ADRIANO CELENTANO, IL MUTUO, LA BELLEZZA

Martedì 10 Gennaio 2012

Adriano celentano
“La bellezza è nelle pietre”. Davvero? Ma chi l’ha detto? Adriano Celentano. Quando il molleggiato ha pubblicato a fine novembre Facciamo finta che sia vero, non si può dire che il mondo musicale si sia impressionato più di tanto. Nove pezzi, con un po’ di collaborazioni eccellenti (Jovanotti, Manu-Chao, Franco Battiato con il filosofo Manlio Sgalambro, Raphael Gualazzi, Nicola Piovani…), nessuna perla, un po’ di routine e di divertimento per un prodotto che comunque ha venduto benino, visto l’asfittico mercato italiano della canzone, così legato nel bene e nel peggio ai personaggi veicolati e lanciati dai talent-show del piccolo schermo. Un disco “fortemente politico”, l’aveva definito lo stesso Celentano, coccolato da chi cavalca il tema “indignazione” per gli sprazzi di coscienza sociale “terra terra” (e proprio per questo sempre efficacissima) che Adriano getta nella mischia.

Cantato bene anche quando il pezzo non è da applausi (Ti penso e cambia il mondo), il cd contiene pezzi intriganti (Anna parte e Non so più cosa fare forse sono le migliori) e si chiude con Il mutuo, canzone scritta dallo stesso Celentano che contiene una favolosa provocazione finale, puntualmente snobbata e sottostimata. La canzone ruota attorno allo sfaldamento del benessere e del benpensare economico dell’era nostra faticosa, al mutuo come unica speranza di noi tutti più o meno indebitati nei confronti del futuro. Arrangiamento contaminato, con orchestra e chitarre elettriche, campionamenti e un po’ di pop nostalgico, tra anni ’60 e nuovo millennio messi insieme, con quell’inglese maccheronico e onomatopeico che aveva fatto la fortuna di Adriano già nel celeberrimo Prisencolinensinainciusol.

Il mutuo, giocoforza, è stato ben saccheggiata tra interviste e recensioni, visto che non mente sullo stato di crisi e sulla necessità da parte di tutti di rimboccarsi le maniche per evitare il salto nel baratro: “rinunciando a qualcosa, per primi gli industriali, se non lo faranno, i padroni ricchi falliranno, è inutile poi andar in Cina, in cerca di un nuovo profitto, E’ solo questione di tempo, verrà il giorno che pure la Cina si inceppa…”.
E’ stato scritto e detto: Adriano indignato, Adriano come Grillo, Adriano in piazza. Diciamo pure che Celentano è storicamente il primo dei musicanti indignati, dai tempi dell’Albero di trenta piani, dai tempi di Chi non lavora non fa l’amore (“Dammi l’aumento signor padrone, così vedrai che in casa tua e in ogni casa, entra l’amore”), dalle serata belle e folli del re degli ignoranti a Fantastico 8 in un lontano ma strepitoso anno 1987. Indignazione divertita, ecologista, religiosa, infarcita di antico buon senso e di eticità apparentemente superata. Che Adriano sferzi, non è insomma una novità, è cronaca.
Però quando lo fa, il “Celebre” non è mai puramente distruttivo, così anche in questa canzone ad un certo punto tira fuori il coraggio con cui guardare avanti: “serve solo un po’ di coraggio per davvero ricominciare, e ridare un volto alle città, quartieri e piccoli artigiani, su per gli antichi selciati, dove l’arte e la cultura, affondan le loro radici”. E’ uno dei suoi temi caldi, ma fin qui è una “solita” canzone di Celentano, interessante e carina, ma senza nulla di eccelso.

E invece ecco la “svolta finale”: come nelle sue trasmissioni televisive, quelle che gli han fatto fare tante volte la figura del predicatore catodico, Adriano cala l’asso. Un lungo parlato con sottofondo di archi che mette tutti a tacere:

Ma l’unico Boom che ci potrà salvare
E’ solo il Boom, il Boom della bellezza
E allora l’Italia sarà bella come una volta
Senza piĂą nessuno che vuole dividerla, spaccarla, invocare la secessione
E la gente sarà felice perché avrà qualcosa da amare
qualcosa che è dentro il proprio DNA… la bellezza
La bellezza di un Italia unita, dell’ambiente,
di come sono fatte le case, la belleza della gente che si
incontra nelle piazze,
nei bar, nei piccoli negozi.
La bellezza delle cose fatte a misura d’uomo dove la corruzione
e la violenza non possono attecchire, perché sarebbero
troppo esposte.
Quella bellezza che è dentro di noi, fin dalla nascita
e ci tiene saldamente attaccati alla veritĂ 

poiché nasce dalla verità e non ci permette di fare
cose di cui vergognarsi,
perché la bellezza è ovunque: nell’uomo, nelle donne,
nei vecchi, nei bambini, nelle pietre.
Anche se i partiti e i governi arraffoni di tutto il mondo
dopo il famoso Boom economico…
l’hanno mezza massacrata…
Ma noi possiamo ricominciare,
e fare le cose da capo,
perché lei è lì
è lì che ci aspetta
fin dalla notte dei tempi”

Ricominciare si può, ammettendo che la bellezza è anche nelle pietre. Reagire a partire da quella “bellezza che è dentro di noi, fin dalla nascita, e ci tiene saldamente attaccati alla verità”.
Brivido. Non per la melodia riuscita o per l’intonazione o per un buon riff di chitarra, ma per il senso stesso delle parole dette. Forse abbiamo ancora bisogno di Celentano e dei suoi dischi. Anche di quelli meno riusciti. Senza scomodare il principe Miskin….

Walter Gatti

amministratore
Archiviato in: CANZONI , Walter Gatti
IL 2012, GIORGIO GABER, IL DESIDERIO

Lunedì 2 Gennaio 2012

Gaber
“Il desiderio, è la cosa piĂą importante che nasce misteriosamente, è il vago crescere di un turbamento, che viene dall’istinto, è il primo impulso per conoscere e capire, è la radice di una pianta delicata, che se sai coltivare, ti tiene in vita”. Nove anni fa l’autore di queste parole, Giorgio Gaber, ci lasciava. Era il 2003 e il signor G aveva solo 64anni. Chitarrista da quando aveva dieci anni, amico di Tenco e Jannacci da quando non aveva neppure la licenza media, Gaber ha scritto cose che vanno oltre la semplice canzone, fosse pure la cosiddetta e fastidiosamente sbandierata canzone d’autore. Testi difficilmente incasellabili, necessitĂ  sempre crescenti di raccontare le storie della vita scritte per tentar di dar luce alla vita, narrazioni e composizioni pensate per il palcoscenico inteso come luogo in cui non si può e non si deve mentire sul presente e sull’uomo: l’autore milanese dal 1970 (l’anno del Signor G) fino ai suoi ultimi giorni ha raccontato in venti album un modo unico di guardare la vita. Imprevedibile, politicamente libera, esistenzialmente provocante.

Nel 2001, Gaber entrava in studio con una selezione di canzoni scritte al solito con l’alter ego Sandro Luporini e produceva uno dei suoi dischi più importanti, La mia generazione ha perso. Disco notissimo per alcuni brani tra cui La canzone dell’appartenenza (“Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi”) e Il potere dei più buoni (“Penso alle nuove povertà, che danno molte visibilità, penso che è bello sentirsi buoni, usando i soldi degli italiani, è il potere dei più buoni, costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni”). Un disco che confermava libertà e dolore di questo autore “di sinistra ma non della sinistra”, un musicista che tutta la cultura dotta o di moda evitava perché fastidiosamente non collocabile, visto che non è ammodo dire in canzone che “sento che hai ragione se mi vieni a dire che l’uomo sta correndo e coi progressi della scienza ha già stravolto il mondo però non sa capire cosa c’è di vero nell’arco di una vita, tra la culla e il cimitero” (Il terzo millennio) e nella canzone successiva (La razza in estinzione) prendersela con la Chiesa, con gli esibizionismi sessuali, con gli intellettuali coglioni, con i compagni sfiatati. Disco di asprezze, di disillusioni culturali e politiche, di memorie storiche banalizzate dagli stereotipi (Destra-Sinistra), di rivoluzioni fallite, di amori ammosciati, di personalità onnivore e azzerate (L’obeso): disco sociale e politico potentissimo, come pochi altri nella carriera di Gaber. Disco di umanità senza paragoni.

Tra gli altri titoli, poi, ecco la canzone citata nell’introduzione, Il desiderio, una di quelle per cui la canzone italiana può andar fiera di se stessa. Con una linea melodicamente non prevedibile – ma è tratto di tutta la produzione del musicista milanese da Anche per oggi non si vola in poi, dove le influenze della canzone francese e di certa musica da scena scombinano l’ascolto della normale produzione cantautorale italiana – la canzone è un immergersi nel senso di ciò che è desiderio, dal particolare dell’amore uomo-donna all’universale del proprio esserci qui ed ora, sguardo poetico dentro le autentiche viscere dell’energia umana che parte dall’amore per ritrovarsi alle prese con le forze e i tempi dell’esistenza: “Il desiderio, è la cosa piĂą importante, è un’attrazione un po’ incosciente, è l’affiorare di una strana voce, che all’improvviso ti seduce, è una tensione che non riesci a controllare, ti viene addosso non sai bene come e quando, e prima di capire sta giĂ  crescendo”.

Il nuovo anno, questo 2012 speranzoso, è arrivato a zittire le malelingue dell’anno precedente. E si poteva iniziare ricordando alcuni titoli mostruosi che in quest’anno celebrano il proprio anniversario, dall’esordio di Bob Dylan (1962) a Surfin Safari dei Beach Boys (1962), da Harvest di Neil Young (1972) a Made in Japan dei Deep Purple (1972) a Exile on Main Street degli Stones (1972). Ma tutto questo tripudio di bel rock oggi, forse, non regge il ricordo di Giorgio Gaber, che in un 1 gennaio ha tirato il sipario sul suo teatro canzone. Lasciando però il ricordo vivo e fisico di quelle parole con cui provare ad affrontare con umanitĂ  un anno che s’avvia: “Il desiderio è il vero stimolo interiore, è giĂ  un futuro che in silenzio stai sognando, è l’unico motore, che muove il mondo”. Buon anno

Walter Gatti

amministratore
Archiviato in: CANZONI , Walter Gatti
LA MIA TOP, A PARTIRE DAGLI OVER THE RHINE

Sabato 31 Dicembre 2011

over the rhine

Tempo fa avevo lanciato un sondaggio (http://southlanditaly.wordpress.com/2011/11/25/vota-il-best-del-2011/) e alla fine i voti hanno premiato Lucinda Williams (http://www.risonanza.net/?p=245), Warren Haynes (http://southlanditaly.wordpress.com/2011/04/15/warren-haynes-man-in-motion/) e Gillian Welch (http://www.risonanza.net/?p=258). Un trio bellissimo, direi, con dischi che rimarranno nel tempo.

Personalmente continuo a pensare che il disco dell’anno sia THE LONG SURRENDER degli Over The Rhine. dopo dieci mesi di ascolto non mi stanca quell’andamento retro e quella magia mitteleuropea che Karin Bergquist e Linford Detweiler stemperano nelle loro canzoni.

Tra le tante canzoni di The Long Surrender, Rave On rimane una delle piĂą intense. Merito dell’interpretazione di Karin, davvero importante e intensa.

Gli altri della mia personale classifica dei top sono mediamente quelli che avevo inserito nel sondaggio.
Comunque la mia opinabilissima top ten è così composta (ad altissima composizione femminile):

1-OVER THE RHINE, THE LONG SURRENDER
2-ROBBIE ROBERTSON-HOW TO BECOME CLAYRVOIANT
3-GILLIAN WELCH-THE HARROW AND THE HARVEST
4-LUCINDA WILLIAMS-BLESSED
5-CHRIS CORNELL-SONGBOOK
7-TOM WAITS-BAD AS ME
8-WARREN HAYNES-MAN IN MOTION
9-MY MORNING JACKET-CIRCUITAL
10-RYAN ADAMS-ASHES AND FIRE

amministratore
Archiviato in: DISCHI , Walter Gatti
Ricordi del 2011

Martedì 27 Dicembre 2011

Vorrei chiudere questo 2011 ricordando due artisti a me molto cari che sono mancati durante l’anno andando tristemente ad arricchire una lista di lutti impressionante che ha visto scomparire tra gli altri Gary Moore, Pinetop Perkins, Clarence Clemons, Amy Winehouse. Ma un posto particolare nel mio cuore avevano, ed avranno per sempre, Bert Jansch e Phoebe Snow. Il caso me li ha fatti incontrare molti anni fa in uno dei tanti negozi di dischi londinese che spesso bazzicavo dove acquistai L.A Turnaround di Jansch ed il primo album omonimo della Snow. A parte questa casualità, un paio di album del 1974 con i quali ho cominciato la loro conoscenza, li accomuna molto poco se non essere mancati prematuramente, essere ottimi chitarristi e vicini al folk, voci malinconiche e profonde allo stesso tempo, liriche intime: finiscono qui le analogie perché lei è americana, di New York City, lui scozzese, di Glasgow; lei è cresciuta ascoltando Delta Blues, musica classica e da Musical, lui la grande tradizione inglese senza disdegnare Woody Guthrie e Pete Seeger.
null
Ho avuto la fortuna di vedere dal vivo, sempre a Londra, Bert Jansh con la sua fedele chitarra e quella voce, a volte inquietante a volte calda e passionale, riconoscibile tra mille; canzoni tristi che parlano d’amori impossibili, leggende d’altri tempi ma anche storie di tutti i giorni; sempre presente l’inconfondibile suono della sua chitarra dominata con tecnica e maestria uniche. Scoprire quello che aveva fatto con i Pentangle negli anni sessanta e poi da solo successivamente è stata una magnifica avventura: se da noi Jansch è conosciuto solo da pochi appassionati di musica, in Inghilterra è una vera e propria leggenda, alimentata dalle sue moltissime presenze dal vivo in concerti, festival, locali dove sempre ha mostrato il suo eclettismo nel suonare la chitarra ed una grande capacità di fondere elementi folk, blues e jazz e di scrivere liriche bellissime e parimente andare a riscoprire pezzi della tradizione. Dei suoi 23 album solisti, oltre ai 6 con i Pentangle, credo siano fondamentali per capire la sua poetica il primo del 1965 e l’ultimo del 2006. L’album omonimo del 1965 è un vero capolavoro e non a caso è compreso in “1001 Albums You Must Hear Before You Die” e Jimmy Page lo considera assolutamente all’avanguardia al momento della sua pubblicazione. Contiene alcuni gioielli come Needle of Death ed Angie, ripresi poi centinaia di volte dal vivo ed in altri album. Black Swan del 2006 è invece l’ultimo album registrato da Jansch con il supporto di alcuni musicisti d’eccezione, come Beth Orton, oltre al figlio Adam dove affronta alcuni pezzi della tradizione oltre ad una manciata di sue canzoni. Certo, se di parla di pezzi della tradizione non è possibile dimenticare la sua interpretazione di She Moved Through The Fair presente nell’album Toy Balloon del 1998, resa celebre dai Fairport Convention ma interpretata da moltissimi altri artisti tra cui John Martyn, Van Morrison con i Chieftains e Rory Gallagher.
null
Se Jansch dava il meglio di sĂ© dal vivo, Phoebe Snow era riservata ed ha sempre disdegnato le apparizioni in pubblico: anche per lei per l’album omonimo del 1974 possiamo parlare di capolavoro tanto da farle guadagnare un Platinum Record oltrepassando il milione di copie vendute in USA ed un Grammy Awards con il brano Poetry Man che l’ha resa celebre; bellissime anche Harpo’s Blues e la classica San Francisco Bay Blues, assieme ad altri pezzi che valorizzano le capacitĂ  di Phoebe che si avvale di valenti musicisti come Steve Gadd (batteria), David Bromberg (chitarre) e The Persuasions (cori). Phoebe Snow dimostra sin dall’inizio di essere una grande cantautrice, dall’immensa sensibilitĂ  musicale, capace di usare tonalitĂ  blues e jazz per arricchire i suoi pezzi oltre alla grande maestria con la chitarra; e lo conferma con il successivo Second Childhood del 1976 dove, ancora al fianco grandi sideman come David Sanborn (sax) e Ron Carter (basso), fornisce una bella prova, forse maggiormente jazzata della precedente; spiccano in questo secondo intimo lavoro Cash In e There’s a Boat Dat’s Leavin’ Soon for New York dove la sua voce si fa esile, calibrata con vibrati continui che danno enfasi al pathos dei brani stessi.
Con queste poche parole spero di avere reso omaggio a Bert Jansch e Phoebe Snow andando a ricordarli a chi ha avuto la fortuna di incontrarli nella propria esperienza musicale e incuriosendo invece chi non li conosce, fornendo qualche spunto per andarli a scoprire: sarà una vera gioia ed un’esperienza importante per la propria cultura musicale.

Davide Palummo, Dicembre 2011

amministratore
Archiviato in: DISCHI , Davide Palummo , folk
VOTA IL MIGLIOR DISCO DEL 2011

Venerdì 25 Novembre 2011

sound

Qui si propone un giochetto-sondaggio: quale è il miglior album del 2011?

Ho caricato alcuni dischi (sicuramente ho dimenticato qualcosa, ma la sostanza c’è tutta) qui:

http://southlanditaly.wordpress.com/?p=324&preview=true

Cliccate, partecipate, votate.

Poi vediamo cosa succede…

Cheers

WG

CHRIS CORNELL: UN LIVE GLACIALE E TRAGICO

Giovedì 24 Novembre 2011

Chris cornell
Tra tutte le cose esplose nella Seattle del grunge, la voce e la rock-attitude di Chris Cornell è una di quelle che più val la pena di approfondire, quasi non siano ancora state colte nella loro autentica portata. Vocalist dei Soundgarden, poi in solitario e recentemente di nuovo in una band di interessante presenza on-stage, gli Audioslave, Cornell ha storia, qualità e personalità di primissimo livello e il tutto si mescola nel suo ultimo lavoro, Songbook, un live puramente acustico che entra a far parte dei dischi che sinceramente val la pena ascoltare di questo 2011.

Inutile ricordare che Cornell non è uno che passa a va sulla scena del rock. Ha raccolto meno di Eddie Vedder e per forza di cose non è divenuto leggenda come Kurt Cobain, ma guidando i Soundgarden ha registrato due dischi da antologia come Louder Than Love e Superunknown, poi incidendo le voci del disco più mitico e off di tutto il grunge, Temple of the Dog (che contiene un brano da leggenda come Say Hello to HEaven). Mentre a partire dalla seconda metà degli anni Novanta decessi e sbandamenti mandavano in malora il suono di Seattle e i Pearl Jam rimanevano l’unica band in servizio permanente effettivo, Cornell si dava da fare per disintossicarsi e registrare alcuni dischi a dimostrazione che scrivere canzoni era ed è il suo mestiere, e che la marcia in più lui ce la metteva con una partecipazione vocale, profondissima, disperata, raramente scontata. Questo suo nuovo disco, semplice e gelido, eppure cristallino e di vibrazione umana rarissima, permettono di capire di che stoffa è fatta la musica di Cornell: la potenza della voce, la pulizia dell’estensione e la partecipazione urlante fanno di lui uno dei più grandi rock vocalist della storia – basterebbe ascoltare la versione acustica di As hope and promise fade, che apre il nuovo album – in una ipotetica classifica che a parere di chi scrive continua a vedere il signor Robert Plant come inarrivabile. Quando in questo live Chris intona I Am the Highway (dal primo disco degli Audioslave) c’è un senso di maledizione, di fuga e di disperata impotenza e dignità, che proseguono nella magnifica Can’t Change Me, dal suo primo e struggente disco da solo, Euphoria Morning, e anche nella tumultuosa Wide Awake (da Revelations degli Audioslave). Nemmeno due citazioni nobili come Thank You (Led Zep: e il confronto con Plant non gli fa male) e Imagine (Lennon), presentate in una forma semplice e lineare, riescono a dissipare nuvole e turbini ventosi, perché anche su di loro aleggia un’atmosfera psichedelica e tragica che non permette l’assuefazione da ascolto. L’ex Soundgarden ha confezionato un disco acustico che ha lo stessa tensione di prodotti di quei pochi altri autori che hanno vissuto o vivono sull’orlo dell’infinito o della tragedia (Neil Young, Townes Van Zandt, Ian Curtis, Lou Reed, Nick Cave, Alan Vega, Joe Strummer…), sensazione che si respira fisica nell’ascolto di Call me a Dog (tratto dal già citato Temple: guardalo nel video) e che restituisce un’istantanea della Seattle del grunge priva di qualsiasi colore fumettistico o di cartolina. Voce e chitarra, canzone dopo canzone, Cornell transita da Black Hole Sun (il più grande successo dei Soundgarden) a The Keeper ed a Fell on Black Days (tratta da Superunknown) e finge di placarsi solo in alcuni episodi (Cleaning my gun e Scar on the Sky), piccoli esempi di canzone pop interpretata da un animo sofferente, totalmente privo di ironia e leggerezza e in quanto tale improponibile a un pubblico-pop che di certe angosce difficilmente saprebbe cosa farne.

Venti anni dopo la stagione di Seattle, Chris Cornell si fa ascoltare oggi come sintetizzatore, come purificatore, come concentrato dei suoi tempi presenti e andati, figlio illegittimo di un rock che ormai pare incapace di esprimere altro che quella ignobile paccottiglia di sound-televisivo da videoclip. Cobain, Wood, Staley: chi se n’è andato non può provare a raccontare la storia della psichedelia grunge e di quella che avrebbe potuto diventare nel tempo. Parla chi è rimasto: i Pearl Jam sono ancora in circolazione e dimostrano un sound che rimarrà nel tempo; Novoselic, bassista dei Nirvana, oggi fa l’uomo politico, mentre Dave Grohl ha messo in piedi una band capace di dischi tosti (come Echoes, Silence, Patience & Grace) e canzoni strepitose (una su tutte: The Pretender). Gli Alice in Chain sono oggi poca cosa, mentre le reunion dei Soundgardern hanno anch’esse poco senso. Meglio Cornell da solo, che riesce a dar vita a vecchi e nuovi fantasmi. Gli stessi che ho frequentato anni fa entrando in un cinema di New York per vedere il film Kurt and Courtney. Non so se questo film-documento di Nick Broomfiel sia mai arrivato in Italia, forse solo in Dvd. Tutta la prima parte di questo documentario raccontava la vita nei sobborghi di Seattle ed Aberdeen, tra casette di legno e giardini poco curati, bidoni della spazzatura e locali notturni di bassa lega. Si incrociavano nelle immagini le vicende di Cobain e Cornell e Cantrell (Alice in Chain) e Eddie Vedder. Il senso ribelle e desolato di quelle immagini, di quello stordirsi tra alcool e altro, forse finalmente superato (Cornell da anni vive finalmente “sobrio”), forse solo invecchiato lo si sente ancora in questo disco. Potentemente solitario, fortissimamente ruvido. Anche se non si sente una sola chitarra elettrica in tutto il disco. E neppure lontanamente il beat di una batteria o la puzza acida di un distorsore.

Walter Gatti

amministratore
Archiviato in: DISCHI , Walter Gatti