Robben Ford, back home

Mercoledì 1 Maggio 2013

Robben Ford
Luglio 1990: ero al Pistoia Blues Festival per vedere Jeff Healy; mi aveva incuriosito la sua partecipazione alla pellicola “Il duro del Road House” con Patrick Swayze dove aveva impreziosito il film (filmetto!) con belle canzoni rock-blues. Anche il suo modo di suonare da seduto era molto particolare ma soprattutto mi trasmise da subito una forte e positiva sensazione, quella che viene dalle persone che vivono per la musica e che la usano per comunicare tutto, le loro sofferenze così come le loro gioie. Dicevo, ero a Pistoia per Jeff Healy quando sul palco sale uno sconosciuto, almeno per me, anzi una sconosciuta: da lontano, infatti, le movenze, i capelli lunghi di quella persona che imbracciava la sua Gibson ed avanzava sul palco su vistosi stivali texani mi sembrava una ragazza. Era Robben Ford! Mi innamorai subito della sua voce e del suono della sua chitarra, morbido, ammaliante ma allo stesso tempo sofisticato e coinvolgente. Tornato a casa iniziai le ricerche sul personaggio e sulla sua musica ed approdai al bellissimo disco Talk to your daughter. In realtà nel 1990 Ford era già un musicista maturo ed affermato, alle spalle le collaborazioni con la band del padre (Charles Ford Blues Band) e con grandi personaggi della scena blues (Charles Musselwhite), jazz (Miles Davis) e pop (Joni Mitchell); un’adolescenza in mezzo alla musica (musicisti il padre ed i fratelli), lo studio del sassofono e poi della chitarra, collaborazioni importanti, spaziare dal rock al jazz, dischi d’oro ed un Grammy Award, pochi dischi ma buoni, la voglia di insegnare a suonare (Guitar Dojo), l’uso di chitarre (una Fender Telecaster d’annata ed una Gibson Les Pauls personalizzata) e di strumentazione (il famoso amplificatore Dumble usato da SR Vaughan e da Santana) sofisticate. Tutto questo è Robben Ford che oggi ci presenta Bringing it back home, nuovo lavoro promosso in decine di concerti, molti anche in Italia (in questi giorni di aprile a Roma e Padova ed a luglio a Pistoia). In questo nuovo lavoro sono presenti tutte le grandi passioni di Ford che ha avuto il merito e la fortuna non solo di spaziare dal jazz al blues ma di incontrare personaggi di grande spessore che hanno lasciato un’impronta indelebile nel suo modo di suonare. La recente collaborazione con Larry Carlton credo sia però la più rappresentativa di una maturità espressiva raffinata, fusione di molti generi, basata su un inconfondibile e sofisticato modo si suonare la chitarra.

Bringing it back home, edito dalla Provogue Records – la stessa etichetta dei recenti lavori di Joe Bonamassa, Robert Cray e Popa Chubby - contiene 10 brani, ri-arrangiamento di classici folk, blues e R&B, tutti suonati con la medesima chitarra, una Epiphone Riviera del 1966: tale scelta per mantenere una identità di suono per tutto l’album, sul quale sono stati minimi gli interventi in post produzione – come afferma lo stesso Robben Ford intervistato dalla rivista Premier Guitar (pagg. 74-75-76 #maggio 2013). Il disco è una dimostrazione d’amore per la tradizione musicale americana dalla quale vengono ripescati 8 dei 10 brani del disco interpretati assieme ad un’ottima band: meritano sicuramente una menzione speciale Stephen Baxter al trombone (che riporta Robben al suono degli ottoni, primo suo amore) e Larry Goldings all’organo, sideman di moltissimi grandi artisti (John Scofield, Tracy Chapman, James Taylor, …) oltre che valente tastierista fusion jazz in una ventina di suoi lavori. L’album dal titolo dylaniano si apre con Everything I Do Gonna Be Funky, pezzo spumeggiante di Allen Toussaint che sembra riassumere tutto lo spirito del disco fornendo un assaggio dei vari strumenti e stili dell’intero lavoro improntato alla gioia espressiva del nostro Robben. Dello stesso autore anche la terza traccia Fair Child, dove Robben definisce un ritmo più pressante sempre contraddistinto dal suono limpido della sua chitarra. Uno dei pochi pezzi a sua firma, Oh, Virgina, sia nel titolo che nello stile sembra appartenere al repertorio di James Taylor, anche se la chitarra è nettamente più presente e personale che nei pezzi del coetaneo bostoniano. L’omaggio a Bob Dylan, oltre che nel titolo dell’album, arriva con l’ottava traccia Most Likely You Go Your Way And I’ll Go Mine proveniente dal Blonde on Blonde del 1966 e qui riarrangiata, velocizzata e resa leggera nonostante la storia narrata sia di incomprensione e della decisione di prendere strade diverse. Di Geddins e Fuller è invece il pezzo che chiude il disco, Fool’s Paradise, lento e tenebroso.

Davide Palummo, Maggio 2013

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PATTI SMITH E IL PAPA: UN INCONTRO, UN SORRISO

Giovedì 11 Aprile 2013

patti smith

Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa ch’io porti amore,
dove è offesa, ch’io porti il perdono,
dove è discordia, ch’io porti la fede,
dove è l’errore, ch’io porti la Verità,
dove è la disperazione, ch’io porti la speranza

C’è una voce recitante che declama la “Preghiera semplice†di San Francesco dentro a Constantine’s Dream, canzone racchiusa nel recente ed ultimo (ad oggi) disco di Patti Smith. Una citazione francescana per questa cantante-poetessa statunitense che adora il santo di Assisi e che dalla meta degli anni Settanta alterna versi sciolti e interpretazioni rock, visioni mistiche e ribellioni esistenziali.

Ieri, mercoledì 10 aprile, Patti ha sorpreso un po’ tutti presentandosi in piazza San Pietro all’udienza generale di Papa Francesco. Lui, il Papa argentino, e lei, la rocker newyorchese, accomunati da una mano, da uno sguardo, da un sorriso. Forse, anzi sicuramente, da una preghiera.

Chi non conosce la Smith forse può sorprendersi. Che ci fa una rocker dal Papa? Chi la conosce immagina che questo gesto non sia poi cosi strano - Patti è anche definita “sacerdotessa del rock”, un po’ per la sua postura ellenico-metropolitana, un po’ per il suo misticismo acido e viscerale - ma si sorprenderà lo stesso.

È vero che Patti è un’incredibile e unica ricercatrice di cose vere: vita e morte vanno insieme nelle sue canzoni, insieme a poeti e registi, tossici e ribelli, monaci ed esploratori. È talmente fuori dagli schemi e così fortemente dedicata a cogliere il fascino umano delle cose incontrate, che già alla fine degli anni ‘70, in piena rivoluzione punk, si era innamorata di Papa Luciani a tal punto da dedicargli immediatamente un disco e una canzone (“Waveâ€) alla notizia della sua improvvisa e imprevedibile morte. Ed era una canzone che parlava dello sguardo meraviglioso che quel Papa aveva - in un qualche modo - dedicato a lei:

Quando ti avevo visto affacciarti al balcone /
Il tuo volto mi aveva fatto sentire esattamente ciò che sono /
È stato meraviglioso /
Ero felice /
Mi hai fatto essere felice /
E ora volevo proprio ringraziarti

Noncurante del politicamente corretto, assolutamente disinteressata a chi denigra e svilisce l’autentica esperienza cristiana di conversione e innamoramento per la figura di Cristo e per la sua consolante Madre, Patti Smith ha continuato, negli anni, a confermare la sua entusiastica e profonda attrazione per le radici del cristianesimo, tra gesti di devozione, canzoni-preghiere e canzoni-ricerca. E così, vagando dimessa e attenta tra le mille strade del presente, si è fatta trovare in piazza San Pietro, attaccata alla balaustra dove ieri passava Papa Francesco e sorridendo l’ha salutato, accogliendo la sua benedizione.

Chissà se altri musicisti avranno la stessa semplicità di andare in quella piazza ad ascoltare quell’uomo vestito di bianco che parla di misericordia. Chissà se gli artisti italiani sapranno cogliere l’immenso attimo di uno sguardo amico in cui riversare la propria speranza. Chissà se Patti Smith ci scriverà una canzone. Anche questo potrebbe accadere in quella cosa strana e a volte stupefacente che chiamiamo rock. Anche questo accade sull’immenso e spettacolare sipario della vita.

Walter Gatti

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Padova, ROBBEN FORD in CONCERTO: SIGNORI E’ TEMPO DI FUSION-BLUES

Mercoledì 3 Aprile 2013

robben ford
Pochi sanno suonare la chitarra come il signor Robben Ford. Pochi sanno citare i grandi (da Albert King a BB, da Miles Davis a John Coltrane) senza perdersi nella nostalgia. Pochi sanno integrare le strutture jazzistiche con l’ispirazione rock-blues e tirarne fuori un prodotto di valore. Uno di questi, forse il migliore, è lui. PErsonalmente l’ho scoperto ascoltando l’incredibile Live at Notodden Festival, disco registrato insieme a Jimmy Witherspoon: amore a prima vista, confermato poi da dischi come The blue line e Mystic Mile. Robben non ha la torrenziale aggressività di Poppa Chubby o il tocco glamour di John Mayer: a 61 anni ormai compiuti il californiano si può permettere di ben altro. Amico di Jony Mitchel e George Harrison, collaboratore di Miles Davis e Chick Corea, si è sempre mosso su un crinale in cui il blues scivola dalle parti del be bop e della fusion. Più Larry Carlton che Stevie Ray, Ford ha una classe e un tocco personalissimi, una sorta di swing-rock-blues che lo confermano personaggio non classificabile.
Il suo ultimo CD, Bringing it back home, contiene il lato più morbido della sua ispirazione, come mostra una ispiratissima On that morning (che giocoforza fa pensare a Riviera Paradise di SRV, per il suo continuo gioco di bicordi), mentre Fool’s paradise e Oh Virginia sono soul blues strepitosi e trascinatissimi.

Appuntamento live on stage stasera a ROMA e domani sera a PADOVA (teatro GEOX). Vale la pena e ve lo racconterò…

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INDIEisPONENTE: Abbassiamo i vicini per non disturbare il volume!

Mercoledì 20 Febbraio 2013


Chi l’ha detto che in Italia non c’è fermento intorno alla musica, alla cultura, all’amore per il territorio? Ecco un’iniziativa che dimostra esattamente il contrario. Nata dalla fucina di idee STUDIO VACUO, vera e propria officina della comunicazione del ponente ligure, gestita e condotta da tre giovani teste pensanti che partendo dall’offrire servizi di marketing innovativo per le aziende passano con disinvoltura alla produzione audiovisiva e multimediale, alla progettazione di siti web sino all’organizzazione di un festival musicale: ecco, proprio di questo parliamo oggi. INDIEisPONENTE è un Festival di Musica Indipendente che si volgerà a Cervo Ligure nell’imperiese la prossima estate (8-9-10 agosto). Sono aperte le candidature a progetti originali in lingua italiana, senza distinzione di genere – acustico, rock, ska, reggae, musica elettronica e quant’altro di originale ci sia – che potranno essere presentati nelle tre serate del festival nella splendida cornice di Cervo impreziosita anche da stand e performance artistiche. Sorgono spontanee alcune domande sull’iniziativa e cerchiamo di saperne di più parlando con lo staff di INDIEisPONENTE ed in particolare con Andrea e Gian Maria. Allora, ragazzi, che relazione c’è con il vicino e più blasonato Festival della canzone italiana di Sanremo? “Non c’è nessun tipo di relazione a parte i buoni rapporti con l’armata rossa e Toto Cotugnoâ€. Perché il vostro festival si occupa di musica indipendente? “Perché ha meno spazi a disposizione, perché è un ambiente che da tempo frequentiamo e perchè è un ambito nel quale c’è molto da scoprire. E’ una realtà in gran parte inesplorata, spesso senza una ricerca specifica molti progetti di valore rimangono sconosciuti.†Come è nata l’idea del Festival INDIEisPONENTE? “Studio Vacuo ha sede a Cervo, borgo noto anche per il Festival Internazionale di Musica da Camera, quest’anno giunto alla cinquantesima edizione. Negli anni si è caratterizzato come borgo della musica, e nell’offerta musicale abbiamo ritenuto non potesse mancare un palco per la musica indipendente. Il successo della prima edizione ha confermato che il nostro punto di vista è ampiamente condiviso.â€
Sembra veramente molto interessante per cui invito tutti a seguire questa fase preparatoria dell’evento sul web (www.indieisponente.com) e sui vari canali social attivati…ma l’importante sarà esserci, per cui fissate le date sul vostro calendario, Cervo sarà felice di ospitarvi. Nel frattempo tutti i gruppi che sono interessati a cogliere questa opportunità possono inviare via mail i loro files mp3 o i link alle pagine che ospitano la loro musica. Le segnalazione dovranno arrivare entro il 15 marzo 2013. Sarà l’organizzazione a scegliere le otto band che saliranno sul palco dell’INDIEisPONENTE 2013 secondo il criterio di originalità (astenersi cover band) e indipendenza.
E come dice il claim dell’evento Abbassiamo i vicini per non disturbare il volume!

Davide Palummo, Febbraio 2013

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GUCCINI, THULE E L’INFINITO CERCARE

Sabato 19 Gennaio 2013

(Recensione scritta un paio di mesi fa per il Sussidiario: eccola per Risonanza):

Il nuovo disco di Francesco Guccini e’ da commentare con una caterva di “forse”. Potrebbe essere il suo ultimo lavoro discografico ed anche l’ultimo momento in cui vedere live il cantautore modenese. Lui l’ha detto, che ora appende la chitarra al chiodo di Pavana, ma potrebbe anche essere un “forse”, visto che si e’ dato “solo” un 99% di possibilità di mantenere l’impegno. L’Ultima Thule - questo il titolo dell’album - e’ un disco pieno di sfumature e possibilità, di ricordi e di memorie, spesso caldo per ciò che riguarda ideali e tempi andati, freddissimo e tagliente sul presente e sul futuro.

guccini

L’Ultima Thule e’ un disco onesto, ricco, ben cantato (chi adora l’idioma e la cadenza del Guccini la ritroverà fino in fondo), ma “forse” non pienamente entusiasmante. Forse ci sono dentro troppe nostalgie, forse c’è troppa musica non-gucciniana, forse il coraggio dei bei tempi giovani ha ceduto la poltrona alla fatica sconsolata, ma anche questi potrebbero essere pregi e non difetti. Le canzoni, da Canzone di notte nr.4 (”Quando è stata quell’ultima volta/ che hai sentito tua madre cantare/ quando in casa leggendo il giornale/ hai veduto tuo padre fumare/ mentre tu ritornavi a studiare…/ in quei giorni ormai troppo lontani/ era tutto presente e il futuro/ un qualcosa lasciato al domani/ un attesa di sogno e di oscuro/ un qualcosa di incerto e insicuro“) ad Artisti, sembrano nate tutte al crepuscolo e la passione , che pure c’è, si distende su oasi di stanchezza per una lunga vita vissuta sui libri, sui palchi, sugli ideali.

Su tutto aleggia la voglia di umana verità, il carattere mai sopito del ribelle alle falsità, ma il possente richiamo al passato forse non rende equilibrio del tutto. Tante domande, tanti dubbi: dove e’ finito quello che avevamo sperato? Dove abbiamo sperperato le nostre forze? Chi ci ha impedito di costruire? Quell’immensità a cui tendevamo e’ scomparsa oppure e’ solo nascosta? Domande, come sempre, domande: ma quale disco dell’autore di Radici non se le porta dietro in quantità ingombrante?

Le grandi canzoni di questo disco che segue dopo otto anni il precedente Ritratti, “forse” sono solo quattro, ma su otto pezzi in totale fa comunque una buona percentuale. Emozionante e’ Su in collina, una canzone partigiana di morti sull’Appennino con una melodia cupa e parole che sanno di vento, carabine e sangue. C’è molta coscienza sociale in Quel giorno di aprile, racconto di un Italia liberata da tiranni ed invasori, Paese che si apriva alla speranza di un futuro migliore. Ma forse l’elegia sociale e’ superata in qualità musicale dal pastiche caustico di Testamento di un pagliaccio, una specie di post-mortem in cui i ruoli si sdoppiano, in cui Guccini sembra raccontar di se stesso e di tutti coloro che hanno affidato la vita ad un ideale politico e culturale.

Ma in questo lavoro c’è, monumentale, la canzone che titola il disco, qualcosa che ha il sapore dei libri di Bjorn Larrson (quello della saga di Long John Silver) e di certi racconti di Conrad. Una canzone cocciuta come fosse la prosecuzione e il finale di Velasquez di vecchioniana memoria: “Io che ho doppiato tre volte capo Horn e ho navigato sette volte i sette mari e ho visto mostri ed animali rari, l’anfesibena, le sirene, l’unicorno…..Dov’è la ciurma che mi accompagnava e assecondava ogni ribalderia? Dove la forza che ci circondava? Ora si è spenta ormai, sparita via…..Le verità non vere in cui credevo scoppiavano spargendosi d’intorno, ma altre ne avevo e giorno dopo giorno se morivo più forte rinascevo…..“.

Canzone pazzesca, vero capolavoro dall’incedere ricchissimo, con richiami d’Oriente e di Mediterraneo per una costruzione che sa di etnico, ma anche di ballata, con le chitàrre piene che da sempre sono il marchio di fabbrica gucciniano. E il testo e’ aspro e sferzante, solitario e impavido come in un’epoca post-Avvelenata: “E ora son solo e non ho più il conforto di amici andati e sempre più mi assale la noia a vuotar l’ultimo boccale come un pensiero che mi si è ritorto….. L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo si spegnerà per sempre ogni passione, si perderà in un’ultima canzone di me e della mia nave anche il ricordo“.

Guccini il grande - forse, ancora una volta forse, il piu grande dei nostri cantautori - ha 72 anni. Battiato ne ha 5 di meno. Entrambi hanno dedicato il loro ultimo disco al passato ed all’insostenibile presente. Leonard Cohen, 78enne, aveva dedicato il suo ultimo Old Ideas ai suoi “ultimi tempi”. Verrebbe da dire che e’ dei cantautori riflettere sul crepuscolo. Per fortuna che Guccini il Modenese ci ricorda che “…..ancora farò vela e partirò io da solo, e anche se sfinito, la prua indirizzo verso l’infinito che prima o poi, lo so, raggiungerò”.

Walter Gatti

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2013: L’INIZIO

Sabato 19 Gennaio 2013

Se qualcuno si chiede dove sono finito, la risposta: è sempre qui. Se uno insiste su cosa diavolo stia ascoltando, la risposta è: cose vecchie. Continuo a riascoltarmi il bel CHRIS ROBINSON BROTHEROOD. Devo ricredermi su un giudizio che avevo dato tempo fa: il più recente disco dei MARS VOLTA (Nocturniquet) non è da gettare e un titolo, Empty Vessels Make the Loudest Sound, è davvero interessante.
Fade

Ma condivido una domanda: questo 2013 sta portando qualcosa di buono? Mah: direi non ancora. Ho dato orecchio al nuovo PERE UBU (Lady from Shangai) ma non credo che David Thomas sia al massimo della forma (New Picnic Time rimane per me il più curioso della combriccola). Decisamente meglio il nuovo Fade dei YO LA TENGO: Kaplan, McNew e Hubley hanno fatto un lavoro di fino e quattro anni di silenzio gli hanno portato ottime idee.

devon allman

Avevo una forte attesa per DEVON ALLMAN e il suo esordio solista (Turquoise): le prime cose ascoltate mi hanno lasciato soddisfatto a metà: c’è dentro un po’ di tutto e forse non una personalità precisa. Rimane l’attesa per il nuovo dei LOW: quel che ho sentito in anteprima è davvero notevole. I tre dell’Ohio potrebbero essere il primo vero disco da non perdere dell’anno. Speriamo bene.

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