Brad Mehldau

Martedì 26 Giugno 2018

Brad Mehldau è, a mio parere, uno dei più interessanti musicisti del momento. Nato 48 anni fa in Florida, Brad è un pianista di formazione classica e diventa famoso molto giovane con la serie The Art of the Trio: il primo (I) è del 1996 e l’ultimo del 2001 (V). Sono considerati 5 lavori fondamentali del pianismo jazz nei quali si esplora l’evoluzione della forma trio nella configurazione che si ritiene, dopo l’esperienza di Bill Evans degli anni ’60, perfetta per far emergere la potenza espressiva del pianoforte. In questi dischi, accompagnato dal bassista Jorge Rossy e dal bassista Larry Grenadier, è chiara la sua capacità di arrangiamenti magnifici e l’istinto d’improvvisazione, particolarmente evidente nei tre registrati dal vivo al The Village Vanguard di New York (volumi 2, 4 e 5).
BM
Nonostante i suoi lavori siano giustamente classificati jazz, Brad ama spaziare in tutti campi della musica e nei suoi dischi mescola pezzi scritti da lui, standard, reinterpretazioni di canzoni proveniente dall’area pop e rock: alcuni pezzi, infatti, tradiscono il suo amore per i Beatles, i Radiohead e Nick Drake e per decine di altri famosi artisti della musica “più leggera”. Per capire quanto sia completo, maturo e geniale Brad Mehldau credo basti ascoltare ed analizzare tre suoi recenti dischi che sono completamente diversi uno dall’altro, da tutti i punti di vista. Mi riferisco a Seymour Reads The Constitution! realizzato pochi mesi fa con il trio con cui suona dal 2005 (Larry Grenadier al basso e Jeff Ballard alla batteria), a After Bach, solo piano, sempre del 2018 anche se proveniente da alcune performance di qualche anno prima e, infine, a Thile e Mehldau del 2017, assieme al cantante e mandolinista Chris Thile. Incrociare la lettura di questi tre lavori credo sia estremamente educativo per cogliere l’abilità del pianista di Jacksonville, la sua conoscenza a 360 gradi della musica e la sua voglia e capacità di misurarsi con ogni tipo di sonorità.
3 ultimi CD di BM
Chris Thile e Brad Mehldau si conoscono da anni ma registrano questo doppio CD omonimo solo nel 2017. Thile, dieci anni più giovane di Mehldau e nativo dell’altra sponda dell’America, cresce con la passione per il folk e il bluegrass interpretati con qualsiasi strumento a corda tradizionale (mandolino, banjo, chitarra, viola, basso, bouzouki) ma anche con quella di J.S.Bach cimentandosi più volte con sonate e partite. Forse questo comune amore per Bach e per il genere Americana fa avvicinare Chris e Brad che nel suddetto disco esplicitano tutta la loro curiosità verso un modello espressivo che non vogliono sia in nessun modo limitato da formule o generi preassegnati; è evidente la voglia di reinterpretare una tradizione musicale, che proviene dal pop, dal folk, dal bluegrass americani, con rispetto ed amore per grandi musicisti. E allora diventa abbastanza naturale trovare, a fianco ad alcuni pezzi originali dei due, una magnifica Independence Day di Elliot Smith, Marcie di Joni Mitchell e Don’t Think Twice, It’s All Right di Bob Dylan: i freschi arrangiamenti e l’interpretazione mandolino e voce di Chris e pianoforte di Brad danno nuova vita a queste bellissime canzoni che sono ben radicate nella testa e nelle orecchie di tutti gli amanti della musica pop/rock. Il risultato è spiazzante ma magnifico e, da questa combinazione sulla carta un pò bizzarra, emerge un disco a cinque stelle.
Molti musicisti hanno dovuto fare i conti con J.S.Bach, il genio assoluto della musica barocca che ha scritto per tastiera (organo, clavicembalo, pianoforte) grandissimi capolavori. Tutti i pianisti riconoscono nel Clavicembalo Ben Temperato, nei suoi preludi e fughe, la summa didattica da cui apprendere e su cui studiare: alcuni lo hanno fatto per tutta una vita (come Glenn Gould) altri lo hanno preso come momento di ritiro da esperienze diverse (come Keith Jarrett). Brad Mehldau affronta Bach con grande rispetto e passione conoscendo molto bene non solo la complessità ed il virtuosismo delle sue composizioni ma soprattutto i suoi insegnamenti sull’improvvisazione. I dodici brani che compongono After Bach sono pezzi originali sullo stile bachiano intervallati da interpretazioni di 4 preludi ed una fuga: il lavoro vuole non solo dimostrare le elevate capacità interpretative di Mehldau ma quante lezioni Bach riesce ancora a darci, nel piano (potevamo già saperlo) ma anche nel jazz (stupenda scoperta): il risultato è un disco bellissimo per tutti gli appassionati di musica, poco importa se classica o jazz.
L’ultimo disco di questa trilogia, il più recente, è la conferma che la forma trio rappresenta un modello ideale per un pianista jazz; la compagine oramai è ben rodata perché sostituito nel 2005 Rossy, il primo bassista compagno per la sequenza dell’Art of Trio, con il fido Grenadier e confermato Ballard alla batteria, i dischi realizzati in questa formazione sono oramai molti ed altrettante le performance in giro per il mondo. Il disco omaggia, sin dal titolo, l’attore recentemente scomparso Philip Seymour Hoffman ed un caposaldo della cultura americana: la sua costituzione. Il disco presenta tre composizioni originali e 5 interpretazioni di note canzoni di Paul McCartney e Brian Wilson nell’area pop, di Elmo Hope e Sam Rivers nell’area jazz più uno standard della musica americana proveniente dalla penna di Frederick Loewe, compositore tedesco ma operativo e notissimo negli States nel mondo di Broadway e dei Musicals. Ancora una volta il risultato è eccellente, sonorità setose ed avvolgenti, completa armonia tra i tre strumenti, complicità assoluta e Mehldau che si conferma un camaleonte a suo agio perfettamente con qualsiasi tipo di musica: in questa situazione con il classico jazz che non ci fa per nulla sentire la mancanza del più blasonato trio Jarrett-DeJohnette-Peacock, indimenticabile ma ormai fuori gioco.
Davide Palummo, giugno 2018

DavideP
Archiviato in: DISCHI , Davide Palummo , Cose di Jazz
No Mercy in this Land

Mercoledì 11 Aprile 2018

“Voi due dovreste suonare assieme più spesso”: mai suggerimento è stato più azzeccato. A darlo fu il grande John Lee Hooker durante le registrazione di Burning Hell, un suo grande classico rivisitato nel 2007 all’interno di un disco che vedeva al suo fianco una serie di noti personaggi del blues. I destinatari del suggerimento erano Charlie Musselwhite e Ben Harper annoverati tra i Best of Friends, nome del succitato disco di Hooker al quale collaborarono Clapton, Cooder, Booker T. Jones, la Riatt, Cray, Santana e i nostri due.

Ben Harper e Charlie Musselwhite

Charlie Musselwhite e Ben Harper non hanno bisogno di presentazioni perché, nonostante età ed esperienze diverse, si sono guadagnati un posto d’onore nella grande musica; il comune amore per il blues li ha portati non solo alla succitata collaborazione con Hooker ma a suonare spesso assieme on the road, esperienza che poi è sfociata nel 2013 nel bellissimo Get Up! ed oggi in questo No Mercy in This Land, altrettanto bello e forse più coinvolgente. Questo è un disco che profuma di California, non solo perché è stato registrato a Santa Monica, ma perché le sonorità sono aperte e solari anche quando raccontano di situazioni difficili e tristi. In una decina di canzoni (che diventano 13 nella versione deluxe, contenente tre registrazioni dal vivo al Machine Shop), dove lo spirito di John Lee Hooker è presente e quasi si sente il tempo battuto dal suo piede, emergono situazioni quotidiane, tristi, drammatiche, dure, tipiche delle canzoni blues. La solitudine e la disperazione in When I go che apre il disco ed anche nella successiva Bad Habits, caratterizzata da ritmo sincopato ed armonica lancinante; la speranza di amare e credere in Love and Trust; la debolezza nei confronti del vizio del bere in The Bottle Wins again, con ritmo chicaghiano ed autobiografico rispetto ai noti problemi di alcol di Musselwhite; l’attaccamento ad un vano obiettivo raggiunto in Found The One, cantato quasi come un canto da campi di cotone; la consapevolezza dei limiti dell’amore in When Love is not Enough dalle tonalità pacate e soul; l’ineluttabilità del destino in Trust you to Dig my Grave; la triste storia familiare, probabilmente quella di Musselwhite abbandonato dal padre ed orfano di madre nella canzone che fornisce il titolo al disco e che in meno di 4 minuti, chitarra, armonica e le voci di entrambi, dà una lezione di grande blues con la sentenza Non c’è Pietà su questa Terra!.

Continua con il cinismo di certi personaggi, probabilmente politici in Movin’ On; nuovamente la consapevolezza di una vita difficile nella pacata ballata Nothing at All che chiude magnificamente il disco. Veramente un bel sentire per tutti quelli che amano il blues; disco suonato alla grande da due musicisti che confermano il loro talento e la loro passione per la buona musica.

Davide Palummo, Aprile 2018

DavideP
Archiviato in: DISCHI , Davide Palummo , Blues
FAST REVIEW: RANKY TANKY

Venerdì 5 Gennaio 2018

Per la serie “questo me l’ero perso” ecco un piacevole disco da non trascurare: è l’esordio dei RANKY TANKY con un lavoro (omonimo) di jazz-gospel davvero piacevole. Vengono da Charleston, South Carolina e sono un bel quintetto che innesta tradizioni africane in una vocalità gospel-blues davvero fresca e splendente, tra Mahalia Jackson e Louis Armstrong. La voce di Quiana Parler (vocalist già di una certa esperienza con alcuni big act americani) è calda e vellutata, mentre la tromba di Charlton Singleton impreziosisce il lavoro ritmico e di tessitura realizzato da un buon chitarrista come Clay Ross (che all’occasione canta pure con voce sudista). Tredici pezzi senza cadute di tono o qualità, dalla classicona You Gotta Move a That’s Alright a Oh Death con una spiritualità tradizionale limpida e trascinante. Si finisce con l’ottima Goodbay Song, che profuma di Caraibi e New Orleans. Been in the Storm è gospel d’altri tempi. Per chi segue queste quisquiglie, l’album è finito tra i primi dieci cd della classifica jazz di iTune. Buon anno!

amministratore
Archiviato in: DISCHI , Fast review
Best 2017, Lotta Sea Lice

Mercoledì 27 Dicembre 2017

Eccoci all’annuale appuntamento in cui vi confesso qual’è stato per me il miglior disco di quest’anno, facendo una scelta (lo dico sempre, a rischio di sembrare ripetitivo) soggettiva, discutibile e non basata sull’oggettiva qualità del lavoro prescelto. Sarebbe certo stato facile attribuire il podio, quest’anno, ad esempio a Van Morrison che ci ha deliziato con ben due bellissimi dischi (Roll with the Punches e Vesatile), oppure a Steve Winwood con il suo eccellente Greatest Hits Live, oppure ancora a Gregg Allman con Southern Blood, il suo ultimo e commovente lavoro: ma questa volta ho preferito guardare al futuro e scommettere su giovani artisti che spero sappiano investire nel loro talento. Il lavoro che ho scelto è Lotta Sea Lice di Courtney Barnett e Kurt Vile.
lotta_sea_lice1.jpg
Barnett-Vile, a dir poco una strana coppia che sembra veramente avere poco in comune se non la giovane età (37 anni lui, 30 anni lei). Kurt Vile è forse un pò più noto tra i due: per la sua militanza nella band The War of Drugs che nel 2008 ebbe un certo successo con il disco Wagonwheel Blues e per vari ottimi riscontri ottenuti come solista, canzoni caratterizzate da liriche malinconiche e sonorità che ricordano il rock americano degli anni ’70. In ogni caso negli USA e soprattutto nella sua Filadelfia è piuttosto conosciuto. Courtney Barnett è abbastanza sconosciuta invece, soprattutto lo era prima del suo disco di esordio del 2015 Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit. In realtà un disco molto interessante, un indie rock semplice ma di buona qualità che in qualche modo a me fa tornare alla mente alcuni sgangherati ma talentuosi cantautori americani degli anni 80, uno tra tutti Jonathan Richman. La Barnett è australiana, ha fondato con la sua compagna Jen Cloher una etichetta discografica indipendente (MILK!) ed artisticamente sta crescendo molto bene. Barnett e Vile si conoscono dal 2014 ed hanno subito maturato l’idea di lavorare assieme soprattutto dopo la nascita di una sincera amicizia, oltre che stima professionale. Così viene progettato e realizzato questo disco basato su 9 canzoni scritte dai due tranne una della compagna della Barnett ed una della cantautrice Tanya Donnelly. Il disco si apre con Over Everything la canzone che Vile scrisse nel 2015 e che fu l’invito alla Barnett a cantarla assieme ed iniziare quindi una collaborazione. I testi sono semplici, raccontano la quotidianità, il sound è quasi domestico: le voci dei due si mescolano apparentemente male ma in realtà funzionano proprio in questa tecnica, ricercata o naturale non saprei dire, che porta a sonorità fresche e lineari.

L’alternanza s’impone subito con una seconda canzone scritta dalla Barnett, Let it Go, ancora racconto di una stupefacente quotidianità su un ritornello semplice e ripetuto. La terza traccia Fear is Like a Forest, quella scritta dalla Cloher, inizia più rockeggiante con una chitarra elettrica che sarà la colonna portante: il pezzo comunque funziona ed ha una buona struttura sorretta dalle due voci che qui sembrano più amalgamate. Segue Outta the Woodwork, della Barnett, con struttura quasi country-blues, molto ben costruita su sonorità lente ma equilibrate ed ancora le due voci che si intrecciano coese. Segue uno dei pezzi forti del disco, Continental Breakfast di Vile che racconta la difficile amicizia tra persone che vivono lontane, addirittura in continenti diversi, sulla struttura di una tranquilla ballata a due voci. La sesta canzone è On Script, della Barnett, notturna ballata ben appoggiata sulla voce di lei e su accordi vibranti ed al limite dell’accordatura delle chitarre. Blue Cheese di Vile è ancora un pezzo dai semplici arrangiamenti rock and roll sconfinanti nel rockabilly con annessi urletti e fischi. Peepin’ Tom ancora di Vile racconta le angosce di un ragazzo che non sa che fare delle sue giornate e si sente come un guardone sulla scena della vita. L’ultima canzone del disco, Untogheter, è della cantautrice Donnelly ma non stona affatto nel set delle altre: ancora una struttura da ballata quasi country per raccontare esperienze amorose difficili ma che fanno maturare. Se questo è l’inizio, possiamo ben sperare nel futuro di questa collaborazione che sembra aver fatto tesoro dei grandi autori amati e ben conosciuti dalla Barnett e da Vile: solo in questo lavoro è facile rinvenire le tracce di Neil Young, Nick Cave, Lou Reed, Bob Dylan e molti altri.

Davide Palummo, dicembre 2017

DavideP
Archiviato in: DISCHI , Davide Palummo
I MIGLIORI DEL 2017: 20 DISCHI DA NON PERDERE

Venerdì 22 Dicembre 2017

Dalle parti di Risonanza magari non scriviamo tantissimo, ma l’appuntamento di fine anno lo manteniamo fisso. Fedelmente fisso. Il 2017 è stato un altro anno messo malissimo in quanto a decessi: si pensi soprattutto a GREG ALLMAN e TOM PETTY, e poi (in ordine sparso): BRUCE HAMPTON (quella del colonnello è stata la scomparsa artistica più simbolica della storia: morto sul palco al termine del concerto per il suo compleanno), ALAN VEGA, CHUCK BERRY, FATS DOMINO, CHRIS CORNELL, AL JARREAU, WALTER BECKER.

Ho già avuto modo di fare qualche commento all’anno che si chiude: “L’annata è stata segnata dal ricordo dell’estate del 1967 e da tutto quello che significa per il mondo del rock e del pop, anche e soprattutto nel suo confronto con il presente. L’estate di San Francisco, nata 50anni fa e morta nel giro di pochi mesi, tra acidi e musiche in forme libere, amori e ribellismi vari ci ha portato Janis Joplin e i Grateful Dead, i Jefferson e i Quicksilver, Monterey e compagnia bella. Ma il ‘67 ha soprattutto messo al mondo un movimento musicale, ha fatto intuire che ci potesse essere una socialità che si affratellava attorno a un palco e attorno ad una manciata di canzoni, per quanto folle potesse essere il tutto. Un po’ tutti, per dovere di cronaca, hanno ricordato quell’estate che ha lasciato tracce un po ovunque. Oggi di canzoni ce ne sono sempre di più, l’industria della musica (inutile lamentarsi) c’è e vive benissimo, del resto – soprattutto dell’idea di un movimento dinamico di arti e di culture che si esprimevano attraverso le canzoni e i suoni - non c’è più traccia. Si attende di sapere se un qualche tipo di “movimento” possa essere ancora nell’aria”.
–>

amministratore
Archiviato in: DISCHI
Paul Reddick & The Gamblers

Domenica 19 Novembre 2017

Gabriele Dellepiane, bassista della band The Gamblers che si è fatta notare negli ultimi anni in formazione con Guitar Ray per alcuni bei dischi e importanti collaborazioni nell’area blues con personaggi del calibro di Fabio Treves, Otis Grand e Jerry Portnoy - solo per citare i più noti, da anni sta mostrando anche le sue ottime capacità di manager. In questa veste, e sempre con lo scopo di organizzare serate di grande musica, sfruttando la sua profonda cultura musicale ma soprattutto le moltissime relazioni maturate in oltre 10 anni di carriera da musicista, ha realizzato importanti progetti. L’ultimo di questi è una serie di concerti in Italia di Paul Reddick accompagnato dai suddetti The Gamblers e dai Monkey Junk. Chi ha avuto la fortuna di vederli nelle ultime settimane (allo Spazio Teatro di Milano, al Blues and Soul Festival di Fresonara, al Bar The Brothers di Grezzana ed al Blue Seagull di Chiavari) concorderà con me di aver assistito ad una serata magica: sul palco erano presenti grandissimi musicisti con una sintonia che poche volte si realizza, canzoni bellissime ed un sound a dir poco strepitoso. Il merito di Gabriele è stato quello di costruire un’armonia perfetta tra persone, prima che musicisti, magnifiche. Visto che forse non tutti conoscono i personaggi che hanno suonato nei succitati concerti, vale la pena spendere qualche parola per presentarli. Paul Reddick è un armonicista, cantante e songwriter canadese che negli anni 90 ha girato in lungo ed in largo il Canada ed il Nord America raccogliendo un grande successo con i suoi The Sidemen; tale successo è cresciuto nelle produzioni da solista dal 2010 tanto che le sue canzoni sono state usate in serie televisive, film e pubblicità (ad esempio I’m a Criminal per la Coca Cola). Credo che nulla racconti meglio Paul Reddick delle sue stesse parole, recitate in un breve video nella homepage del suo sito che inizia con “Blues is a beautiful landscape”.

Paul Reddick è un vero artista nel senso che il suo solo ed unico scopo è fare buona musica e ci riesce, a mio parere, con una capacità scenica travolgente, armonie ammalianti e canzoni di grande valore poetico; Reddick ha saputo negli ultimi anni raccogliere attorno a sé valenti musicisti ma soprattutto amici che fanno la differenza sia nelle sue registrazioni (si senta l’ultimo lavoro Ride The One) che nei concerti. Tra gli amici che suonano spesso con Reddick ci sono anche i Monkey Junk. Anche loro canadesi, attivi dal 2008 nell’area blues/rock, sono un trio particolare basato su due chitarre ed una batteria: hanno collezionato decine di premi (tra questi molti Maple Blues Awards) e suonato in tour in Canada, Stati Uniti e spesso anche in Europa. Steve Marriner (anche noto come Steve Gregg), uno dei due chitarristi, è un abile polistrumentista (chitarra, basso, armonica, hammond oltre al canto) che ha iniziato a suonare giovanissimo, ha militato in alcune band di Ottawa (The Johnny Russell Band and the JW-Jones Blues Band) prima di formare i Monkey Junk dopo aver incontrato Tony D. Quest’ultimo, il secondo chitarrista della band, è un musicista italo canadese (D sta infatti per Diteodoro) dalle spettacolari capacità chitarristiche che non passarono inosservate all’inizio della sua carriera; infatti ha suonato nella band di Buddy Guy e nel 1982 ha avuto l’onore di aprire alcuni concerti di Steve Ray Vaughan: questi eventi lo lanciarono nel suo personale progetto, The Tony D Band, fino ad approdare ai Monkey Junk. La potenza di questa band è notevole e può essere colta appieno nell’ultimo lavoro Time To Roll che contiene pezzi originali caratterizzati da un intrigante blend di rythm’n’blues, rock’n’roll e funk boogie oltre ad una cover di Albert King (The Hunter). The Gamblers sono l’ultima componente che è salita sui palchi italiani recentemente con Paul Reddick: in questo caso si tratta solo della sezione ritmica, Gab D (il nostro Dellepiane) al basso e Marcello Borsano alla batteria, che si è spesso configurata come backing band per moltissimi artisti nostrani (ad esempio Alex Gariazzo) ed internazionali (ad esempio Big Pete Pearson), facendo emergere elevate capacità musicali ma soprattutto di supporto e valorizzazione del main artist.
Paul Reddick & friends - 1
Personalmente ero presente alla serata al Blue Seagull, un piccolo pub di Chiavari che spesso ospita interessanti artisti dei più disparati generi musicali. Paul Reddick, un vero animale da palco, ha coinvolto il pubblico con le sue capacità istrioniche e da attore; da vero maestro di cerimonia, inoltre, ha gestito al meglio tutti i musicisti in scena, li ha presentati e portati, di volta in volta, al centro del palco, ha dato spazio ai vari assolo sempre con grande attenzione all’equilibrio delle canzoni. La sua voce ha stregato tutti ma soprattutto la sua capacità di storytelling che è emersa chiara nell’interpretazione di una manciata di suoi brani provenienti dall’ultimo lavoro, Ride The One. Abbiamo potuto ascoltare molte canzoni da questo disco, tra le quali le veloci Shadow e Celebrate e le più ritmate Gotta Find A… e Diamonds, e qualche incursione nel passato con I’m a Criminal. A metà del concerto un “Hey Ray, come on, join us” chiama sul palco Guitar Ray ed un caloroso applauso di affetto incoraggia il grande chitarrista del Tigullio, assente dalla scena da qualche mese.
Paul Reddick & friends - 2
A questo punto sul palco ci sono tre chitarre, la sezione ritmica dei The Gamblers e la magnetica presenza di Reddick con la sua voce e le sue armoniche: la serata diventa infuocata ed il sound incisivo e coinvolgente. Tutti i musicisti sembrano arricchiti dalla presenza degli altri sul palco e riescono ad esprimersi in modo eccellente creando un sound potente e, spesso, da brividi, sia negli assolo che di supporto alle canzoni. Veramente notevole la performance dei chitarristi, tutti provenienti da esperienze completamente diverse ma accomunati dall’amore per il blues; la backing band di Gab D e Borsano crea un tappeto sonoro di perfetto sostegno alle varie canzoni; Paul Reddick è magnifico, con la sua mimica ed il controllo continuo di tutto quello che accade sul palco governato, dal punto di vista dei suoni e degli arrangiamenti, da Steve Marriner. Serata splendida, grande musica, fantastici musicisti: se vi capita non perdete un loro concerto e speriamo in un disco tutti assieme.

Davide Palummo, novembre 2017

DavideP
Archiviato in: Davide Palummo , concerti , Blues