertina della rivista proprio con Keith Emerson alle prese con le sue tastiere e grovigli di cavi, fusione di classico e moderno, piano e moog che spesso si alternavano nelle sue esecuzioni. Dicevo del mio primo LP: portarmi a casa il vinile di Trilogy fu emozionante, scartarlo, tastare lo spesso cartone della copertina apribile, godere della bella immagine frontale realizzata da Hipgnosis così come della foto interna, calda riproduzione di un bosco in autunno dove compaiono in varie pose e dinamiche i tre amici. Ma fu ancora più emozionante ascoltare e riascoltare all’infinito i pezzi di quello straordinario album, cercare di capire i testi magistralmente interpretati da Greg Lake, cogliere le colte sfumature che facevano spesso virare al jazz ed ancora più spesso alla musica classica alcuni brani, la straordinaria bravura dei tre musicisti poco più che ventenni ma con profonda esperienza in gruppi musicali di prima grandezza come i Nice, i King Crimson e gli Atomic Rooster. Keith Emerson emergeva nei primi lavori di EL&P, non solo per la sua maggiore maturità artistica ed anagrafica, ma per la regia di un progetto innovativo e sperimentale, per la capacità di utilizzare le tastiere sia quelle acustiche che quelle elettroniche al servizio di un racconto. Era evidente, sin dall’inizio, la sua necessità di dare maggiore variazioni sonore e timbriche al pianoforte al quale affiancava spesso l’hammond ed il suo amato moog con il quale costruì un suono personalissimo. Keith Emerson ha incarnato per me il prototipo del genio, lontano dai modelli di musicista maledetto che spesso in quegli anni si perdeva nel circuito della droga e dell’alcol. I pochi video disponibili all’epoca lo mostravano in concerto come un samurai, contornato dalle sue tastiere, vere e proprie armi al suo servizio con le quali riusciva a costruire trame sonore delicatissime oppure investirci con flussi violenti ma sempre armoniosi, avvolgenti che raccontavano storie poetiche. Aveva un rapporto carnale con le tastiere sulle quali riusciva a far correre le sue mani spesso in un abbraccio violento. Con gli EL&P è riuscito a costruire un pezzo importante della musica pop-rock gettando le basi del progressive rock con i primi quattro album (Emerson, Lake and Palmer, Tarkus, Picture at an exhibition e Trilogy) che proprio con il succitato Trilogy chiudono una prima fase del gruppo. Il successivo Brain Salad Surgery sarà un lavoro più riflessivo ma ancora con molti richiami alla musica tradizionale e classica dove nuovamente le capacità espressive di Keith Emerson emergeranno evidentissime quasi al limite del virtuosismo. Lo stacco definitivo si avrà poi con i due lavori Works dove è chiaro ormai che la storia del trio è arrivata al capolinea, si ritagliano spazi espressivi personali più marcati nel volume 1 (nero) fino ad una deriva pop del volume 2 (bianco). Il progetto di EL&P è ormai terminato (i pochi lavori successivi e poi la tardiva reunion sono di poco conto) ma Keith Emerson sta ancora crescendo artisticamente, ritorna al pianoforte, si dedica all’Honky Tonk, scrive alcune colonne sonore, fa qualche passeggiata nel jazz (mirabile un suo duetto con Oscar Peterson proprio sul tema di Honky Tonky Train Blues), compone tantissimo e ritorna spesso al suo amato J.S. Bach: potrà fermarlo soltanto la malattia che lo colpirà proprio alla mano destra, malattia che innescherà una concatenazione di effetti collaterali che porteranno alla depressione ed alla recente fine. E’ proprio il caso di dire Ars Longa, Vita Brevis come recitava uno dei primi lavori di Emerson con i Nice.

Davide Palummo, marzo 2016


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