Venerdì 26 Giugno 2009
Un ingresso di chitarra acustica. Un intro perfetto: sembra musica Made in America. E poi la voce, il canto: “Le case le pietre/ e il carbone dipingeva di nero il mondo/ Il sole nasceva/ ma io non lo vedevo mai laggiù nel buioâ€. Non è un film. E non è nemmeno una canzone d’oltreoceano o della Francia del dopoguerra, è roba nostra, roba italiana. “Nessuno parlava/ solo il rumore di una pala che scava che scavaâ€. Chitarra, cori, anche qualcosina fuori luogo, un arrangiamento ancora un po’ troppo da Italia anni Sessanta, ma non importa, perché questo è uno dei momenti in cui la canzonetta diventa nobile e lascia un segno.
Chissà cosa avevano in mente i liguri New Trolls mentre scrivevano Una Miniera nel 1969, quarant’anni fa. Di certo dietro l’ispirazione di questa canzone ci stanno fatti veri: tanti e tanti italiani andavano a lavorare in miniera tra la Francia e il Belgio. Nella canzone c’è tutto, la lontananza, le radici, l’amore lontano, che viene a galla, forte, tenero e clamorosamente musicale nel ritornello interpretato da un cantante strepitoso come Nico Di Palo: “Tu, quando tornavo eri felice/ Di rivedere le mie mani/ Nere di fumo/ Bianche d’amoreâ€. È una storia, quella raccontata dai New Trolls. Storia di vita, di lavoro, d’amore. E nel suo svolgersi, sbatte contro la tragedia, perché la voce narrante svela che in “un’alba più nera mentre il paese si risvegliaâ€, succede che la miniera inghiotte chi è nascosto nel suo ventre, lasciando “Paura, terrore sul viso caro di chi spera/ Questa sera come tante in un ritornoâ€.
C’è tanta cronaca dietro questa canzone. Nel 1956 a Marcinelle (Belgio), la terra inghiottì 262 minatori della locale miniera di carbone, tra cui molti italiani. Su quel fatto (che in quegli anni lasciò strascichi di cronaca e di dolore popolare) la giovane band ligure costruisce il suo primo successo, incluso in un disco – “New Trolls” – che dava già grandi scossoni rock (chi si ricorda canzoni come Davanti agli occhi miei e Sensazioni capisce).
La canzone italiana dimostra non solo di “essere prontaâ€, ma di essere già entrata nell’età adulta, di potersi confrontare con le coeve di mezzo mondo. Certo, magari si porta dietro qualche arrangiamento melodico e italico di troppo, ma ci si può fare il callo, se si pensa al profluvio di violini e di orchestrazioni inutili e fasulle che imperversano in certi pezzi dei Beatles. E inoltre val la pena ricordare che proprio i New Trolls da qui a poco daranno via a uno dei più pretenziosi, folli e suggestivi dischi dell’intera produzione del rock italiano, quel Concerto grosso in cui barocchismo, citazioni shakespeariane (”to die, to sleep, maybe to dream….”) e sonorità hendrixiane (i due bandleader Di Palo e De Scalzi erano due chitarristi notevoli; il primo dopo un grave incidente ha rallentato l’attività musicale; il secondo - polistrumentista - è ancora in attività ; i due - nella foto - spesso “ricostituiscono” la grande band) costringeranno pure i critici inglesi a definirlo: “a fantastic example of symphonic rock experimentation”.
Un capolavoro melodico. Una trama e una costruzione cinematografica e non importa se alla fine si ritorna al via (anche dopo la tragedia il ritornello ricorda che “Tu quando tornavo/ eri felice…â€), quel che conta è che tutto regge perfettamente, anche all’usura del tempo, e non sembra una canzone uscita dal lontanissimo 1969.
Se l’avessero incisa gli Eagles oggi mezzo mondo sarebbe qui a cantarla, come Desperado e come Hotel California (e anche da quelle parti c’erano miniere…..).
Walter Gatti
Questa non è la recensione ad un bellissimo disco ma l’omaggio ad una coppia di jazzisti eccezionali, purtroppo non più fra noi. Stiamo parlando di Michel Petrucciani e Niels-Henning Ørsted Pedersen, scomparsi improvvisamente e giovanissimi (37 anni il primo e 58 il secondo) lasciando un impronta indelebile nella musica jazz ed una produzione importante quantitativamente ma soprattutto qualitativamente. Nel 1994 si sono incontrati alla Copenhagen Jazzhouse con la voglia di misurarsi con una manciata di standard in una formula, il duo piano-basso, non proprio usuale nel jazz. Infatti, almeno sulla carta, questo tipo di duo non è equilibrato e fortemente a rischio di far scomparire nella preponderanza dello strumento principale (il pianoforte) il contributo dell’altro (il contrabbasso): così non è stato e la registrazione, inedita e pubblicata solo pochi mesi fa dall’etichetta francese Dreyfus Jazz, ci testimonia intesa e colloquio continui tra i due grandi musicisti e un’interpretazione profonda e bellissima di pezzi noti delle migliori penne della musica come Ira Gershwin, Sonny Rollins, Miles Davis, Charlie Parker, Oscar Pettiford, Thelonious Monk. Il lavoro è distribuito su 2 CD per un totale di 15 pezzi e circa 2 ore di musica che, nella sua ottima registrazione dal vivo, ci permette di apprezzare la vivacità , la grandissima intesa - fatta di accelerazioni, attese e rallentamenti - e la genialità dei due interpreti che possono a tutti gli effetti considerarsi dei giganti e mostri sacri del jazz.
Riderebbe l’ironico Petrucciani di questa definizione (gigante): nonostante i problemi fisici che lo hanno costretto per la sua breve ma intensa vita in un corpo minuscolo e sgraziato, quando era seduto al pianoforte è sempre riuscito ad esprimersi come un autentico virtuoso, degno erede del grandissimo pianista statunitense Erroll Garner, dal quale ha imparato l’istinto d’improvvisazione e la velocità di movimento sulla scala bicolore; parallelamente alle centinaia di sue composizioni Petrucciani si è spesso confrontato con gli standard, soprattutto quelli di Miles Davis per il quale nutriva una vera e propria passione, con la voglia di far emergere da quei pezzi tutto quello che è inespresso e sopito. Anche se doveva usare una estensione della pedaliera e si aggrappava al pianoforte per raggiungere le note più lontane sulla tastiera le melodie che crea sono meravigliose e dal vivo - ho avuto il privilegio di vederlo molte volte e ne ho quindi testimonianza diretta - trasmetteva sensazioni indimenticabili mescolate a suggestioni ed armonie di infinita grazia. Petrucciani ha suonato con grandi personaggi della scena musicale jazz (all’inizio della carriera con Kenny Clarke, Lee Konitz e Charles Lloyd poi successivamente con Dizzy Gillespie, Jim Hall, Wayne Shorter, Palle Daniellson, Eddie Gomez e Steve Gadd solo per citarne alcuni) e, qualche anno prima della scomparsa, con il famosissimo bassista danese Pedersen.
 Niels-Henning Ørsted Pedersen, meglio noto come NHØP per abbreviare la complessità del suo nome scandinavo, si è fatto conoscere per la sua formidabile tecnica nel suonare il contrabbasso al quale era giunto dopo anni di studi classici al pianoforte. Il forte legame con il suo paese gli ha in qualche modo impedito una grande carriera internazionale ma gli ha permesso comunque importanti collaborazioni come session-man con i grandi musicisti che approdavano nel vecchio continente (a partire da Ben Webster, Bill Evans, Brew Moore, Bud Powell, Count Basie, Roy Eldridge, Dexter Gordon, Dizzy Gillespie, Jackie McLean, Roland Kirk, Sonny Rollins e molti altri). Con NHØP è stato fatto un passo avanti nell’utilizzo melodico del basso oltre a quello più classico di accompagnamento e supporto ritmico, basato sul modo particolarissimo di suonare lo strumento a quattro dita e sulle sue straordinarie capacità interpretative.
 Cosa cercava Demetrio Stratos? Cosa inseguiva nei dieci anni della sua “carriera musicaleâ€? Ragazzino ortodosso cresciuto ad Alessandria d’Egitto in una famiglia greca, Demetrio è cresciuto tra riti bizantini e musicalità arabe. Poi, passando per gli anni scolastici vissuti a Cipro, arriva a Milano, si innamora del beat e del rock’n’roll, entra nel “giro†di Adriano Celentano e diventa voce e tastiera dei Ribelli di Gino Santercole. È qui che il suo nome inizia a lasciare un piccolo segno (ricco di grande personalità ), con l’interpretazione di una delle più belle canzoni-beat dell’Italia del boom: Pugni chiusi: “Pugni chiusi, non ho più speranze, per me c’è la notte più neraâ€. È la rampa di lancio per il ragazzo ortodosso, che a ventisette anni, nel 1972, con Victor Busnello al sax, Patrick Djivas al basso, Patrizio Fariselli al piano, Paolo Tofani alla chitarra e Giulio Capitozzo alla batteria, forma gli Area.
Al Premio Tenco, attorno al ’90, furono presentati ai giornalisti i rinati Dischi del Sole (che nel frattempo avevano chiuso per mancanza di fondi e per “abbandono†da parte sia del Pci che del Psi). C’era Michele Straniero (nella fotina), ex salesiano, poi acerrimo nemico di tutto ciò che era cattolico o clericale (per lui il confine era labile), poi ancora critico verso il Partito comunista diventato nuova liturgia confessionale). Straniero raccontava cosa erano stati i Dischi del Sole e l’avventura di Cantacronache (altra esperienza di ricerca musicale sulle tradizioni popolari e di protesta) e cosa era costata la loro genesi. Ero lì per Il Sabato e mi ero fatto raccontare la storia dietro i dischi, le amicizie tra i musicisti, i contrasti con il partito e l’intellighenzia. A un certo punto i bisogni del potere i suoi compromessi avevano tagliato via quella fetta di esperienza artistica, che da popolare si era ritrovata ad essere senza più pubblico e senza più soldi per andare avanti. Ecco, cantante, scrittore, sceneggiatore, triturato come tanti altri nelle regioni di partito, Ivan Della Mea ha scritto nel 2007 una celebre missiva a Fausto Bertinotti in cui riprendeva quegli stessi ragionamenti di Michele Straniero, in cui ha ricordato come la classe operaia (e con essa i suoi cantori istintivi) è “stata distrutta in nome della ragione di partito sempre più coincidente con la ragione del potereâ€. Il suo ultimo libro, Se la vita ti da uno schiaffo, è un romanzo biografico pubblicato per la Jaka Book. Ho ancora a casa una copia di Ci ragiono e canto, lo spettacolo del ’66 e ‘69 portato nei teatri da Dario Fo con Ivan, e di Ringhera, anno ‘74, comprata quando avevo 16 anni. Musiche aspre e intense (ad esempio Sent un pu, Giuan), non sempre belle e dove spesso l’urgenza dei motivi e delle cause supera la necessità del comunicare con bellezza. E’ vero: non son musiche da tutti i giorni, in un tempo in cui il comune sentire progressista è quello di Neffa o dei Tiromancino. Canzoni dimenticate, quelle di Ivan. Forse canzoni da rivalutare come pezzi di storia, brandelli della cultura italiana di fine secolo, lascito di un personaggio che – come molti – ha dato dal profondo senza ottenere in cambio quello che purtroppo mamma ideologia non avrebbe mai potuto dare.
 Serata di grande musica il Primo Maggio al Festival Blues & Soul di Sestri Levante (Ge); nonostante l’origine triste e malinconica del genere la serata è stata tutt’altro che “blue†ed ha fatto letteralmente impazzire il popolo del blues, chiamato a raccolta per un appuntamento oramai arrivato alla sedicesima edizione. Gli Spiritual Gangsta, un ottima band locale, hanno aperto la serata e scaldato l’atmosfera ma tutti stavamo aspettando Guitar Ray & The Gamblers ed il loro ospite d’eccezione, Deitra Farr. Ho avuto modo di vedere in azione la band varie volte negli ultimi anni ma oggi sono evidenti a tutti l’evoluzione e la crescita in un sound veramente equilibrato e di grande impatto; il merito va principalmente a Guitar Ray, al secolo Renato Scognamiglio, alla grandissima passione per il blues, che sprigiona da ogni nota, ed alla sua band affiatatissima e composta da elementi di innegabile valore. Se fossimo in televisione diremmo che Mr Ray buca lo schermo: Renato è, infatti, un grandissimo front man, dotato di una tecnica e capacità espressiva con la chitarra eccezionali, accompagnate da una voce pastosa e profonda: mix perfetto per coltivare la passione del Blues Elettrico nella grande tradizione di Muddy Waters. Negli anni ha avuto la capacità di affiancarsi a professionisti/amici di altissimo livello, di rivoluzionare l’assetto del gruppo e aggiungere gli ottoni per dare maggiore nerbo al suono; l’incontro con un grande personaggio del blues internazionale come Otis Grand ha fatto il resto: è così che un gruppo del Tigullio riesce ad oltrepassare i confini per diventare una grande band internazionale di Blues con date in tutto il mondo (prossimamente a Piacenza, Castelfranco, Genova, Rapallo in Italia mentre all’estero a Beirut, Bilbao, Madrid, Zurigo e molte altre location europee). Il recente CD, Poorman Blues, prodotto ed arrangiato dal succitato Otis Grand, ha dimostrato la messa a punto di una band validissima e con la capacità di affrontare blues classici con sfumature tex-mex, rock’n’roll e rythm&blues e risultati degni di una grande e rodata formazione.