Best 2018, The Prophet Speaks

Domenica 6 Gennaio 2019

Van Morrison 2018

Un altro anno è terminato e come di consueto riguardo indietro alla musica che ho ascoltato ed ai molti buoni CD editi in quest’ultimo periodo per sceglierne uno come il migliore. Fino a qualche tempo fa ero combattuto tra due dischi che mi sono piaciuti particolarmente e che rappresentano delle conferme non solo di grandi artisti in generale ma anche di miei beniamini: si tratta di The Big Bad Blues di Billy Gibbons e Down The Road Wherever di Mark Knopfler. Molto diversi tra loro (ruvido blues texano il primo, sofisticato medley di folk e rock il secondo) sono comunque due lavori godibilissimi che ho ascoltato e riascoltato mille volte. Ma i primi di dicembre è uscito The Prophet Speaks di Van Morrison che ha mandato all’aria tutte le mie considerazioni e si è immediatamente posizionato al primo posto nei miei ascolti. Van Morrison è sicuramente uno dei musicisti che preferisco in assoluto e che seguo ormai da moltissimi anni; recentemente sta stupendo tutti con una produzione intensa - solo negli ultimi due anni ha infatti pubblicato 4 CD (Roll With The Punches e Versatile nel 2017 e You’re Driving Me Crazy e The Prophet Speaks nel 2018) - e di alta qualità anche basata su rivisitazione di suoi vecchi brani, interpretazioni di cover, collaborazioni importanti come quella con Joey DeFrancesco che caratterizza gli ultimi due lavori. Morrison è in un particolare periodo felice nel quale fa solo quello che gli piace fare (così ha confessato in recenti interviste), si è riavvicinato alle sonorità degli anni 70/80 sempre con profonde influenze blues e soul. La sua voce non sembra abbia ceduto di un millimetro negli anni così come la sua voglia di divertirsi e fare concerti: è uno dei musicisti più richiesti al mondo tanto da avere in programma per il 2019 una decina di date al famosissimo Colosseum del Caesars Palace di Las Vegas. Credo che Van Morrison sia conscio della sua statura tanto da ricordarci che ci parla come un profeta in questo ultimo disco, il 40-esimo dopo quel magnifico Blowin’ Your Mind! del 1967 che già conteneva alcuni capolavori, come Brown Eyed Girl, poi ripresi centinaia di volte da vivo ed in altri dischi. The Prophet Speaks è composto da 14 brani, circa 70 minuti di musica, suonato (e co-prodotto) con il polistrumentista Joey DeFrancesco ed il medesimo gruppo del precedente You’re Driving Me Crazy. 6 brani sono scritti dallo stesso Van Morrison gli altri sono cover, più o meno conosciute, di grandi del passato come John Lee Hooker, Sam Cooke, Solomon Burke, Willie Dixon. Le sonorità sono molto soft caratterizzate da ottoni ed organo oltre, ovviamente, dalla ineguagliabile voce di Morrison che si permette, come spesso nel passato, gorgheggi e urletti. Van the Man, con questo disco, ritorna in qualche modo alle origini e mescola sapientemente jazz, blues e soul: non si ripete però pedissequamente ma riesce, ancora una volta, a creare qualcosa di unico ed inimitabile anche se segnato indelebilmente dal suo marchio di fabbrica: un sound sofisticato da club basato su un’architettura classica dove svetta la voce del leader con sottofondo di organo o piano, spesso di fiati ed una delicata sezione ritmica tipicamente jazz. Il disco si apre con Gonna Send You Back To Where I Got You From del grande sassofonista texano Eddie Vinson, ritmato pezzo R&B con sottofondo di organo e tromba. Segue un grande classico di John Lee Hooker come Dimples già interpretato da moltissimi (Spencer Davies Group, Animals, Allman Brothers Band tra i tanti) e qui valorizzato dalla voce di Van e dall’organo di DeFrancesco. Alla terza traccia arriva il primo pezzo di Van Morrison e si riconosce immediatamente dall’attacco degli ottoni e dalla verve della sua grande voce: si tratta di Got To Go Where The Love Is.

Attacca con una chitarra molto soft il quarto brano scritto da Sam Cooke, Laughin and Clownin, un classico blues chicaghiano strascicato con bassi gestiti dall’organo ed alti dagli ottoni. Si torna ad un pezzo di Van Morrison con 5 AM Greenwich Mean Time, anche questo subito riconoscibile dall’attacco vocale del nostro. E’ invece di Solomon Burke il successivo Gotta Get You Off My Mind, lento R&B arricchito anche dalla voce della figlia Shana in sottofondo. Si torna ad un pezzo degli anni 20 con Teardrops di JD Harris, lento blues minimalista con voce e piano che conducono la canzone per ben 6 minuti. La famosissima I Love The Life I Live di Willie Dixon viene interpretata da vero crooner da Van Morrison con il perfetto accompagnamento dell’organo di DeFrancesco. Ancora di JD Harris è la seguente Worried Blues/Rollin and Tumblin ma alla decima traccia torna un pezzo di Van, Ain’t Gonna Man No More, tipica ballata basata sulle mille sfumature della voce del nostro, organo e chitarra jazz. Di un altro sassofonista americano, Gene Barge, è la successiva Love is A Five Letter Word, ancora una classica canzone jazz/blues. Gli ultimi tre pezzi del disco sono tutti di Van Morrison a partire da Love Is Hard Work che si apre con l’armonica e prosegue con il solito alternarsi di voce ed organo; Spirit Will Provide è una classica canzone del nostro dove la voce è magnificamente calibrata; chiude il disco The Prophet Speaks dove Van Morrison ci racconta la sua verità:

Quando il profeta parla, nessuno ascolta
Quando il profeta parla, per lo più nessuno lo sente

Davide Palummo, Gennaio 2019

DavideP
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IL 2018 HA UN SENSO MUSICALE: 20 DISCHI DA NON PERDERE

Sabato 29 Dicembre 2018

Sarà l’abitudine, sarà che qualcuno me lo chiede: in ogni caso ecco i miei dischi da non perdere del 2018 ormai prossimo al tramonto. Per mia incapacità a battere il passo sulla solita mattonella, non riesco ad inserire troppe cose che assomiglino a “compilation”, “raccolta di outtakes”, “prime, seconde e terze prove della tal canzone”, “raccolta delle raccolte”. Allo stesso modo non si trova alcuna traccia di nomi da classifica radiofonica: se ci fossero vorrebbe dire che qualcosa non funziona (o nelle classifiche o in chi qui scrive). Ma in ogni caso diciamola così: ho dato ascolto a circa 130 Cd dell’annata trascorsa, quelli su cui valeva la pena investire tempo e denaro. E questi sono i migliori venti. Quelli che mi hanno emozionato. Quelli che ho ascoltato e riascoltato ed ancora messo in automobile e sentito come sottofondo di ogni cosa. Onestamente i primissimi li ho sentito già un numero importante di volte. Buon ascolto e buon Anno!

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1 - DAN BAIRD AND HOMEMADE SIN - SCREAMER

Disco perfetto di puro rock sudista per il “vecchio” Dan Baird, leader dei Georgia Satellites e nomade del rock’n'roll. Il pezzo più forte, Good Problems to Have, è il classico brano da torrenziale end of the show, ma anche Something Better è un brano da sei minuti di fantastico deja-vu, esattamente quel suono sui soliti tre accordi che gli amanti del genere si aspettano, dagli Skynyrd alla Marshall Tucker Band. Something Like Love, Charmed Life, Bust your Heart e You’re Going Down ripropongono alla perfezione il suono che tra la Florida e la Georgia ha definito la leggenda e le immagini del southern rock. Enorme è il lavoro solista di Warner Hodges, per un disco che Dan Baird consegna per sempre agli amanti del southern e del rock’n'roll.

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2- SCOTT SHARRARD - SAVING GRACE

Difficile trovare un brano così potente e intenso come Saving Grace nell’anno che si va concludendo, ma tutto l’album dell’ultimo chitarrista di Gregg Allman è di qualità cristallina e di emozione vibrante. Si sente che Scott Sharrard è cresciuto con il sound di Muscle Shoals nelle vene, e lo ripropone da Sentimental Fool a Faith to Arise, da Keep me in Your Heart a Sweet Compromise. Il disco è impreziosito dalla presenza di Taj Mahal che interpreta Everything a Good Man Needs, uno shuffle che Scott ha scritto insieme proprio insieme a brother-Gregg.

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3 - MARCUS KING - CAROLINA CONFESSION

Conferma straordinaria per il giovanissimo chitarrista protetto e lanciato da Warren Haynes. Tutto il disco di Marcus King vive tra echi allmaniani e radici di southern soul e la qualità dei pezzi (oltre che delle chitarre) conferma che ci troviamo di fronte ad una realtà destinata a brillare per molto tempo. Confession è un’apertura da applausi e Goodbye Carolina è pura emozione in chiusura. Il resto (Homesick, How Long….) è piacevole e trascinante, con Side Door a confermare che il soul spira forte da queste parti.

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4 - THE GLOAMING - LIVE AT NHC

La formazione irlandese conferma con questo live di essere una punta di diamante universale. Nessuno come loro è in grado oggi di mettere insieme tradizione gaelica, ispirazioni classiche, punte di improvvisazione che non si sa dove situare, se tra il jazz o l’ambient, il minimalismo e la musica da camera. Il rapimento di Cucanandy e Fainleog (18 minuti) portano direttamente al cuore di un esperimento musicale che oggi non ha rivali e neppure imitazioni. Dietro a questo magico orizzonte ci stanno i violinisti Caoimhin O’Raghallaigh e Martin Hayes, il chitarrista Dennis Cahill, il vocalist Iarla Ó Lionáird, ed il pianista Thomas Bartlett. L’Irlanda lo considera un “supergruppo” perché i componenti vengono da decenni di produzioni importanti, spesso in collaborazione con la Real World di Peter Gabriel, che è stato il vero terreno di incontro delle loro vicende e visioni sonore. In ogni caso oggi nessuno era arrivato a mettere a punto un sound così contemporaneamente colto e magico.

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5 - PARKER MILLSAP - OTHER ARRENGEMENTS

La sua Your Water è tra le più belle canzoni dell’anno e questo basta al giovanotto dell’Oklahoma per entrare nei vertici alti della sintesi dell’annata. Visto anche in concerto non delude per niente: è molto meno “copia di Jason Isbell” di quello che si potrebbe immaginare. Chitarre, violino, rock e folk in parti eguali per Parker Millsap e compagni. I pezzi sono tutti brevi, fedeli all’idea di “fare tutto in un paio di minuti”. Ma Let a Little Light I (tra Beatles e Beck) e la dolcissima She ricordano che non serve tantissimo per farsi amare…

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6 - JOHN PRINE - THE TREE OF FORGIVENESS



“Now I lay me down to sleep-I pray the Lord my soul to keep-If I should die before I wake-I pray the Lord my soul to take”
: il nuovo disco dell’immortale John Prine ha dentro autentiche gemme come God Only Knows. Al lavoro sulle dieci tracce ci sono Phil Spector e Iason Isbell, Amanda Shires e Dan Auerbach (Black Keys) che offrono al folksinger dell’Illinois un valido supporto come autori e strumentisti. L’atmosfera si fa nera e glaciale in Caravan of Fools, mentre When I Get to Heaven fa il verso al giorno del giudizio. Un disco che per Prine potrebbe apparire come gli American Recordings di Johnny Cash…

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7 - VICTOR WAINWRIGHT AND THE TRAIN -

Con il pianoforte si può fare di tutto, incidere blues e rhythm’n'blues, honky tonk e grandi ballad. Seguendo (ma non troppo) la strada di Dr. John, Victor Wainwright sa come si prende per la gola chi ascolta e si fa pure circondare da una band con i fiocchi. Così Healing diventa un pezzo capolavoro e tutto il resto gli gira magnificamente intorno. Centotrenta chili di ottima musica: un nome da seguire anche per il futuro (con la sua band: The Train è un ottimo combo con ottoni in bella vista), visto che uno che cresce in una famiglia di bluesman frequentata da Pinetop Perkins può avere ottime carte da giocare….

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8 - MARY GAUTHIER – RIFLES AND ROSARY BEAD

Il lavoro più emozionante della folksinger americana (con il contributo prezioso di MICHELE GAZICH) la porta meritatamente diritta nelle nomination per i Grammy. La storia dell’album è unica e irripetibile: i testi arrivano dalle storie di veterani americani dalle zone di guerra e raccontano di dolori, angoscie e speranze, raccolte da Mary Gauthier con una sensibilità inarrivabile. Voce, chitarra, violino, armonica: la musica nella sua essenza. The War After the War, Stronger Together e l’emozionante It’s Her Love rimettono le cose del mondo sul palcoscenico dell’amore e del dolore. E chiedono solo la partecipazione del cuore.

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9 - SHEMEKIA COPELAND – AMERICA’S CHILD

Forse la migliore vocalist blues della sua generazione, Shemekia Copeland (figlia di grande padre texano) è sicuramente un nome affidabile del blues contemporaneo. Più volte indicata come autentica erede di sua maestà Koko Taylor (anche se solo il destino ci ha tolto la fulgida e crescente grandezza di Valerie Wellington, scomparsa oltre 20anni fa), Shemekia anche con questo album mostra una presenza e una varietà interpretativa confortanti e coinvolgenti, a partire da Ain’t Got Time for Hate.

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10 - NATHANIEL RATELIFFE AND THE NIGHT SWEATS - TEARING AT THE SEAMS

La qualità musicale di Nathaniel Rateliffe è ormai una realtà: chi l’ha scoperto con il primo album e con l’improvviso live, ha avuto il tempo quest’anno di comprenderne la traiettoria. E’ chiaro che dopo Sturgill Simpson la contaminazione tra folk e rhytmh’nblues, tra country ed “americana” è la vera cifra di una serie di artisti e tra questi Nathaniel è uno dei leader. Ha 40 anni ed una vita artistica relativamente recente, ma la scrittura che si dimostra in brani come Babe I Know oppure Shoe Boot è di enorme visione e respiro, inglobando le lezioni di Robbie Robertson e dei Little Feat in eguale misura. Dimenticavo: Babe I Lost My Way (But I’m Going Home) assapora così tanto di anni Cinquanta da lasciare senza fiato….

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11 - MIKE FARRIS – SILVER AND STONE

Da quando ha deciso di lasciare gli Screaming Cheetah Wheelies (southern rock band pazzesca che ha messo la firma su Ride the Tide, Shaking the Blues e Leave your Pride, tanto per dirne alcune….), Mike Farris l’ha fatto soprattutto per fermare il suo meccanismo autodistruttivo. La stessa cosa che ha fatto Jason Isbell quando ha staccato la sua spina dai Drive By Truckers. Farris, ripulito e rimesso in sesto anche grazie ad una conversione religiosa, sta dando vita ad una delle più interessanti esperienze di soul-blues degli USA. Il nuovo disco (con ospiti stellari), fa faville: Movin’ Me è intensa e fremente anche grazie ad un bel solo di Joe Bonamassa; le cover (Are you lonely for me baby, Hope She’ll Be Happier, I’ll Come Running Back to You) dimostrano che il cuore di Farris batte con Aretha Franklin e Al Green, con Sam Cooke e Curtis Mayfield.

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12 - BLACKBERRY SMOKE-FIND A LIGHT

La band georgiana continua a non deludere, dimostrando una maggior coerenza e longevità di altre band sudiste nate a fine degli anni ’90. Le chitarre e il rock sono sempre gli stessi ingredienti, capaci di veleggiare tra il blues e lo Skynyrd’s sound, tra Tom Petty e il boogie. La vetta del disco è I’ll Keep Ramblin’, registrata con Robert Randolph, una arrembante ascesa nel ritmo e nei duetti delle (diverse) sei corde elettriche. Sudiste al midollo sono l’ottima ballad Till the Wheels Fall Off, la ribellistica The Crooked Kind, e Medicate My Mind, mentre Flesh and Bone è una bordata di elettricità e potenza ritmica. Il disco di Charlie Starr e compagni non è solo roboante di rock, perché ci sono cenni di Eagles (Seems so Far) e armonie vocali che ricordano CSNY, ma il finale acustico di Mother Mountain (con reminiscenze da folk psichedelico che occhieggiano anche i Led Zeppelin) e il country di Let Me Down Easy sono ossigeno puro.

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13 - RY COODER - PRODIGAL SON

Dando per scontato (brutto da dire) che il 71enne Ryland non sia in grado di fare “brutti dischi”, c’è da ammettere ancora una volta che Cooder non delude, non esce mai dal seminato, non tradisce. In un disco da apocalisse in cui tutto ruota attorno alla lotta bene-male, peccato-santità, Ry condensa una sorta di riflessione gospel-blues sull’epoca odierna fatta di riletture di brani più o meno famosi, proposta con la solita inarrivabile qualità produttiva. Lo si capisce sin dal primo brano dell’album (Straight Street) che potrebbe far tranquillamente parte del periodo di Paradise at Lunch; sul resto si eleva l’incredibile versione di Nobody Fault but Mine (Blind Willie Johnson) ed anche la nuova Jesus and Woody, dialogo sul presente tra il Figlio e il grande folksinger.

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14 - BIG BIG TRAIN – MERCHANTS OF LIGHT

Il polistrumentista Gregory Spawton guida da oltre venticinque anni questa formazione di prog-britannico che ha pubblicato nel 2018 il suo secondo ottimo live, Merchants of Light. La formazione attuale dei Big Big Train vede Nick D’Virgilio (drums, ha militato nei Genesis), David Longdon (vocals e strumenti vari), l’ottimo Rjkard Sjoblom (guitars), Rachel Hall (violino) e Dave Gregory, entrato in formazione da quattro dischi, a lungo il chitarrista degli XTC di Andy Partridge e Colin Moulding. Nel nuovo live ascoltare Victorian Brickwork è una bellissima esperienza sonora ed emotiva. Anch’essa lunghissima, East Coast Racer conduce invece sui sentieri criptici dei Van Der Graaf, ma conferma che la band di Bournemouth ha idee chiare sulla propria capacità di prolungare il discorso del progressive ben oltre l’età anagrafica dei padri fondatori.

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15 - WILD FEATHERS - GREETINGS FROM THE NEON FRONTIER

Un po’ Band, un poco Jayhawks oppure (volendo) Eagles, i giovanissimi Wild Feathers sono una delle più belle produzioni emergenti dell’immensa America. Cresciuti a Nashville, già apprezzati da Willie Nelson arrivano alla maturità con questo terzo album in cui No Man’s Land è sicuramente il brano più importante e ricco, seguito da Big Sky (con echi di CSN&Y e America) e Wildfire dove il Glenn Frey-Don Henley di Tequila Sunrise dimostra di aver lasciato il segno.

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16 - BLUES TRAVELER - HURRY UP AND HANG AROUND

Finalmente un discone per Popper e Kinchla. A partire da Accelerated Nation la jamming band più sudista (non a caso la collaborazione con Gregg Allman nella mitica Mountain Cry) ritrova il bandolo dopo qualche anno di incertezze. L”insieme suona forte e trascinante come ai tempi dei tour HORDE…

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17 - GURU GURU – ROTATE!


Una formazione di krautrock considerata “minore” ma che ha mantenuto alta la tensione è quella dei Guru Guru di Mani Neumaier. Sempre on stage dalle parti della Germania, è merito di Mani se il Finkenbach Festival è rimasto stabile negli anni, con nomi come Amon Duul II, Faust ed Embryo come protagonisti. Questo Rotate! è un ritorno in studio dopo qualche anno ed è un prodotto importante: ascoltare I Missed So Many Shootingstar per convincersi….

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18 - SOFT MACHINE - HIDDEN DETAILS

Un bel ritorno 37 anni dopo: i Soft Machine oggi sono John Marshall (batteria), Roy Babbington (basso), John Etheridge (chitarre) e Theo Travis e ci regalano un notevole esercizio di jazz-rock sperimentale con un paio di riletture di brani dal catalogo. In tutto il lavoro la chitarra di Etheridge occupa importanti spazi del discorso, che riprende il filo del discorso tra sperimentalità fusion e ritmiche incalzanti. Le migliori? The Man who Waved at Trains (rilettura tratta da Bundles), Life on Bridges, Fourteen Hour Dream, Breath e Flight of the Jet. Ben fatto.

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19 - ERIK STECKEL - POLYPHONIC PRAYER

Il chitarrista della Florida è cresciuto, anche in qualità compositiva. Ed Erick Steckel lo dimostra in un mostruoso blues lento come We Are Still Friends, dove le doti virtuosistiche (giù il cappello) sono messe a frutto di un’atmosfera che è governata da un B3. Through Your Eyes conferma che anche nel suo caso è il soul-blues il vero riferimento, a prescindere dalla solita, vecchia e inutile questione: “è forse nato un nuovo Stevie Ray?”

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20 - MATT ANDERSEN AND THE MELLOTONES - LIVE AT OLYMPIC HALL

L’enorme Matt Andersen, chitarrista canadese, arriva al suo primo live ufficiale dopo una decina di dischi (tra autoprodotti e ufficiali), mettendo insieme un bel pubblico e una reputazione di gran performer. L’autoironica Weightless e la poderosa Devils Bride sono l’alfa e l’omega della sua setlist, dove il rhythm’n'blues la fa da padrone (come dimostra la versione di Going Down) e il romanticismo del rock’n'roll offre vene sognanti. Sentire My Last Day e pensare agli anni d’oro di Bob Seger è quasi automatico….

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PROGRESSIVE: QUALCHE SEGNALAZIONE DOPO GLI AWARD 2018

Martedì 25 Settembre 2018

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(i Guru Guru di Mani Neumeier)

Nei giorni scorsi sono stati assegnati a Londra i Progressive Awards 2018, nell’ottava edizione del più importante evento dedicato a quel genere musicale che dalla fine degli anni Sessanta incrocia rock, musica classica, visioni sinfoniche, influenze jazz e radici celtico-folk. A far la parte del leone negli Awards 2018 è stato il fondatore dei Procupine Tree, Steven Wilson, per l’album della sua maturità (To the Bone, quinto lavoro della sua produzione personale). Altri premi sono andati al più grande chitarrista del progressive nonché uno dei più influenti di tutta la storia del rock, Steve Howe (Yes), ad un autore come Gary Brooker (Procol Harum), ai britannici Big Big Train, ai Caravan (i caposipiti del Canterbury Sound), all’Alan Parson Project, a Phil Manzanera (chitarrista dei Roxy Music). Anche l’Italia ha avuto il suo bel momento di gloria, con la Premiata Forneria Marconi premiata per il suo ritorno sulle scene internazionali con l’album Emotional Tattoos, ultimo lavoro della band milanese che Oltremanica (e nel mondo del progressive) ha un posto di assoluto rilievo.

Ma i premi dell’Award britannico sono stati destinati a prodotti del 2017. E nel 2018? Ecco qualche suggerimento per chi ama o non disdegna il genere.

GURU GURU: ROTATE!

Negli anni d’oro del krautrock, quando le band tedesche erano comunque al centro dell’attenzione per follie sperimentali e anarchia compositiva (e in concerto) i Guru Guru erano una delle formazioni più legate alla forma “aperta” e lisergica di produzione musicale. Meno noti di Can ed Amon Duul, ma forse anche più sperimentali di questi nomi del rock tedesco, la band ha registrato qualche pietra miliare del genere (il leggendario UFO nel 1970, poi Kanguru, Dance of the Flames e Tango Fango, 1976), vivendo in una comune anarco-socialista non lontano da Heidelberg, dove ancora oggi si tiene il più importante festival di krautrock, il FinkiFestival.
Gli ups and downs di carriera, le dipartite più o meno consapevoli, l’afflosciarsi del genere hanno fatto si che i Guru Guru rimanessero in attività soprattutto per il pubblico tedesco, mentre il resto del mondo ne perdeva le tracce. Ora attorno al batterista Mani Neumeier la formazione (che oggi vede anche Peter Kühmstedt al basso; Roland Schäffer alle chitarre e ai fiati; Jan Lindqvist, alle chitarre e tastiere), che è comunque rimasta sempre in attività, pubblica – dopo il fortunato doppio 45 Live, di tre anni fa - un nuovo album davvero importante, stimolante, coraggioso e convincente. Si tratta di Rotate!, un disco importante e robusto, mix autorevole di space rock, suoni sperimentali e anarchia progressive. Il pezzo chiave di tutto l’album è I Missed So Many Shootingstar, una potentissima pseudo-ballad romantica, che da un lato offre insolite aperture melodiche, per poi deflaglare e dilungarsi improvvisamente in una suite chitarristica a mezza via tra Quicksilver e Pink Floyd. Ma tutti gli undici brani dell’album offrono spunti adrenalinici d’altri tempi, sapendo gestire con furbizia anche spunti di free jazz (Digital Analog)e campionature (Anaconda) messe al servizio di un disco che comunque è governato da una percezione fortemente psichedelica (I am a Spaceboy) della musica. Fedeli alla linea di un tempo, ancora ricchi di creatività, rivoluzionari e anarchici come ai loro tempi giovani, i Guru Guru si candidano così alla loro seconda (o terza) giovinezza artistica. E visto il risultato si fa fatica a biasimarli.

BIG BIG TRAIN: MERCHANTS OF LIGHT

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Tra le band emerse dalla monumentale tradizione del progressive inglese (che è stata la vera fucina del genere, da Yes a Genesis, da ELP a Renaissance), una posizione di prestigio se la sono conquistata negli ultimi anni i Big Big Train. Questa vasta formazione guidata dal polistrumentista Gregory Spawton, nonostante la ridotta notorietà è in circolazione da oltre venticinque anni, ha sempre evitato le cadute nel progr-metal ed ha appena pubblicato il suo secondo ottimo live, Merchants of Light. Sedici titoli tratti soprattutto dai titoli dell’ultima produzione, da Underfall Yard (2009) a Second Brightest Star passando da Folklore, album che hanno posizionato la band nei piani alti della scena internazionale e conducendoli proprio ad un premio all’interno dei Progressive Awards 2018.
La formazione attuale è affidabile e propone un sound equilibrato e maturo: Nick D’Virgilio (drums) ha militato nei Genesis ed è uno dei batteristi preferiti da Phil Collins; David Longdon (vocals e strumenti vari) ha lavorato con Steve Hackett; Rjkard Sjoblom (guitars) è strumentista pulito al limite del virtuosismo; Rachel Hall (violino), è perfetta nella capacità di legare rock e sinfonica; da ultimo: Dave Gregory, entrato in formazione da quattro dischi, è stato a lungo il chitarrista degli XTC di Andy Partridge e Colin Moulding.
Nel nuovo live ascoltare Victorian Brickwall è una bellissima esperienza sonora ed emotiva, un pezzo costruito a suite (sedici minuti), che richiama il migliori Genesis per capacità di coinvolgimento e di enfasi. Anch’essa lunghissima, East Coast Racer conduce invece sui sentieri criptici dei Van Der Graaf, ma conferma che la band di Bournemouth ha idee chiare sulla propria capacità di prolungare il discorso del progressive ben oltre l’età anagrafica dei padri fondatori.

SOFT MACHINE: HIDDEN DETAILS

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Premessa: è piuttosto difficile catalogare i Soft Machine all’interno di un puro discorso di progressive rock. Tra le band preminenti del cosiddetto Canterbury sound, questa formazione creata da David Allen, Kevin Ayers, Mike Ratledge e Robert Wyatt nella prima metà degli anni ‘60 è decisamente la meno identificabile. Troppo sperimentale per essere solo rock, troppo psichedelica per essere solo jazz, troppo fusion per essere unicamente progressive, i Soft Machine hanno intinto il proprio pennello in colori d’avanguardia, facendosi influenzare più da Miles Davis che dal rock’n'roll o da Stravinskji, sfoderando alcuni album memorabili (l’esordio, Volume Two, Third, Bundle….) e perdendo poi per strada componenti indimenticabili (Elton Dean, Robert Wyatt…).
Oggi i Soft Machine ritornano in pista con Hidden Details, a 37 anni da Land of Cockayne (datato 1981), ultimo prodotto attribuito “ufficialmente” alla band.
Il ritorno di una formazione leggendaria ad un vero e proprio disco dopo qualche decina d’anni non è cosa da tenere in silenzio, soprattutto perché ad inciderlo ci sono alcuni degli strumentisti che hanno frequentato 50anni fa questa formazione: John Marshall (batteria), Roy Babbington (basso) e John Etheridge (chitarre); Theo Travis (ai fiati e tastiere, già collaboratore di Robert Fripp) è in effetti l’unico musicista a non aver mai inciso un disco con la band negli anni d’oro.
L’album è un notevole esercizio di jazz-rock sperimentale con un paio di riletture di brani dal catalogo. In tutto il lavoro la chitarra di Etheridge (che già negli anni ‘70 si era preso il compito impegnativo di far dimenticare Allan Holdsworth) occupa importanti spazi del discorso, annodando i fili di One Glove, guidando il softjazz di Broken Hill o la ballata intimista Heart off Guard. L’apertura dell’album (la title track) già dichiara le intenzioni rinnovate dei Soft Machine in un gioco ad inseguimento tra sperimentalità fusion e ritmiche incalzanti, mentre The Man who Waved at Trains (rilettura tratta da Bundles) permette a Babbington di governare in modo limpido l’interplay tra gli strumentisti. Due i brani che sovrastano l’orizzonte dell’album: Life on Bridges e Fourteen Hour Dream, pensati quasi come un doppio movimento legato da improvvisazioni soliste. Ma ci sono episodi atmosferici (Breathe) e bozzetti improvvisativi (Flight of the Jett) a rendere il tutto variegato e stimolante. Un album che non può essere catalogato alla voce dei ritorni inutili.

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Brad Mehldau

Martedì 26 Giugno 2018

Brad Mehldau è, a mio parere, uno dei più interessanti musicisti del momento. Nato 48 anni fa in Florida, Brad è un pianista di formazione classica e diventa famoso molto giovane con la serie The Art of the Trio: il primo (I) è del 1996 e l’ultimo del 2001 (V). Sono considerati 5 lavori fondamentali del pianismo jazz nei quali si esplora l’evoluzione della forma trio nella configurazione che si ritiene, dopo l’esperienza di Bill Evans degli anni ’60, perfetta per far emergere la potenza espressiva del pianoforte. In questi dischi, accompagnato dal bassista Jorge Rossy e dal bassista Larry Grenadier, è chiara la sua capacità di arrangiamenti magnifici e l’istinto d’improvvisazione, particolarmente evidente nei tre registrati dal vivo al The Village Vanguard di New York (volumi 2, 4 e 5).
BM
Nonostante i suoi lavori siano giustamente classificati jazz, Brad ama spaziare in tutti campi della musica e nei suoi dischi mescola pezzi scritti da lui, standard, reinterpretazioni di canzoni proveniente dall’area pop e rock: alcuni pezzi, infatti, tradiscono il suo amore per i Beatles, i Radiohead e Nick Drake e per decine di altri famosi artisti della musica “più leggera”. Per capire quanto sia completo, maturo e geniale Brad Mehldau credo basti ascoltare ed analizzare tre suoi recenti dischi che sono completamente diversi uno dall’altro, da tutti i punti di vista. Mi riferisco a Seymour Reads The Constitution! realizzato pochi mesi fa con il trio con cui suona dal 2005 (Larry Grenadier al basso e Jeff Ballard alla batteria), a After Bach, solo piano, sempre del 2018 anche se proveniente da alcune performance di qualche anno prima e, infine, a Thile e Mehldau del 2017, assieme al cantante e mandolinista Chris Thile. Incrociare la lettura di questi tre lavori credo sia estremamente educativo per cogliere l’abilità del pianista di Jacksonville, la sua conoscenza a 360 gradi della musica e la sua voglia e capacità di misurarsi con ogni tipo di sonorità.
3 ultimi CD di BM
Chris Thile e Brad Mehldau si conoscono da anni ma registrano questo doppio CD omonimo solo nel 2017. Thile, dieci anni più giovane di Mehldau e nativo dell’altra sponda dell’America, cresce con la passione per il folk e il bluegrass interpretati con qualsiasi strumento a corda tradizionale (mandolino, banjo, chitarra, viola, basso, bouzouki) ma anche con quella di J.S.Bach cimentandosi più volte con sonate e partite. Forse questo comune amore per Bach e per il genere Americana fa avvicinare Chris e Brad che nel suddetto disco esplicitano tutta la loro curiosità verso un modello espressivo che non vogliono sia in nessun modo limitato da formule o generi preassegnati; è evidente la voglia di reinterpretare una tradizione musicale, che proviene dal pop, dal folk, dal bluegrass americani, con rispetto ed amore per grandi musicisti. E allora diventa abbastanza naturale trovare, a fianco ad alcuni pezzi originali dei due, una magnifica Independence Day di Elliot Smith, Marcie di Joni Mitchell e Don’t Think Twice, It’s All Right di Bob Dylan: i freschi arrangiamenti e l’interpretazione mandolino e voce di Chris e pianoforte di Brad danno nuova vita a queste bellissime canzoni che sono ben radicate nella testa e nelle orecchie di tutti gli amanti della musica pop/rock. Il risultato è spiazzante ma magnifico e, da questa combinazione sulla carta un pò bizzarra, emerge un disco a cinque stelle.
Molti musicisti hanno dovuto fare i conti con J.S.Bach, il genio assoluto della musica barocca che ha scritto per tastiera (organo, clavicembalo, pianoforte) grandissimi capolavori. Tutti i pianisti riconoscono nel Clavicembalo Ben Temperato, nei suoi preludi e fughe, la summa didattica da cui apprendere e su cui studiare: alcuni lo hanno fatto per tutta una vita (come Glenn Gould) altri lo hanno preso come momento di ritiro da esperienze diverse (come Keith Jarrett). Brad Mehldau affronta Bach con grande rispetto e passione conoscendo molto bene non solo la complessità ed il virtuosismo delle sue composizioni ma soprattutto i suoi insegnamenti sull’improvvisazione. I dodici brani che compongono After Bach sono pezzi originali sullo stile bachiano intervallati da interpretazioni di 4 preludi ed una fuga: il lavoro vuole non solo dimostrare le elevate capacità interpretative di Mehldau ma quante lezioni Bach riesce ancora a darci, nel piano (potevamo già saperlo) ma anche nel jazz (stupenda scoperta): il risultato è un disco bellissimo per tutti gli appassionati di musica, poco importa se classica o jazz.
L’ultimo disco di questa trilogia, il più recente, è la conferma che la forma trio rappresenta un modello ideale per un pianista jazz; la compagine oramai è ben rodata perché sostituito nel 2005 Rossy, il primo bassista compagno per la sequenza dell’Art of Trio, con il fido Grenadier e confermato Ballard alla batteria, i dischi realizzati in questa formazione sono oramai molti ed altrettante le performance in giro per il mondo. Il disco omaggia, sin dal titolo, l’attore recentemente scomparso Philip Seymour Hoffman ed un caposaldo della cultura americana: la sua costituzione. Il disco presenta tre composizioni originali e 5 interpretazioni di note canzoni di Paul McCartney e Brian Wilson nell’area pop, di Elmo Hope e Sam Rivers nell’area jazz più uno standard della musica americana proveniente dalla penna di Frederick Loewe, compositore tedesco ma operativo e notissimo negli States nel mondo di Broadway e dei Musicals. Ancora una volta il risultato è eccellente, sonorità setose ed avvolgenti, completa armonia tra i tre strumenti, complicità assoluta e Mehldau che si conferma un camaleonte a suo agio perfettamente con qualsiasi tipo di musica: in questa situazione con il classico jazz che non ci fa per nulla sentire la mancanza del più blasonato trio Jarrett-DeJohnette-Peacock, indimenticabile ma ormai fuori gioco.
Davide Palummo, giugno 2018

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No Mercy in this Land

Mercoledì 11 Aprile 2018

“Voi due dovreste suonare assieme più spesso”: mai suggerimento è stato più azzeccato. A darlo fu il grande John Lee Hooker durante le registrazione di Burning Hell, un suo grande classico rivisitato nel 2007 all’interno di un disco che vedeva al suo fianco una serie di noti personaggi del blues. I destinatari del suggerimento erano Charlie Musselwhite e Ben Harper annoverati tra i Best of Friends, nome del succitato disco di Hooker al quale collaborarono Clapton, Cooder, Booker T. Jones, la Riatt, Cray, Santana e i nostri due.

Ben Harper e Charlie Musselwhite

Charlie Musselwhite e Ben Harper non hanno bisogno di presentazioni perché, nonostante età ed esperienze diverse, si sono guadagnati un posto d’onore nella grande musica; il comune amore per il blues li ha portati non solo alla succitata collaborazione con Hooker ma a suonare spesso assieme on the road, esperienza che poi è sfociata nel 2013 nel bellissimo Get Up! ed oggi in questo No Mercy in This Land, altrettanto bello e forse più coinvolgente. Questo è un disco che profuma di California, non solo perché è stato registrato a Santa Monica, ma perché le sonorità sono aperte e solari anche quando raccontano di situazioni difficili e tristi. In una decina di canzoni (che diventano 13 nella versione deluxe, contenente tre registrazioni dal vivo al Machine Shop), dove lo spirito di John Lee Hooker è presente e quasi si sente il tempo battuto dal suo piede, emergono situazioni quotidiane, tristi, drammatiche, dure, tipiche delle canzoni blues. La solitudine e la disperazione in When I go che apre il disco ed anche nella successiva Bad Habits, caratterizzata da ritmo sincopato ed armonica lancinante; la speranza di amare e credere in Love and Trust; la debolezza nei confronti del vizio del bere in The Bottle Wins again, con ritmo chicaghiano ed autobiografico rispetto ai noti problemi di alcol di Musselwhite; l’attaccamento ad un vano obiettivo raggiunto in Found The One, cantato quasi come un canto da campi di cotone; la consapevolezza dei limiti dell’amore in When Love is not Enough dalle tonalità pacate e soul; l’ineluttabilità del destino in Trust you to Dig my Grave; la triste storia familiare, probabilmente quella di Musselwhite abbandonato dal padre ed orfano di madre nella canzone che fornisce il titolo al disco e che in meno di 4 minuti, chitarra, armonica e le voci di entrambi, dà una lezione di grande blues con la sentenza Non c’è Pietà su questa Terra!.

Continua con il cinismo di certi personaggi, probabilmente politici in Movin’ On; nuovamente la consapevolezza di una vita difficile nella pacata ballata Nothing at All che chiude magnificamente il disco. Veramente un bel sentire per tutti quelli che amano il blues; disco suonato alla grande da due musicisti che confermano il loro talento e la loro passione per la buona musica.

Davide Palummo, Aprile 2018

DavideP
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FAST REVIEW: RANKY TANKY

Venerdì 5 Gennaio 2018

Per la serie “questo me l’ero perso” ecco un piacevole disco da non trascurare: è l’esordio dei RANKY TANKY con un lavoro (omonimo) di jazz-gospel davvero piacevole. Vengono da Charleston, South Carolina e sono un bel quintetto che innesta tradizioni africane in una vocalità gospel-blues davvero fresca e splendente, tra Mahalia Jackson e Louis Armstrong. La voce di Quiana Parler (vocalist già di una certa esperienza con alcuni big act americani) è calda e vellutata, mentre la tromba di Charlton Singleton impreziosisce il lavoro ritmico e di tessitura realizzato da un buon chitarrista come Clay Ross (che all’occasione canta pure con voce sudista). Tredici pezzi senza cadute di tono o qualità, dalla classicona You Gotta Move a That’s Alright a Oh Death con una spiritualità tradizionale limpida e trascinante. Si finisce con l’ottima Goodbay Song, che profuma di Caraibi e New Orleans. Been in the Storm è gospel d’altri tempi. Per chi segue queste quisquiglie, l’album è finito tra i primi dieci cd della classifica jazz di iTune. Buon anno!

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