MEETING, MOSTRA ROCK: RIPARTIRE DA “IO”. OGNUNO DICA LA SUA

Posted on Lunedì 3 Settembre 2012

Catalogo mostra rock
Nei giorni del Meeting la mostra ideata e sviluppata da John Waters sull’urgenza di urlare la necessit√ɬ† di infinito anche attraverso il rock √ɬ® stata una delle pi√ɬĻ visitate. Avendo la fortuna di aver partecipato alla nascita della mostra e contribuito alla sua realizzazione con alcuni brevi ritratti di autori, sono stato anche coinvolto in alcune guide alla mostra stessa, raccogliendo reazioni, pareri, contrariet√ɬ†, entusiasmi, delusioni, encomi solenni. Giovani e famiglie, uomini dal capello ormai grigio e ragazzini con l’heavy metal scolpito addosso hanno navigato in mezzo a frasi e fotografie di Van Morrison e della Dave Matthews Band, magari chiedendosi cosa c’entrasse il tutto con il desiderio di infinito, oppure al contrario domandandosi come fino a poco prima avevano fatto a vivere senza capire dove il rock potesse andare a parare. E’ stato un bellissimo percorso seguire e chiacchierare con ragazzi e vecchietti tutti diversamente coinvolti nel cercare di capire, registrando la voce di chi mi ha confessato di trovare “noiosa la celebrazione dei morti per eroina” o ascoltando sorpreso la confessione semplice e immediata di una ragazza da sempre convinta che “sicuramente il buon Dio non pu√ɬ≤ rinunciare a tenere Freddie Mercury in Paradiso, vista l’incredibile voce di cui l’aveva dotato”.

John Waters
(John Waters)
Una cosa √ɬ® certa: la mostra non ha per nulla “cristianizzato il rock”, ma al contrario, come ha detto Davide Rondoni al TG2, ha mostrato che se si tende all’infinito anche lavando i piatti, non si vede perch√ɬ© non lo si possa fare con la chitarra in mano. E’ quel grido originario, quello “yaargh” che la mostra ha portato in scena, provando a scrostare la fuffa del rock dalla sua vena autentica e sanguinante (direbbe Nick Cave) e insieme provocando chi ascolta a compromettersi fino in fondo con le cose dette, cantate, urlare, espresse: solo l’infinita riduzione che si opera dei fenomeni e delle produzioni artistiche fa s√ɬ¨ che di un Saviano si prenda sul serio “il messaggio” (cio√ɬ®: isoliamo il crimine organizzato), mentre degli U2 si eviti puntualmente proprio il confronto con la cosa che a loro interessa maggiormente comunicare, cio√ɬ® quello che hanno da dire questi irlandesi dai tempi di Boy e October fino ai giorni nostri (cio√ɬ®: facciamo i conti con quel tal Ges√ɬĻ Cristo).

Una cosa sommamente divertente √ɬ® stata registrare - come ovvio - l’incredibile elenco di personaggi “mancanti” dalla mostra. In centinaia ci hanno detto: come mai non ci sono i Beatles e gli Stones? Perch√ɬ© i Pearl Jam si e i Nirvana no? Si pu√ɬ≤ tagliare fuori Springsteen e Simon & Garfunke? Come vi permettete di escludere David Bowie e gli Who? E Peter Gabriel oppure Frank Zappa? Sarebbe una bellissima storia raccontare come sono emersi i nomi della mostra, ma questa √ɬ® cosa che solo Waters potrebbe fare con precisione. Allo stesso modo - facendo ricorso a quell’insostituibile serbatoio di originalit√ɬ† che √ɬ® il proprio gusto personale - per narrare quell’innato urlo che senza risposta pu√ɬ≤ diventare tristezza dimessa se non autodistruzione, avrei senza dubbio citato un’altra delle band che per me sono icona del rock, la Allman Brothers Band. In Old Before My Time la voce ineguagliabile di Gregg Allman racconta la fatica di una ricerca senza risposte: “Cercare le risposte, Cercare la verit√ɬ† in un oceano di bugie / cercare di trovare la ragione che fa andare avanti le cose, pu√ɬ≤ farti invecchiare prima del tempo“. L’uomo sconsolato e senza forze di questa canzone √ɬ® terribilmente vicino a quegli ultimi pannelli della mostra del Meeting: cosa succede quando hai tutto il successo e comprendi di non avere nulla tra le mani?

ABB
Ma qui so che mi inoltro in uno spazio infinito, quello che ognuno dei visitatori della mostra e degli ascoltatori di qualsiasi genere (da Tiziano Ferro ai Manowar) potrebbe riempire di propri contenuti: √ɬ® lo spazio della personalizzazione. Ogni tema lanciato in quel percorso che Waters e compagni hanno proposto al Meeting costringe un po’ tutti a confrontarsi, a tirare fuori le proprie cose dal cassetto, a diventare protagonista di una rilettura di canzoni e artisti, dischi e periodi musicali. Centinaia, anzi migliaia sono le canzoni che potrebbero essere raccontate sulla falsariga di quel che √ɬ® stato fatto a Rimini, da Bob Marley ai Matia Bazar, dai Led Zeppelin ai Muse, dai King Crimson ai Wolfmother.

L’invito, implicito ma non troppo, √ɬ® che ognuno ci provi, dialogando in ogni modo possibile. Affinch√ɬ© si realizzi quell’ultimo invito, compreso nelle parole finali della mostra: che anche quel grido inesprimibile - quel “grido disarticolato del cuore” - che c’e dentro ad una canzone possa diventare una sfida in pi√ɬĻ per camminare e per continuare a vivere.

Per√ɬ≤ una cosa √ɬ® significativa e dimostra la passione con cui la gente - tutta - ascolta la musica e quindi ha notato le “assenze” incriminate, segno che certe canzoni e certi artisti lasciano un segno inspiegabile. Anzi, meglio ancora: che certe canzoni realizzano un ponte inspiegabile tra l’intuizione di chi le ha scritte e la disponibilit√ɬ† ad ascoltare di chi le ha accolte. Per Waters la canzone da cui tutto √ɬ® partito √ɬ® stata l’ormai famosa Ride the White Swan, per me √ɬ® stata l’immensa Piece of My Heart cantata da Janis Joplin, di cui ho scritto “la canzone assume una fisicit√ɬ† cos√ɬ¨ toccante e reale da diventare pi√ɬĻ di una semplice canzone: √ɬ® una confessione, un dono, √ɬ® la possibilit√ɬ† di entrare in rapporto con l’altro fino in fondo, fino al cuore grondante, fino alle cellule e anche oltre, fino all’anima.
janis joplin

Come Joe Cocker ha trasformato sul palco del concerto di Woodstock una canzone dei Beatles, With a Little Help from My Friends, in una necessit√ɬ† viscerale di amicizia, Janis rende Piece of My Heart un tutt’uno con il suo corpo, con il suo sorriso, con le sue lacrime, con il suo bisogno di donarsi e scoprirsi, cos√ɬ¨, insieme all’altro, al suo amore. Nella fisicit√ɬ† di questa piccola e bionda texana tutto il rock ha scoperto come mai prima e mai dopo la potenza dell’interpretazione: nessuna concessione alla pulizia e alle cose fatte bene, ma puro passaggio della inaudita passione umana. Una passione inarrestabile”.

Ma qui, dicevo, si entra nella sfera pi√ɬĻ profondamente personale. E quindi, avanti: ognuno dica la sua. Scrivere quali sono le canzoni che ci hanno “mosso” e mantenere l’attenzione sulle canzoni che continuano a “muoverci” √ɬ® un’operazione encomiabile!

Walter Gatti


8 Commenti a “MEETING, MOSTRA ROCK: RIPARTIRE DA “IO”. OGNUNO DICA LA SUA”

  1. giovanna scrive:

    bell’articolo. l’unica cosa che non condivido √ɬ® che le cose pulite e fatte bene non possano avere dentro lo stesso urlo del rock. ciao

  2. Alessandro Berni scrive:

    Il primo impatto con la mostra per l’alessandro berni di oggi √ɬ®… … questo…
    Anni fa tutto di me avrebbe desiderato e avrebbe ritenuto giusta e importante - come per i “contestatori” che tu hai citato - l’inclusione dei propri artisti di riferimento all’interno della mostra (come per te Allman Brothers o King Crimson) sentendomi in un certo senso derubato e defraudato di qualcosa che ha a che fare seriamente con l’io pi√ɬĻ radicato come una madre o una sposa. Sfido io. Se non fosse cos√ɬ¨ non ne varrebbe la pena, sarei uno che perde il proprio tempo e perci√ɬ≤ degno di essere oggetto dello scherno degli altri e in fondo di me stesso. Se sono serio con qualcuno che ho seguito da oltre trent’anni senza interruzioni nel bello e nel brutto, significa che qualcosa di reale e concreto mi si √ɬ® attaccato di quel qualcuno e allora viene il momento in farci davvero i conti e amarlo fino in fondo.
    Il che non vuol dire che ogni aspetto di quel qualcuno sia buono, religioso o geniale, questo appartiene alla infinita competizione idolatrica che strozza la vita dell’uomo moderno e che fa vedere nella presunta infallibilit√ɬ† dei propri favoriti (o nella presunta fallibilit√ɬ† demoniaca del nemico) una proiezione di una propria presunta infallibilit√ɬ† o un motivo riscatto dalla percezione di una devastante mancanza di posto nella vita.
    Quel qualcuno e’ senz’altro tutto per me ma non serve a nulla se non risveglia tutto delle mie viscere strappandole all’amore morboso per il mito vero o presunto (quello che Rondoni chiama l’infinito come gioco di specchi).
    Per questo la mostra per me √ɬ® stata uno sbottonarmi - a partire dalle mie totali e tuttora vive passioni musicali (nessuna delle quali si trova nella mostra come neppure nel libro Help) - alla realt√ɬ† musicale tutta, un andare a vedere e scoprire. Questo percorso √ɬ® iniziato molto lentamente negli anni e per me ha avuto una spinta decisiva con i Paolo Vites e i Walter Gatti. La mostra √ɬ® stata molto pi√ɬĻ che un corollario di grandi e sorprendenti scoperte grazie alla grande compagnia dell’inesauribile Walter nell’ultimo anno. E’ stata una inversione di metodo. Non pi√ɬĻ interpretare note e parole per capire la vita, ma scoprire vite che si trasfondevano in note e parole. E la scoperta continua.
    Con questo non voglio dire che mi sia trasformato in una succursale dell’uno o dell’altro dei miei cosiddetti mentori. Anzi a volte mi trovo discretamente in disaccordo con quello che dice Walter (per esempio quando ha detto durante la mostra guidata che Roger Waters √ɬ® il 99% dei Pink Floyd che fa il paio con le ricorrenti e, per me inaccurate, asserzioni che certi front-man rappresentano il 99% della band X ivi inclusa la mia favorita di sempre).
    Intendo che l’aprirsi a quanto proposto con mostre e libri non √ɬ® un’operazione di training autogeno per autoinduzione, ma rallegrarmi come un innamorato per avere trovato chi mi ha messo in mano la chiave per un confronto con tutto ci√ɬ≤ che si agita nel mondo e ha fatto entrare ogni cellula di me nel mondo senza lasciare qualche pezzo in cantina o nella camera dei sogni viziati e disperati.
    Rondoni, nell’incontro su Pascoli, diceva (pi√ɬĻ o meno, mi piacerebbe ricordare esattamente le sue parole) che una coscienza matura e compiuta della bellezza √ɬ® quella che ti porta a dire “bello” di qualcosa che non ti piace, che non √ɬ® nelle tue corde. Con i citati Vites, con John Waters e con il grande Walter qualcosa del genere ha iniziato seriamente a far breccia.

  3. Alessandro Berni scrive:

    Eccome se ci sono cose pulite e fatte bene che hanno dentro lo stesso grido. Torniamo alla questione di base. Io adoro la musicalità elegante, in certi casi anche per partito preso, il punto è se si ferma tutto lì o ti fa scollinare :)

  4. Alessandro Berni scrive:

    Ebbene s√ɬ¨, mi sa che devo uscire allo scoperto. Stasera scriver√ɬ≤ anche cosa mi ha mosso. Ha in un certo senso a che fare con il commento geniale nel libro “Cosa sar√ɬ†” ad Hemingway di Paolo Conte.

  5. amministratore scrive:

    Alessandro: che roba, un poema. Grande sei tu….

  6. Meeting: Mostra del Rock. Resoconto | scrive:

    […] Walter Gatti, Meeting, Mostra del Rock: ripartire da “IO”, ognuno dica la sua. […]

  7. Alessandro Berni scrive:

    Ciao Alessandro, non ho un mio sito, ma scrivo su due. A tuo rischio e pericolo ;)

    http://www.ilsussidiario.net/Autori/Archivio/2615/Alessandro-Berni/
    http://www.ilsussidiario.net/Ricerca/Alessandro_Berni/
    http://www.estatica.it/it/collaboratori/alessandro-berni

  8. massimo scrive:

    La mostra è stata sicuramente a mio avviso il vero evento del meeting. Veramente niente è estraneo al nostro cuore. Grazie ancora per la tua visita guidata da parte mia e di tutti gli amici di Messina.
    Ciao
    Massimo

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