Le arti visive ed il rock

Posted on Giovedì 9 Giugno 2011

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La relazione tra le arti visive ed il rock è sempre stata fortissima e bene lo sanno quanti di noi hanno iniziato ad amare tale genere ai tempi dei dischi in vinile: l’amore per la musica si affiancava a quello per le belle copertine dei dischi che in quei 31 x 31 cm (e talvolta nel doppio dello spazio dei gatefold) offrivano spesso vere e proprie opere d’arte. Forse chi ha dato avvio a questa forma accoppiata d’arte, musica più espressione visiva, è stato Andy Warhol al quale sono legati indissolubilmente le copertine ma anche le performance dei Velvet Underground. Molti musicisti inoltre sono (stati) anche artisti visivi come Joan Baez, Eric Burdon, Joni Mitchell, Jerry Garcia, Roger Waters per citare solo alcuni dei nomi del rock che hanno raggiunto un discreto successo, fino agli altissimi livelli di Yoko Ono e Captain Beefheart. Non scordiamoci, inoltre, che svariate canzoni hanno parlato d’arte e di artisti a partire da Andy Warhol citato da moltissimi musicisti come David Bowie, Lou Reed, John Cale ed i Fleetwood Mac, Pablo Picasso presente in alcune canzoni di Paul McCartney, Jonathan Richman, Elvis Costello ed i Grateful Dead, Salvator Dalì citato da Captain Beefheart, Tod Rundgren, Queen; ma gli esempi potrebbero essere tantissimi riguardanti i classici (Michelangelo, Raffaello, ..), gli impressionisti (Vincent Van Gogh, Renoir, …), le avanguardie (Marcel Duchamp), i surrealisti (Rene Magritte, Joan Mirò).

Interessante l’approccio di alcuni giovani artisti contemporanei che usano le arti visivi in commistione con il mondo del rock: ad esempio quello del californiano Dave Muller che sembra tenti la realizzazione di un vero e proprio ritratto con opere che rappresentano dieci coste di dischi che riguardano il personaggio ritratto come se volesse dirci “dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei” (serie Top Ten, Muller - Blum&Poe);
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oppure quello dell’olandese Jeroen Diepenmaat divenuto rapidamente famoso per le sue sequenze di opere d’arte che rappresentano giradischi ed uccelli, quasi in un lavoro ossessivo di ricerca di accostamenti tra la natura e la musica tramite la tecnologia (serie Pour des dents d’un blanc éclatant et saines).
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Nella nostra memoria sicuramente devono avere spazio alcune copertine mirabili che sono tanto importanti ed evocative quanto i dischi che presentano: quella di Blowin’ in the wind di Bob Dylan recentemente ripresa dai giornali in occasione della morta della Rotolo, al braccio di Dylan nella foto; quella di Abbey Road dei Beatles che ha suscitato tante discussione sui messaggi subiminali legati alla presunta scomparsa di McCartney; quella di Abraxas di Santana rappresentante una madonna nera in un immagine piena di colori carioca; quella di Tapestry di Carole King domestica e rassicurante; quella di Brain Salad Surgery degli EL&P con il disegno dark e surreale di H.R.Giger; quella schizofrenica ed evocativa di In The Court Of The Crimson King dei King Crimson e moltissime altre. Ed ognuno di noi avrà il suo elenco, le sue priorità e preferenze.

Ma…ma se si parla di opere d’arte appositamente studiate e realizzate per un disco non possiamo dimenticarci dell’agenzia grafica Hipgnosis di Londra. Attiva dalla fine degli anni ’60 fino al 1983, ha realizzato centinaia di copertine per singoli ed album sfruttando la creatività geniale dei suoi soci a cavallo tra grafica, fotografia e cinema e rivoluzionando il modo di creare innovativi package che arricchivano l’opera musicale. Hipgnosis ed in particolare uno dei suoi soci fondatori, Storm Thorgenson, sono legati indissolubilmente alle opere dei Pink Floyd per i quali hanno lavorato da A Saucerful of Secrets (1968) fino a Echoes (2001).

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In particolare la copertina di The Dark Side of the Moon (1973) è stata considerara, ed a ragione, una delle più belle di tutti i tempi: fortemente collegata ai concetti (l’avarizia, l’invecchiamento, la morte e l’infermità mentale) sviluppati dal disco che rappresenta per il gruppo probabilmente il superamento del periodo psichedelico verso sonorità più moderne, è semplice (concetto della luce) e complessa (prisma che scompone la luce) allo stesso tempo. Sembra rammentare l’essenzialità del messaggio sonoro (semplice ed unica fonte della luce) che può trasformarsi in meravigliose composizioni (luce scomposta) attraverso la genialità della mente umana (il prisma).
Non sono da meno le altre opere di Thorgenson (http://www.stormthorgerson.com/) realizzate, oltre che per i Pink Floyd, per i Nice (1971), i Led Zeppelin (1973, 1976), gli Styx (1978), Peter Gabriel (1977, 1979), Alan Parsons (1996) fino al recentissimo lavoro per l’album Let Your Hair Down di Steve Miller (2011). Lo dimostra molto bene la mostra itinerante Pink Floyd, Mind Over Matter in Italia dal settembre dell’anno scorso (Fabbrica del vapore, Milano) ed attualmente a Sestri Levante (GE) presso il Palazzo del Comune.

Davide Palummo, Giugno 2011


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