LOU REED E LA FASTIDIOSA INVADENZA DELLA BIECA REALTA’

Posted on Venerdì 8 Novembre 2013

lou reed

La morte di Lou Reed, musicista newyorchese scomparso pochi giorni fa, ha riportato sulle pagine dei giornali un autore considerato tra i più “simbolici” della storia del rock. Cresciuto in una famiglia ebraica, ha attraversato cinquant’anni di musica con dignità e durezza, provando a raccapezzarsi nelle pieghe più oscure sempre in cerca di un sole. Forse per questo anche il cardinale Ravasi, alla sua morte, ne ha ricordato una sua canzone celebre, Perfect Day:

Solo un giorno perfetto
Mi hai fatto dimenticare me stesso
Pensavo di essere qualcun altro,
Qualcuno valido

Oh, è talmente un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti

Sempre in oscillazione tra cose “ostiche” (un disco di rumori come Metal Machine Music) ed altre più immediate e facili (da Sweet Jane a Vicious, da Walk on the wild side a Dirty Boulevard), Reed ha avuto il pregio di non mentire mai e ha chiamato le cose con il loro nome: la morte, l’autodistruzione, la mancanza di felicità, l’incapacità di sopportarsi, l’incapacità di cambiarsi, di migliorarsi da soli. Non ha mai condiviso l’ottimismo ingenuo di chi cantava “All you need is love”.

E se anche altri condividevano lo stesso realismo verso l’uomo e lo stesso pessimismo nei confronti del potere “salvifico” del rock’n’roll (ad esempio, negli stessi anni, Frank Zappa), lui riponeva fiducia nella capacità liberatoria e catartica della poesia, della parola urlata, dell’affronto. Non era un musicista da sogno facile. Anzi, non era proprio uno da sogno.

Aveva il coraggio perverso della realtà. Quando negli States il mondo hippie viveva il “flower power”, Lou Reed si nutriva di quella cultura del bassofondo trasformata in arte che era poi il segreto maledetto e geniale di Andy Warhol. E in quel pastone di droghe, poesia libera, arte ed omosessualità cercava di crearsi una strada che aveva più di un punto di contatto con altri geniali maledetti e non-allineati.

Ora che Lou Reed è morto, come purtroppo accade sempre, ognuno dice o cerca di dire “era grande, era il più grande…”. Per i labirinti della sua esistenza, l’autore allucinato e serissimo di Heroin (” Non so proprio dove vado/ma proverò a raggiungere il regno se ci riesco/ perché mi sento un vero uomo/quando infilo l’ago in vena/poi dico che le cose non sono affatto le stesse/quando mi sto godendo il mio buco/e mi sento come il figlio di Gesù….Ho preso una grande decisione/ proverò ad annullare la mia vita…Eroina, che tu sia la mia morte/ eroina, è mia moglie, è la mia vita/ perché un ago nella mia vena/ porta al centro del mio cervello/ e sto meglio che se fossi morto/ Perché quando la roba entra in circolo/ non me ne frega più niente di voi”) è uno che ha vissuto all’estremo, soffrendo e provando sulla pelle tutto il possibile, compendio dei vizi e forse di qualche virtù della seconda metà del Novecento. Ha inciso ventitré album, più i quattro storici dischi con i Velvet Underground, esordendo su vinile nel 1967 e terminando nel 2011 con un cd, Lulu, realizzato con i Metallica.

Tra i tanti, non tutti belli e non tutti dello stesso potere compositivo, ne vorrei ricordare uno, uscito nel 1992, Magic and Löss. Scritto e inciso pochi mesi dopo la morte di Doc Pomus, bluesman e grande autore di canzoni (ha scritto Save the last dance for me e Lonely avenue) che Lou considerava il suo primo “sostenitore”, il disco è una lunga meditazione su morte e salvezza, carne e spirito, inferno e paradiso. Un disco che - come si intuisce - riprende i soliti temi di Reed ma questa volta non incarnati su marciapiedi e sottoscala, su vagoni della metropolitana di Brooklyn o nel parcheggio del luna park fantasma di Coney Island, ma raccolti attorno a corpi disfatti, a spiriti vaganti, a felicità disilluse. C’è una canzone, Magician, che sembra raccogliere tutte le domande dell’album. Ma che potrebbero forse essere tutte le domande del percorso artistico di Lou Reed:

Mago, mago
portami sulle tue ali
e spazza via le nuvole dolcemente
Mi spiace, mi spiace così tanto
di non avere incantesimi
solo parole per aiutare a spazzarmi via

Voglio un incantesimo che mi spazzi via
voglio un incantesimo che mi spazzi via
voglio contare fino a cinque
girarmi e vedere che non ci sono più
levarmi in volo dentro alla tempesta
e risvegliarmi immerso nella calma

Sono così stanco di guardarmi
detesto questo corpo di dolore
che il male ha lentamente consumato
Mago, prendi il mio spirito
dentro io sono giovane e vitale
dentro io sono vivo
portami via ti prego
Così tante cose da fare
è troppo presto per porre fine alla mia vita
per far marcire questo corpo

Voglio che una magia mi tenga in vita
voglio un miracolo non voglio morire
ho paura di addormentarmi
e di non svegliarmi più
e smettere di esistere
di chiudere gli occhi e scomparire
e fluttuare nella nebbia…..

Voglio un incantesimo che mi spazzi via
voglio un incantesimo che mi spazzi via
fammi visita in questa notte di stelle
e prendi il posto di stelle, luna,
luce - il sole è tramontato
fammi volare attraverso questa tempesta
per risvegliarmi nel silenzio
volo dritto dentro la tempesta
e mi risveglio nel silenzio

E pochi anni fa, in un disco tributo ad Edgar Allan Poe uscito all’inizio del 2003, The Raven, la potenza delle domande ultime, che son sempre serpeggiate nella produzione di Lou Reed, è tornata impellente mescolando le parole dello scrittore di Baltimora alle proprie urgenze:

A volte mi chiedo chi io sia
chi ha creato gli alberi,
chi ha creato il cielo chi ha creato le tempeste,
chi ha creato le pene d’amore mi chiedo quanta vita posso sopportare ……

A volte mi chiedo chi io sia
il mondo pare volermi seminare
un giovanotto che ora sta diventando un vecchio
mi domando cosa possa riservarmi il futuro

Mi chiedo chi ha dato inizio a tutto questo
forse Dio era innamorato e ha baciato qualcuno
che poi l’ha tradito e l’amore senza Dio ci ha scacciato
A qualcuno che poi l’ha tradito
e l’amore senza Dio ci ha scacciato

Gli ultimi anni Lou Reed li ha vissuti felici, ma anche sofferenti di malattia, con la moglie Laurie Anderson, altra musicista colta e raffinata. Lei ha scritto un breve messaggio per un giornale newyorchese, in ricordo del marito: «Lou era un principe e un combattente e io so che le sue canzoni sul dolore e la bellezza che abitano nel mondo colmeranno molte persone dell’incredibile gioia che lui sentiva nei riguardi della vita».


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