AMAZING GRACE: ARRIVA IL TERZO VOLUME

Martedì 10 Agosto 2010

Cover AMAZING GRACE Walter Gatti
Dopo un buon anno di lavoro, eccoci qui a festeggiare la nascita di AMAZING GRACE, STORIE E CANZONI DI GOSPEL, BLUES, SOUL AND FOLK MUSIC. E’ il terzo volume della collana Educare con la musica di Itaca Editore (www.itacalibri.it) e si può ordinare online al sito dell’editore e di molte altre realtà editoriali.

Come nel passato è stato realizzato con il contributo di Riro Maniscalco, Stefano Rizza e Walter Muto, nonché di altri amici-esperti che ne hanno scritto alcune schede. Com edice il titolo si parte da uno dei più grandi spiritual della storia, per scorrazzare dalle parti delle musiche nere e delle musiche tradizionali.

Sarà disponibile da fine agosto. Credo che potrà piacere a chi ha letto i due precedenti. Ed anche a chi non se li è filati. Buona lettura e fatemi sapere i vostri commenti.

WG

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COSA SARA’ AL MEETING, 25 AGOSTO

Domenica 1 Agosto 2010

Cosa sarà
Lo confesso: questi ultimi sono stati mesi di bailamme. Ti alzi e sei già in ritardo su tutto. Vai a nanna e pensi che devi alzarti presto per cercare di mettere qualche pezza. Così alla fine anche Risonanza ne fa le spese.
Una cosa è certa: la musica continua.
E quindi eccomi qui ad invitare tutti (un anno dopo HELP!) a venire a vederci-sentirci al Meeting di Rimini, dove presenteremo COSA SARA? (MERCOLEDì 25 AGOSTO, ORE 15.00).Sarà un pomeriggio di ospitate: verranno MARINA VALMAGGI, LEANDRO BARSOTTI, ALFREDO MINUCCI e MASSIMO PRIVIERO. Oltre, ovviamente, agli autori del libro.

Fate circolare la notizia, fatevi vedere, venite a salutare.

Walter Gatti

MAURO PAGANI: SUONI DI TERRA E DI MEMORIA

Mercoledì 30 Giugno 2010

mauro pagani
Nella cornice davvero rilassante ed accogliente della Corte di San Domenico, un cortile seicentesco nel pieno centro di Lodi ho assistito a uno dei più bei concerti dell’estate 2010. Protagonista in scena è stato uno dei pochi autentici grandi della nostra musica, Mauro Pagani, autore e polistrumentista che ha lasciato la sua firma sugli anni migliori della Premiata Forneria Marconi, su prodotti indimenticabili della discografia di Fabrizio de André (è lui il produttore di Creuza de Mà) e più in generale su una visione matura e internazionale della musica italiana, mai come con lui aperta alle più disparate suggestioni etniche.

Serata intensa per le sonorità ricche e mai prevedibili, per la calda voce di Pagani, per il suo trascorrere quasi casualmente da chitarra a violino, da flauto a mandola, per l’umanità notevole di questo musicista che mai ha abbandonato una ricerca del senso e delle cose della vita. Serata intensa anche per la scelta imprevedibile dei pezzi in scaletta: invece che restare nel solco delle proprie cose, Pagani – che da anni alterna l’attività di musicista a quella di arrangiatore e produttore: ha creato un proprio studio di registrazione, Officine meccaniche, dove vanno a registrare molti dei migliori di oggi e di quelli che “funzionanoâ€, da Baustelle a Nina Zilli – ha alternato cose italiane e capolavori altrui, navigando con eleganza da Looking for someone, un titolo dell’acerbo e già meraviglioso Trespass dei Genesis, a Luglio, agosto, settembre nero, anthem a firma Area, passando per Moonchild dei primissimi King Crimson di Robert Fripp. Ovviamente nella serata c’è spazio per la produzione di Pagani, con alcuni pezzi celebri di Creuza de mà (su tutti una versione splendida di Sinàn Capudàn Pascià), l’autobiografica Alibumaye, scritta durante una sera solitaria di domande su se stesso, E Ti amo in questo istante, traduzione italica di una canzone del russo Vladimir Vysotskij già presentata lo scorso anno al Club Tenco e l’intensissima e sincera Domani, la canzone incisa con il meglio dei cantanti e musicisti italiani per le genti terremotate di L’Aquila.

Commovente (almeno per me) risentire la riproposizione di Europa minor, brano tratto dal primo disco solista di Pagani, un titolo d’atmosfera mediterraneo-maghrebina che già conteneva il futuro di mezzo rock italiano, visto che la sua originaria registrazione coinvolgeva Pfm, Area (Demetrio compreso) e Canzoniere del Lazio, in un anticipo di quel supergruppo dalla vita brevissima che furono i Carnascialia di Pasquale Minieri e Giorgio Vivaldi (band folkrock eccezionale che - guarda caso - vidi per la prima e unica volta nella piazza del Mercato di Lodi, nel 1978).

La formazione con cui si è presentato Pagani in scena a Lodi (e che lo segue nella sua torunée estiva) s’è arricchito in alcuni brani della voce del cantante woolof Badara Seck (che ha inciso il suo primo Cd, Farafrique, proprio negli studi del polistrumentista italiano), senegalese dalla vocalità prorompente e controllata, che ha aggiunto al suono già così convincente dello show una nota d’altri mondi e d’altri orizzonti.

Divertente il finale, con Pagani che didascalicamente introduce “mi piace sempre terminare uno show con un titolo nuovo, un pezzo appena scritto…â€, parole che lasciano il pubblico al giro d’arpeggio iniziale di Impressioni di settembre, capolavoro in quel capolavoro che è il disco d’esordio della Pfm. Serata da ripetere mille volte, potendo.

Serata perfetta nel trittico gratuito La corte in festa che ha portato nel centro lombardo anche Vincenzo Zitello (uno dei più grandi arpisti viventi), l’ucraino Vladimir Denissenkov e Davide Giandrini, il miglior discepolo di Giorgio Gaber e del suo teatro-canzone. Tutta l’Italia è zeppa di festival, concerti, rassegne e concertini. C’è chi cerca di fare le cose in grande: la Corte in festa di Lodi è esempio del “piccolo di enorme sensibilitàâ€. A volte basta poco….

Walter Gatti

amministratore
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SID GRIFFIN: EBBENE SI, ADORO IL SUONO ACUSTICO

Venerdì 25 Giugno 2010

Coal porters
Si può attraversare il rock, sognarne gli orizzonti, goderne i successi e poi abbandonarlo e dedicarsi totalmente alla musica acustica, a quel bluegrass fatto di banjo e violini che in Bill Monroe (e non in Beatles o Hendrix) ha il suo punto di riferimento? Ebbene si: si può! L’ha fatto Sid Griffin, (il primo da sinistra nella foto) personaggio simbolico del country rock americano, ex leader dei leggendari Long Ryders, che con la sua ultima band, i COAL PORTERS, stupenda formazione anglo-nordamericana, ha appena licenziato uno dei più bei dischi del 2010, Durango (per chi li vuole sentire ci sono anche due opportunità live: 2 luglio, Livorno, Parco d’arte contemporanea; 3 luglio, Pelago, Firenze, On the road festival). Abbiamo raggiunto Sid che, amabilmente, si è concesso in questa lunga conversazione (thanks Giulia):

Dopo trentanni di musica, questo Durango mi ha dato l’impressione che la lunga stagione del rock è (almeno per te) terminata. Ora per mister Griffin c’è solo il bluegrass e il suono acustico?

Confermo. Ormai i Coal Porters non suonano più rock. E non lo faccio neppure io personalmente. Abbiamo registrato quattro album di bluegrass acustico e ciò significa che da dieci anni tutto ciò che ho fatto è suonare questa musica, con l’eccezione del reunion tour dei Long Ryders, nel 2004: da allora non ho più toccato una chitarra elettrica.

Quindi: viva l’acustico?
Mi sto divertendo assolutamente di più suonando bluegrass, o “alternative bluegrassâ€, come ci piace chiamarlo tra di noi della band. Da quando abbiamo iniziato a interpretare questa musica le nostre vite professionali sono migliorate, ci chiedono di suonare più spesso negli Usa e anche in Inghilterra il nostro profilo è molto più quotato di prima. Quando i Coal Porters suonavano rock erano una piccola parte del tutto: avevamo un pubblico fedele, che però non aumentava. Ora la nostra audience è in continua espansione, abbiamo nostre canzoni sempre in circolo e ieri c’era addirittura la mia foto sul giornale…

Questo Cd ha il sapore del capolavoro: riflette forse un periodo di grande affiatamento tra i componenti della band?
Questo è il miglior album che ho mai realizzato. L’attuale formazione dei Coal Porters è la migliore line-up che ho mai avuto, con Neil Robert Herd alle chitarre, Carly Frey al violino, Dick Smith al banjo e Andrew Stafford al basso. Poi siamo andati da Ed Stasium, il produttore di innumerevoli nomi illustri, dai Ramones a Blinda Carslile, per la produzione. Se hai tutte queste cose e hai anche delle buone canzoni, beh allora sei sulla strada buona per fare un grande disco…

Avete registrato Durango in una serie di live session nello studio-abitazione in Colorado di Stasium: perché avete scelto questo modo “antico†di lavorare?
E’ stata un’idea di Ed. Suo figlio, che lavora come ingegnere del suono a New York, un giorno l’ha chiamato per dirgli che stava lavorando con Willie Nelson e che Willie e la sua band registravano esclusivamente live, senza sovraincisioni. Mi è venuto in mente che quando ho scritto il mio libro su Bob Dylan e i Basement Tapes, Million Dollar Bash, anche Dylan e la Band registravano totalmente live. Non avevo registrato mai prima così ed ho scoperto che è tremendamente divertente. Lo raccomando a tutti…

Parlando delle canzoni del disco, Roadkill Breakdown e Squeaky sono insieme a Closing time genius i titoli migliori, nell’alternanza tra ballads e brani strumentali…
Sono tutte belle canzoni! Roadkill Breakdown è stata scritta da Dick Smith, il nostro virtuoso del banjo, probabilmente il miglior strumentista europeo. E’ una canzone fantastica da suonare ad ogni show e spero che un giorno registreremo un disco totalmente strumentale. Ma le canzoni con un testo, come Closing time genius, scritta da Neil Robert Herd, le “canzoni cantate†che forse hanno dietro anche un’esperienza personale, sono quelle su cui siamo concentrati attualmente.

Nel cd c’è anche una cover insolita di Like a hurricane, di Neil Young…
L’abbiamo imparata per una festa di compleanno di un’amica nello Yorkshire, una festa a sorpresa per questa persona che ama Young più di chiunque altro. E gli abbiamo dato una veste velocissima, perché il bluegrass è un genere molto veloce: questo è il motivo per cui Buddy Holly, Chuck Berry ed anche Elvis erano dei grandi fan di Bill Monroe e dei suoi Bluegrass boy, perché la sua musica era veloce e ti scuoteva! A differenza del rock’n’roll ti scuoteva acusticamente. Così abbiamo trasformato Like a hurricane in una canzone di Monroe…

Avete avuto occasione di farla ascoltare a Young?
Un mio amico lavora per Neil Young in California, così gli ho inviato un file MP3 per avere l’opinione di Neil sulla nostra versione, ma non ho mai avuto un riscontro. Allora quando è uscito il Cd l’ho mandato a questo amico, dicendogli “fallo sentire a Neil e facci sapere cosa ne pensaâ€, ma non ho ancora avuto notizie. Così forse credo non gli sia piaciuto, ma non ne sono certo.

Tu hai lasciato il rock per immergerti nel bluegrass: cosa significa per te guardare alla tradizione?
Ero stanco di suonare rock’n’roll. E’ molto rumoroso e ormai solletica solo una certa parte del pubblico. Con la musica acustica tu invece puoi piacere ai giovanissimi, puoi portare i tuoi figli ai concerti e puoi anche portare tua nonna, se ti va. Invecchiando ho iniziato a concentrarmi su band come Los Lobos o Pogues: questa gente ha preso la musica delle loro origini e ha generato qualcosa di nuovo e differente a partire da essa. A un certo punto ho iniziato a pensare che avrei dovuto fare la stessa cosa. E così quando abbiamo iniziato a suonare in forma acustica in una serie di concerti, la cosa mi ha affascinato: suonare bluegrass, folk e country era il tentativo di rendere contemporanea la musica di mio padre e di suo padre. Questo è ciò che stanno facendo oggi i Coal Porters.

Credi sia un periodo positivo per la musica tradizionale americana?
Assolutamente si, questo è un periodo molto positivo per l’american roots music e noi speriamo di essere parte di questo sviluppo. Ci sono circa tremila festival bluegrass in tutto il mondo e ce ne sono addirittura in Giappone! Non è fantastico?
Ci puoi fare qualche nome di artisti e bands che apprezzi particolarmente e consiglieresti di ascoltare?
Per chi ama i Coal Porters e Durango e vuole ascoltare musica dello stesso spessore io consiglierei uno dei progetti alternativi di Jerry Garcia, Old & in the way, una band che suonava bluegrass e che ha fatto tre meravigliosi album. Poi sono da seguire gli Hot rize, ottimi, e gli Hayseed dixie, che hanno un gran seguito di gente che apprezza le loro versioni roots di classici del rock. Poi ci sono Mumford & Sons, che stanno diventando molto popolari anche se sono solo poco più che ventenni e i Nickel Creek, bravi anche se un po’ troppo jazzy per i miei gusti. Inoltre vi suggerisco Peter Case: è appena uscito un suo nuovo disco, Wig, veramente fantastico.

Sid, tu non sei solo un musicista, ma anche uno scrittore, poeta e biografo: cosa stai combinando sugli altri versanti della tua vita?
Ho terminato di scrivere un nuovo libro su Bob Dylan, Shelter From The Storm, concentrato sul periodo della Rolling Thunder Revue e di Renaldo & Clara. E’ il secondo titolo di una trilogia dylaniana e per scriverlo ho intervistato in due anni Roger McGuinn, Arlo Guthrie, T-Bone Burnett, Ramblin’ Jack Elliott, Ronnie, Hawkins, David Mansfield e tanti altri. E’ un libro che mi ha preso tantissimo tempo e impegno. E quando non scrivo… suono con i Coal Porters. E ti assicuro che è un gran divertimento suonare con questi compagni di viaggio!

Walter Gatti

amministratore
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JIMI E LE SCOPERTE DI NETTUNO

Lunedì 26 Aprile 2010

K
È Stato detto e scritto tutto su Jimi Hendrix negli ultimi quarant’anni che ci separano dalla sua tragica e prematura morte; di sicuro unanime è la definizione di più grande chitarrista di tutti i tempi, innovatore nel modo di comporre e suonare con grandi influenze su tutti i chitarristi venuti dopo di lui.
È Stato detto e scritto tutto su Jimi Hendrix nei migliaia di libri pubblicati in tutto il mondo tra cui, solo per citarne alcuni tradotti in italiano, La stanza degli specchi. Jimi Hendrix: la vita, i sogni, gli incubi (Feltrinelli, 2008), Jimi Hendrix. Angeli e chitarre (Editori riuniti, 2006), Jimi Hendrix. L’uomo, la magia, la verità (Mondadori, 2006), La grande storia di Jimi Hendrix (Giunti, 1997), Jimi Hendrix. Una chitarra per il secolo (Feltrinelli, 1992), Jimi Hendrix Experience (Castelvecchio, 2003) ed il prossimo Jimi Hendrix. The Guitar Experience (Auditorium, 2010).

È Stato detto e scritto tutto su Jimi Hendrix ma non ascoltato tutto: infatti al fianco dei 3 dischi (ed una manciata di singoli) pubblicati in vita e dei molti postumi (alcuni anche poi rigettati ed esclusi dal catalogo ufficiale come Midnight Lightning e Crash Landing) molto materiale è ancora negli archivi. Nella sua breve e fulminante carriera, che può facilmente essere inserita negli anni sessanta ma che ha espresso il meglio solo negli ultimi 5 anni della sua vita, Jimi ha suonato moltissimo dal vivo (soprattutto nelle West e East Coast americane e a Londra) ed in studio producendo una grandissima quantità di registrazioni, anche alternative cut. Con un’operazione commerciale di grande valore (sicuramente economico per la famiglia Hendrix) la Experience Hendrix LLC sta pubblicando negli ultimi anni materiale di grandissima qualità che ci permette di inquadrare in modo più completo il genio di Seattle. Nonostante tutto, ogni pubblicazione è un grandissimo successo, la freschezza delle registrazioni è impressionante così come la modernità delle interpretazioni e l’enorme capacità espressiva di Hendrix con la sua Fender Stratocaster. La definizione di più grande chitarrista di tutti i tempi acquista nuovi significati, al di là di quelli facilmente associabili ad un genio maledetto portato via dalla droga nel periodo magico del rock, diventato icona di una generazione al fianco di altri geni perduti come Jim Morrison e Janis Joplin e decine di altri magari solo meno conosciuti. Acquista nuovi significati anche perché tutti i grandi chitarristi che sono venuti dopo e cresciuti alla sua scuola non sono mai riusciti, nonostante avessero a disposizione molti più mezzi e moltissimo più tempo, ad eguagliarlo.

Appartiene al suddetto progetto della Experience Hendrix LLC Valleys of Neptune, pubblicato il 5 marzo scorso: 12 registrazioni inedite per circa 60 minuti di eccellenti registrazioni; alcune di queste relative al periodo febbraio/maggio 1969 quando The Jimi Hendrix Experience stava registrando il seguito del doppio album Electric Ladyland. Si aggiunge la cover song mai pubblicata prima; alcuni brani, come Red House, Fire e Stone Free sono classici ma con arrangiamenti nuovi; altri sono interpretazioni inedite come Bleeding Heart di Elmore James e Sunshine Of Your Love dei Cream. Questa nuova pubblicazione attira immediatamente l’attenzione di tutto il mondo musicale: i giornali specialistici gli dedicano le loro copertine (come Rolling Stones, Jam, AXE, Classix e molti altri), recensioni appaiono su tutte le testate sia cartacee che web, le classifiche gli fanno spazio nella loro zona alta (al debutto il CD si posiziona subito al #4 di Billboard Top200).

La proposta commerciale viene resa ancora più appetibile dalla possibilità di download dalla rete e dai contenuti multimediali: attraverso il CD infatti è possibile accedere ad un sito tematico dove poter consultare e scaricare moltissimo materiale testuale, audio e video (http://www.jimihendrix.com/it). Una meraviglia per i fan di Jimi Hendrix. Le 12 tracce, registrate alla Record Plant di New York (1, 2, 3, 4, 8, 11) ed agli Olympic Studios di Londra (5, 6, 7, 9, 10, 12), sono la testimonianza di un periodo importantissimo della carriera di Jimi Hendrix. Ogni energia di Hendrix era tesa al raggiungimento della perfezione: il suo gruppo si era consolidato attorno all’essenziale (basso e batteria) e su fidati compagni come Mitchell e Cox; la strumentazione era stata personalizzata (amplificazione Marshall con il famoso Hendrix Setting) e la confidenza con i mezzi oramai massima (la sua fedele Stratocaster, pedaliera e buzz box); vengono preferiti gli studi di registrazione alle interpretazioni dal vivo, studi dove il perfezionismo di Hendrix ha tutto il suo spazio: qui è stato creato quell’enorme archivio che sta ancora oggi fornendo stimoli ed eccitazioni a tutti gli amanti del grandissimo mancino di Seattle, qui ha avuto sfogo la sua voglia maniacale di perfezione.
Da queste registrazioni è chiaro più che mai che Jimi Hendrix aveva una visione, cercava qualcosa di speciale, voleva esprimere la musica che aveva dentro attraverso la voce ed il suono della sua chitarra, poco contava se non sapeva leggere le note. Tutto sembra chiaro anche solo ascoltando gli accordi proprio di Valley of Neptune ed un suo passaggio:

I see visions of sleeping peaks erupting …
releasing all hell that will shake the Earth from end to end
And this ain’t bad news, good news, or any news … it’s just the truth
Better save your souls while you can

Davide Palummo, Aprile 2010

amministratore
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MASSIMO PRIVIERO: CHIACCHERE TRA ROCK E POESIA

Lunedì 26 Aprile 2010

Massimo Priviero

Il rock in Italia? Roba da Vasco e da Ligabue, un misto ben riuscito di trasgressione e retorica. Certo, per carità, ben suonato e potente, ma sempre con quel qualcosina che manca, quella cosa che potremmo chiamare romanticismo, speranza, tutte quelle cose che han fatto di dischi come Born to run, tanto per dirne uno celebre, una bandiera di dignità umana. Ebbene, anche in Italia c’è qualcuno che fa musica sulla lunghezza d’onda di Springsteen, di Dylan e di Jackson Browne è veneto è si chiama Massimo Priviero. Dopo anni di onorata professione musicale, Massimo si è concesso il lusso di una cosa nobile: un cd-live triplo, Rolling live, raccolta (con due cd audio e un dvd) di un memorabile concerto tenuto lo scorso anno al Rolling stone di Milano. Con lui c’è una vecchia sintonia, una cutanea simpatia. Ci eravamo incontrati nel 1990 ai tempi dell’uscita del suo disco più bello, Nessuna resa mai, e da allora il filo dei discorsi non si è quasi mai interrotto. Lo riprendo per raccontare come si vive, anche in Italia, da musicista rock.

Massimo raccontaci un po’ più di te: da quanto tempo fai rock?
Da oltre 20 anni, non da poco. Ho iniziato con in testa un sogno, fondere ricerca poetica e musica, rock e cantautorato. In Italia sembra ci sia divisione tra questi due linguaggi, invece negli States questa separazione non c’è: Dylan è un rocker, come Spingsteen, eppure riescono a esprimere tutto un mondo con una vena poetica indiscutibile. Quando da ragazzo ho scoperto questo modo di far musica, di vestire le canzoni d’energia e di metterle al servizio della mia vocalità, tra forme acustiche e forme elettriche, in quel momento ho deciso la mia strada. Il resto è venuto quasi naturalmente.

Domanda frivola: c’è un momento in cui “il rock ha cambiato la tua vita�
Guarda ci sono stati tre momenti che mi hanno segnato da giovane. Il primo è stato l’ascolto di Bob Dylan. Un amico mi aveva regalato il triplo ellepì del Concerto per il Bangladesh organizzato da George Harrison. Io iniziai ad ascoltarlo e rimasi di sasso proprio per la parte in cui Dylan interpreta le sue canzoni: lì mi si è accesa la luce per la prima volta. Un altro momento fu quando sentìi per la prima volta Born to run, nello sgabuzzino di una radio libera con cui collaboravo: altra scossa per l’energia che comunicava e che fino a quel momento mi mancava. Ultima puntata a Parigi, nel ’77, quando vidi al cinema The last waltz, il film di Martin Scorsese sulla Band di Robbie Robertson. Lì decisi che avrei fatto del rock’n’roll la mia vita.

Questo Live è il tuo undicesimo disco: senti di aver afferrato un qualche tipo di successo?
Il vero successo è vivere di musica. Se riesci a trasformare la passione e il talento in un mestiere, allora hai vinto. A mio parere non è la quantità di successo a pesare o contare….

Non ti pesa, quindi, non avere un nome da stadio?
Ho inciso un bel po’ di dischi, faccio una quarantina di date all’anno, ho un certo seguito in Germania e Austria… direi che sono soddisfatto così!

Quale è il senso vero del tuo rock? Cosa cerchi di dire?
Che io scriva canzoni d’amore o di avventura, di desiderio o di disperazione, c’è un’idea di umana resistenza che domina tutto quel che incido…

Non a caso la tua canzone più famosa si intitola Nessuna resa mai……
E’ la mia visione più profonda, quella della resistenza umana, della difesa di certi valori. E’ anche l’affermazione di quel bisogno essenziale di Dio che sento sempre più forte. Se sono andato avanti in questi anni è anche per questa sete spirituale, questo mio legame con i gospel. E’ una fede magari incerta, ma che è costante.

Rock e fede? Davvero ci trovi un nesso?
La musica per sua natura è racconto di salvezza e di dannazione. Ma è solo il bisogno totale di altro, di ciò che trascende, ciò che amplifica per mille il valore di quello che facciamo. Dylan, Cohen, Van Morrison e Springsteen da decenni dicono questa cosa, cantano del bisogno di fede, del fatto di non bastarsi.

Lo percepisci anche quando sei sul palco imbracciando una chitarra di fronte al pubblico?
Quando la gente viene ai concerti e ti guarda in un certo modo, capisci che ha un desiderio che non finisce in quel concerto. C’è qualcosa di infinitamente più grande in quel che cercano. Lo vedo e lo sento. Quel che posso fare io è dare qualcosa di me, creare una condivisione di questo desiderio….

E ora cosa hai in programma?
Tante serate questa estate, ma prima di ogni altra cosa sarò al raduno nazionale degli Alpini, a Bergamo il 1 maggio. Gli farò compagnia con uno spettacolo che si intitola dall’Adige al Don, un misto di canzoni tradizionali, di ballate degli alpini e di miei pezzi.

E interpreti una delle canzoni più belle che sia mai stata scritta da un italiano, La strada del Davai, racconto struggente di un soldato-contadino nel bel mezzo della ritirata di Russia…
Ovvio. E anche il Testamento del capitano, una cosa di fronte alla quale nessuna persona dotata di cuore può rimanere indifferente.

Un’ultima cosa, Massimo: questo doppio live è l’antologia delle tue cose migliori: cosa credi di aver dato alla musica italiana?
Una cosa sola: rock e poesia.

Walter Gatti