FAST REVIEWS - MARK LANEGAN

Posted on Mercoledì 7 Marzo 2012

Lanegan

Di tutto il mondo che girava attorno a Seattle, onestamente i Nirvana non sono mai stati i miei preferiti. Credo che il disco più pazzo e insolitamente acuto sia stato il celebrativo Temple of the Dog, con l’inarrivabile Say Hello to Heaven, dopodiché le band che ho preferito sono di certo state i primi Pearl Jam (per sempre Alive), un certo periodo dei Soundgarden (Louther then Love e Badmotorfinger) che però ci hanno dato uno dei più grandi cantanti della storia rock e qualcosa degli Alice in Chain (Dirt).

Lascio per ultimi gli Screaming Trees, che per il loro chitarrismo psichedelicamente nero già nella metà degli anni ‘80 sono una delle band che ha anticipato il Seattle-sound. Avevano un grande chitarrista, Gary Lee Conner, e soprattutto un enorme vocalist come Mark Lanegan. Depresso, autodistruttivo, nerissimo, Lanegan ogni tanto torna fuori con un nuovo disco e il suo nuovo Blues Funeral è roba da non dimenticare. Sempre con la sua faccia tirata e con la sua voce baritonale e sofferente, Mark azzecca pezzi come Bleeding Muddy Waters, Ode to Sad Disco, Leviathan e Tiny Grain of Truth che rendono ragione della capacità di Lanegan di descrivere voglia di pulizia, ansia di rifare tutto da capo, in quel senso escatologico-tragico che è suo tratto costante fin dai tempi di Resurrection song. Suoni potenti e cupi, voce strepitosa, atteggiamento rock di rara intensità autobiografica.

Su altri versanti, ma lui, Cornell e Vedder è difficile che facciano cose banali a dimostrazione che l’epoca grunge era tempo di musicisti autentici e di gente che viveva con tutto con straordinaria (pure troppa) intensità. Discorso che in parte vale anche per Grohl, forse però un po’ troppo lanciato verso lo star system, visto il successo dei Foo Fighters. Dimenticavo: qua e la nel nuovo disco di Lanegan ci sono gli aiutini di Josh Homme e Greg Dulli. Tra poco viene a suonare in Italia. Da non perdere.

Walter Gatti


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