AREA: MUSICA DA NON PERDERE

Martedì 2 Febbraio 2010

LUGLIO, AGOSTO, SETTEMBRE (NERO): la seconda serata della reunion degli Area a San Lazzaro di Savena

Lo ammetto: bisogna scavare nella memoria e bisogna farlo bene, per amare ancora gli Area. Occorre un certo impegno per cercare di capire se qualcosa di contemporaneo è rimasto nell’esperienza sonora di una band travolgente che il destino ha comunque “relegato†al suo periodo epico, cioè alla presenza tra le sue fila di Demetrio Stratos. Un’operazione non facile. Un operazione disincantata.

C’ero ad un concerto degli Area a Lodi, anno 1973. C’ero poi al Parco Lambro nel giugno ’76, ad una delle loro esibizioni rimaste negli annali del rock italiano. E non volevo perdermi - lo scorso 29 gennaio, al teatro Itc di San Lazzaro di Savena - una delle ormai rare occasioni in cui Patrizio Fariselli, Paolo Tofani e Ares Tavolazzi si ritrovano per fare musica live insieme. Per andare sul sicuro mi son portato dietro un amico musicista che di Area sapeva ben poco, Ferruccio, in modo tale che potesse anche lui offrire uno sguardo freddo della momentanea ricostituzione. Insomma: volevo un arbitro non di parte per una reunion speciale.

Ci siamo trovati in un piccolo teatro affollato di gente. Negli anni le strade dei tre Area “sopravvissuti†si sono incrociate raramente: Tavolazzi suona con i migliori cantautori italiani (da Conte a Guccini), Fariselli passa dall’insegnamento musicale alla composizione di musiche per l’infanzia (era il musicista dell’Albero Azzurro), Tofani esprime se stesso nella ricerca spirituale e composizione musicale buddista. Quando il concerto inizia, si capisce che sul palco giocano ad incrociare le proposte musicali, evitando il “tutto e subitoâ€. Così la prima parte della serata vede i tre presentarsi da soli, ognuno alla prese con espressioni strumentali solistiche, melange di suoni, elaborazioni elettroniche, trascinamenti ritmici. Seduto ad un pianoforte a coda e con l’ausilio di un moderno synth, Fariselli, gioca tra jazz e armonie, mentre Tavolazzi si diverte con un contrabbasso a cui vengono applicati un sequencer e un delay, per rendere più complete le possibilità dello strumento. Il più funambolico, ovviamente, appare Tofani, che si presenta in scena con un liuto indiano, il Tri-Kanta Veena, progettato e interamente realizzato da lui stesso, e con un santoor originale. E si capisce subito che i vecchi Area fanno sul serio e sono vivi “oggiâ€. L’amico musicista, di fianco a me si compiace…

Il concerto entra nel vivo e – visto che l’età è quel che è – si percepisce che l’assalto sonoro, marchio di fabbrica della band, non è più così marcato: ha preso il suo posto un gusto sonoro affascinante e maturo, fraseggi che piacerebbero a Robert Fripp o John Zorn, scorribande che ancora occhieggiano al free jazz. Anche dal punto di vista dell’atmosfera la serata potrebbe infilarsi sui binari della nostalgia rivoluzionaria, della celebrazione degli assenti o della retorica dei bei tempi andati. Invece, niente di tutto questo. Sin dai primi istanti Tofani rompe il ghiaccio (e scioglie la tensione): la sua chitarra è funambolica come e più di prima, come pure la sua ironia. Fariselli, pianista di enormi virtù, gioca con il pubblico e butta lì la battuta sugli altri e su di sé (presentandosi di volta in volta come Karl Marx o Mickaijl Bakunin). I pezzi noti si alternano a melodie ed elaborazione nuove: ovvio che il piccolo teatro bolognese si apre in un’ovazione quando Fariselli conduce il ritmo che porta ad Arbeit macht frei, e illuminante l’introduzione di Tofani a Luglio, agosto, settembre (nero): “Questo è un pezzo che suonavamo in una fase sociale e politica molto particolare: speriamo che vi piaccia ancoraâ€.

GIOIA E RIVOLUZIONE SU YUTUBE

C’è un po’ di ironia e di leggerissimo distacco nei tre e così Gioia e rivoluzione (ora in concerto è senza parole, ma ai tempi di Demetrio così inneggiava: “Canto per te che mi vieni a sentire/ Suono per te che non mi vuoi capire/Rido per te che non sai sognareâ€) diventa un bluesy lento e pieno di feeling, mentre La mela di Odessa (storia dell’affondamento di una nave tedesca da parte di rivoluzionari russi), parte con debordante vivacità funky con Tofani che canta “gorgheggiando†a la Stratos.

E mentre tutta la musica di questa serata unica fluisce, si conferma una certezza: questi erano e sono musicisti inarrivabili. Certo, c’era la politica. Certo si andava ai concerti con il pugno chiuso, senza quasi nemmeno ascoltare melodie rock con influenze arabe, soluzioni artistiche e cambi di ritmo. Certo bastava metterci di mezzo la parla rivoluzione e tutto diventava artisticamente accettabile, pure le fregature. Il tempo ha giudicato, ma gli Area erano musicisti con i fiocchi e in concerto l’han riaffermato anche trent’anni dopo, con tre decenni sulle spalle trascorsi a suonare, a continuare a migliorare, anche lontano dalle grandi platee (Tavolazzi a parte). Nulla di enfatico, nel loro presente: i tre sono terribilmente sobrii (è proprio il termine che l’amico Ferruccio musicofilo usa e sotto sotto capisco che si è divertito, lui che al tempo degli Area preferiva ascoltare la PFM) e ancora capaci di sperimentare, di assommare suono acustico a soluzioni sintetiche, rivelando una contemporaneità sconosciuta a tantissimi. Altro che dinosauri, definizione che di solito si applica ai vecchi che ritornano sul palco (soprattutto tra gli Usa e l’Inghilterra) e che risulta fuori luogo. Qui bisognerebbe invece chiedere a gran voce che la reunion continuasse, si ripetesse, perché finalmente quella musica e quelle musiche, forse finalmente libere da vincoli e colori, si facessero ascoltare ed apprezzare.

Tutto finisce con un pezzo di Tofani dedicato a Demetrio, una ode krishna “in cui tutto ruota intorno all’amicizia che avrei potuto dare a Demetrio nei momenti della sua maggior sofferenzaâ€, un momento intenso, non importa se riuscito o meno, un omaggio degli Area al loro volto simbolico. Ode di mancanza ed impotenza in un concerto in cui c’era tutto tranne – e che ci si poteva fare? – la voce. Quella voce.

Walter Gatti

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PATTY GRIFFIN E I GOSPEL DI NASHVILLE

Venerdì 29 Gennaio 2010

Patty Griffin
Al suo settimo disco, Patty Griffin centra il titolo indimenticabile. In attività dal ’92 come folksinger nei piccoli club di Boston, Patty è ormai una delle più note country singer degli States, autrice e musicista dal curriculum stellare, stimata dai migliori che fanno a gara a incidere le sue canzoni. E oggi 27 gennaio, esce in tutto il mondo il suo nuovo lavoro, Downtown church, un album di gospel songs tutto da raccontare. E le parole di questo racconto sono proprio le sue, quelle di Patty: “Ho deciso di fare un disco di gospel perché credo che le musiche che ci sono arrivate dalla tradizione nera siano le fondamenta di quasi tutto ciò che amo, sono il punto di partenza della mia musica come di gran parte della musica che ascoltiamo. In questo senso credo che i lavori di artisti come gli Swan silvertones, il Golden gate quartet e Dorothy Love Coates dovrebbero avere la stessa fama e lo stesso rispetto di quelli di Hank Williams e Bob Dylanâ€.
Downtown church
Un’affermazione importante, da parte della quarantasettenne musicista del Maine: i dischi di Patty sino ad ora erano ricchi di country e di folk, dal primo Living with ghosts (1996) al recente e bellissimo Children running through (2007) con alcune puntate in quei territori rock a metà strada tra ricerca e tradizione che piacciono a Dave Matthews (che infatti l’ha voluta nella sua etichetta: quattro dei dischi di Patty sono infatti usciti per la Ato) e Beck.

Ora però arriva il grande omaggio alla musica delle radici ancestrali, delle fondamenta e pare proprio che Patty sia riuscita nel suo disco “definitivoâ€. Molla dell’operazione è stato il suo discografico, il boss della Emi Tom York, che l’ha spinta a dar forma a un’idea che fino all’estate del 2009 pareva un sogno. Per rendere il sogno realtà, la Griffin ha posto una condizione: “Se il disco nasce, a produrlo ci deve essere Buddy Millerâ€. Chi è costui? Uno dei santoni del country: collaboratore di Robert Plant e Alison Kraus, Steve Earle e Johnny Fogerty (quello dei Creedence) è stato anche produttore di Emmilou Harris, Dolly Parton e Shawn Colvin. La Griffin e Miller si incontrano a Nashville e su precisa richiesta della cantante, decidono di andare a registrare nella Cattedrale Presbyteriana di Nashville. Da qui il nome del disco che suona suppergiù come la chiesa del centro. Non sarà una novità la location (il disco in una cattedrale l’hanno inciso anche i canadesi Cowboy Junkies: era il 1988 e la chiesa era la Holy Trinity Church di Toronto), però è interessante sia la scelta delle canzoni, che gli ospiti chiamati a interpretarle, che l’atteggiamento della musicista.

Con Patty c’è infatti un nucleo scelto di amici: Emmilou Harris che canta in Little fire McCrary (figlie del fondatore dei Fairfield four, una delle formazioni leggendarie del gospel nata a Nashville negli anni ‘20) che rendono indimenticabili The strange man, Move up e Wade in the water. E a sorpresa c’è Raul Malo, intensa chitarra e voce dei Mavericks,che accompagna Patty nell’interpretazione supenda di Virgen de Guadalupe, un’antica canzone messicana che racconta l’addio da parte del campesino messicano che parte per cercare lavoro negli Stati Uniti, che dolcemente affida alla Virgen la sua anima: “Adios oh virgen/ Madre querida/ Adios rifugio del pecador/ Eres mi encanto/ Eres mi vida/ Dulce esperanza/ En mi dolorâ€.

In altre canzoni la Griffin fa da sola, come quando riprende la sua Waiting for my child to come home (già cantata anche da Mavis Staples).

Disco di mille ispirazioni: vecchi gospel, canzoni country, inni battisti, ma sempre senza bigottismo; canzoni cantante da una cantante liberal con grande rispetto per quelle radici da cui tutto sembra provenire. Patty di sé ha detto parlando di questo cd: “Sono cresciuta in una famiglia cattolica. I miei genitori erano molto religiosi. Mio padre aveva addirittura fatto un’esperienza come monaco in un convento trappista. Io ora mi sento un po’ una figlia non ortodossa, una bastarda, ma tutto ciò che mi è stato insegnato è rimasto dentro di me e continua a mostrarsi e a suggerire tante coseâ€. Ad esempio suggerisce un finale emozionante: una versione di All creatures of our God and King (vale a dire il Cantico di frate Sole o delle Creature attribuito a San Francesco, così come trascritto e musicato nel 1919 da William Draper, prelato e musicista inglese) per sola voce e piano. La canzone si libera sotto le volte della cattedrale di Nashville, con un riverbero naturale e non artefatto. Forse questo è ciò che più colpisce: non è un disco finto. Merito forse delle volte di quella downtown church in cui tutto è nato ed è stato registrato.

Walter Gatti

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REUNION AREA: DUE CHIACCHERE PER CAPIRCI QUALCOSA 30ANNI DOPO

Venerdì 29 Gennaio 2010

AREA IN CONCERTO
Quante sono le rockband italiane conosciute ovunque? Pochissime. Tra queste, sicuramente, gli Area. Inutile provare a definire il loro genere e i loro percorsi, perché si deve chiamare in causa il jazz, il rock, il progressive, la world music (che allora non esisteva neppure come definizione), l’avanguardia, la pura sperimentazione, la canzone politica. In questi giorni un concerto “a sorpresa†vedrà parte degli Area ancora insieme sul palco: Ares Tavolazzi (basso), Paolo Tofani (chitarre e synth) e Patrizio Fariselli (tastiere) saranno infatti i protagonisti al ITC Teatro di San Lazzaro di Savena, a due passi da Bologna, di Stratosferico, una due giorni dedicata all’esperienza artistica di Demetrio Stratos (scomparso nel 1979 a New York) e degli Area, ricordando in questo percorso anche Giulio Capiozzo, drummer della formazione, deceduto nel 2000. Sarà un concerto… strano: una band senza il suo elemento simbolico. Eppure per tutti coloro che hanno amato gli Area, sarà un evento emozionante, una sfida a cui Tavolazzi, Fariselli e Tofani (che ricordo protagonista al parco Lambro ’76, con il suo esperimento di “caos popolare†con un sintetizzatore offerto all’utilizzo di tutto il pubblico; Tofani attualmente vive in una grande comunità buddista in Toscana) si sono offerti con coraggio.

Uno dei più acuti studiosi delle attività di Stratos è Francesco Avanzini, medico e studioso di fonetica, cinquantaduenne emiliano, uno dei massimi ricercatori delle problematiche cliniche connesse al canto, tra gli esperti coinvolti lo scorso anno nel progetto cinematografico La voce Stratos, il lungometraggio di D’Onofrio e Affatato uscito per ricordare i 30anni dalla scomparsa del cantante. Con Avanzini abbiamo dialogato su questa straordinaria reunion degli Area e sull’eredità lasciata da Demetrio.

Nei prossimi giorni gli Area si ricostituiranno per un doppio concerto in ricordo di Demetrio Stratos, il cantante e sperimentatore scomparso nel 1979. Un concerto decisamente molto atteso: a tuo parere gli Area sono stati la band più significativa della storia della pop music italiana?
Francesco Avanzini Indubbiamente gli Area costituiscono un esempio unico e, direi, ineguagliato nel panorama della musica contemporanea italiana tout court. Infatti anche l’etichetta di progressive, sebbene pertinente, mi pare non esaurisca tutta la potenza innovativa del gruppo, la valenza internazionale delle sue composizioni ed esecuzioni e il fatto che, da quel laboratorio, siano usciti progetti più articolati in campo artistico.

Nel bene e nel male la produzione di questa formazione si è legata – con dischi come Arbeit macht frei, Caution radiation Area e Maledetti - a una stagione culturale in cui la chiave politica era padrona di ogni espressione artistica. A tuo parere l’ esperienza Area come può essere letta oggi? Ha ancora “contemporaneità�
FA: Area è stato a mio parere innanzitutto una grande fucina di esperienze artistiche, non esclusivamente musicali. Composto come era da musicisti eccellenti, la cui coesione è stata senza dubbio determinata dalla condivisa visione politica e dal desiderio di rompere gli schemi formali, ha segnato un’ epoca ormai conclusa. Il suo grande contributo è stata la dimensione internazionale, impersonata da Stratos e fino ad allora mai raggiunta in Italia da un gruppo rock, e la novità di crogiuolo di forme e gusti musicali, la ricerca di nuovi stilemi che ha anticipato per buona parte la cosidetta world music.

Non sono in molti a conoscere gli aspetti sperimentali del lavoro di Stratos sulla voce. Cosa ci puoi raccontare delle sue ricerche con l’università di Padova?
FA: Stratos è stato il più geniale sperimentatore vocale dell’era contemporanea. Quando ha scoperto e ha iniziato a elaborare un concetto nuovo e molto più ampio di vocalità, ha intrapreso un lungo percorso che lo ha portato dapprima a studiare e ad apprendere le tecniche vocali del canto armonico orientale e quindi a proporre un uso assolutamente innovativo e personale dello strumento vocale. A Parigi incontra il grande etnomusicologo Tran Quang Hai dal quale apprende rapidamente queste tecniche e da qui sviluppa un interesse straordinario per la produzione vocale e le potenzialità della voce che lo ha portato da grandi foniatri. Infine approda a Padova dove l’indimenticato Franco Ferrero, uno degli ingegni migliori della fisica acustica italiana, ha studiato a fondo e interpretato il fenomeno Demetrio. Oggi disponiamo fortunatamente di questo patrimonio di registrazioni di eccezionale importanza che analizziamo e che non cessano di stupirci.

Al centro del suo universo c’era la voce. Era interessato solo all’esplorazione acustica dell’emissione vocale o c’era dell’altro?
FA: Era un insaziabile, quando affrontava un argomento ne sviscerava i particolari con una passione e una serietà impressionanti. Sosteneva che la voce avesse perso gran parte del suo potenziale comunicativo, soprattutto in campo artistico, per essere asservita ad altre esigenze, meramente commerciali, e ingabbiata in schemi che ne avevano spento la valenza di espressione della totalità dell’individuo. Lui, diventato cantante quasi per caso, stava esplorando i limiti e le possibilità della voce umana fin dove nessuno, per quanto ne sappiamo, si era mai spinto.

Nel breve periodo newyorkese, Demetrio è uscito dall’ambito rock per approfondire percorsi artistici molto più completi. La sensazione è che il suo percorso di ricerca fosse solo all’inizio di nuove strade da percorrere…. E’ una sensazione corretta? Dove voleva spingersi?
FA: Questo è assolutamente vero, lo testimonia il suo itinerario, iniziato tra le mura di casa e approdato al gotha della musica d’avanguardia. Ascoltando i primi tentativi di emissione vocale della figlia Anastassia, viene attratto dalla sorprendente capacità plastica della voce in quanto veicolo di suoni, ancor prima che si faccia parola. Inizia da qui il suo viaggio e la sua ricerca di nuove vie di espressione fatta non solo di suoni ma di silenzi, rumori, linguaggio del corpo. Ho avuto occasione di vedere la sua biblioteca e impressiona la vastità degli interessi e la complessità degli argomenti che coltivava. Nella sua ultima stagione stava esplorando i limiti della capacità umana di emettere suoni, era alla ricerca del puro suono, stava studiando il respiro come mezzo espressivo e il controllo mentale dei parametri della voce.

Domandona finale: cosa cercava Demetrio, l’uomo?
FA: La sua era un’instancabile passione per tutti gli aspetti della comunicazione umana e della cultura, intesa nella sua accezione di “coltivazioneâ€. Capisce che c’è un vuoto da colmare e inizia ad insegnare, non solo nelle università, ma anche agli adolescenti delle scuole medie, per trasmettere la ricchezza espressiva della voce, ancora prima e oltre la parola e la semantica. Attraversa tutti i generi e le tendenze della voce cantata, dai canti bizantini della liturgia greco-ortodossa ai canti dei mongoli e dei pigmei, attratto come era dalla ricchezza delle tradizioni popolari nelle quali lui riconosceva il vero patrimonio da conservare e tramandare. Voleva arrivare al cuore del canto, alla sua essenza di strumento espressivo di tutta la ricchezza dell’animo umano.

Walter Gatti

HOTHOUSE FLOWERS IN ITALY: 20 MARZO

Lunedì 25 Gennaio 2010

Hothouse flowers
HELLO. Tra i tanti possibili bei concerti del prossimo periodo, segnalo urbi et orbi il ritorno in Italia di una delle mie band preferite, gli irlandesi HOTHOUSE FLOWERS!

Il 20 marzo Liam O’Maonlai and company saranno a Cantu, All’unaetrentacinquecirca (Via Fossano 20, Cantù, CO) http://www.facebook.com/friends/?ref=tn#/event.php?eid=458463030416&index=1.

La segnalazione mi arriva direttamente dal management ed è confermata.
Dopo anni, finalmente, potremo di nuovo ascoltare le canzoni da quella manciata di album perfetti degli irlandesi di ISN’T AMAZING che, come qualcuno ricorderà, è una delle intro di HELP! IL GRIDO DEL ROCK

Nei prossimi tempi altre informazioni…
Walter Gatti

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UNA BAND GIOVANE PER HELP!

Domenica 17 Gennaio 2010

HELP! IL GRIDO DEL ROCK
Ci ho messo una settimana, ma non me ne sono dimenticato, perché a Fidenza domenica scorsa c’è stato un grande momento di musica, di incontro, di attenzione. Sto parlando di una delle tante performance di HELP! IL GRIDO DEL ROCK che si sono tenute in questi mesi, questa volta (però) con un ingrediente particolare: una band di giovanissimi. Il motore di tutto è stato Andrea, chitarrista quattordicenne, figlio di un caro amico, appassionato di rock.
L’Andrea legge i libri, si appassiona, viene alla performance del Meeting 09 e si mette in testa di fare qualcosa del genere a Fidenza. Si sbatte come un lupo… e ci riesce. Così il 10 gennaio oltre 250 persone affollano un teatro di Fidenza (siamo in bassa padana, tra prosciutti, nebbie e parmigiano) ad ascoltare una band di cinque giovanissimi che interpretano Sunday bloody Sunday (U2), Whish you were here (Pink floyd), Anarchy in the UK (Sex Pistols), Heroes (Bowie), One (U2), Forever young (Dylan), Knockin on heavens door (Dylan)…

HELP! IL GRIDO DEL ROCK & WALTER GATTI
A condire il tutto con un po’ di storie e parole c’era pure il waltergatti, più nella funzione del fratello maggiore (o del papà….) che racconta “mi ricordo quando ancora si sentivano le canzoni solo alla radio, oppure quando la compagnia era fatta di uno che comprava i ‘33giri e degli altri che li registravano sulle cassette….â€. Il tutto per provare a raccontare quanto il rock sia pieno di voglia di esserci, di essere veri, di cercare, di attendere. 250 presenti, dicevo: ragazzine, genitori, professori, qualche politico (c’eran pure gli assessori…), musicofili. La band, The unanveilable, si è presa una montagna di applausi e se li meritava.
La gente se n’è tornata a casa con il sorriso negli occhi. Io ero contento. Soprattutto perché – a conti fatti – valeva proprio la pena sbattersi (io e gli altri) per questi due ormai leggendari libri…..

Walter Gatti

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LA LUNA E LA BELLEZZA, PAROLA DI DEIAN

Mercoledì 13 Gennaio 2010

Deian
La prima volta che ho sentito questa canzone era appena trascorso il Natale. E’ la traccia sei del primo cd (ufficiale) di Deian Martinelli, piemontese di Moncalieri e della sua band, l’Orsoglabro. Il disco è tutto una sorpresa a partire dall’uso della lingua, per finire sulle parole dette (“lei non sa chi sono io/e forse non lo so neanch’ioâ€) e sulle ispirazioni musicali, che va a Jannacci a Lennon, da Zappa a Waits, dagli Eels a Beck.

E’ tutto un lavoro magnifico, insolito per convinzione e vera personalità, il migliore di un esordiente italiano da lunghi anni ad oggi, con una canzone, Nonostante i lampioni (appunto) che si prende il banco, per dirla con il gergo (così modaiolo oggi) dei pokeristi. E’ un brano di oltre sette minuti con trombe cool, chitarre distorte e sature nel sottofondo, campionature esperte che suggeriscono una produzione ad opera di qualcuno avvezzo al dub. Nulla di casuale, anzi: tutto molto professionale in questo bell’abito.

Una confezione intrigante, che gioca tra i chiaroscuri suggerendo vie solitarie, passi sull’asfalto, odore di benzina, chiasso metropolitano. E la voce trascinata di Deian, in questa mappa musicale raffinata racconta di uno sguardo che si perde verso il cielo notturno: “Parola nuova non c’è/ Una frase nuova non c’è/ Per dire ancora una volta che/ La luna è così bella/ Nonostante sti cazzo di lampioni…..â€. Quando l’ho sentita per la prima volta ci son rimasto di sasso: nonostante “le brutture†e “le porcherieâ€, nonostante sia solo “un asteroide butteratoâ€, la luna è “veramente una bellezzaâ€. Efficace come pochi altri in questo suo cantilenare che diventa a tratti un urlo cattivo e sgraziato (“nonostante i progetti edilizi!â€), il giovane Deian riesce nell’opera rara di sbatterci in faccia la bellezza, di costringerci con una canzone a guardare veramente, senza distrazione a causa di lampioni o di condomini e ciminiere. Una vera emozione. Ho provato a proporre questa canzone alcuni giorni fa in uno spettacolo rock messo in piedi dagli studenti di Fidenza: con che silenzio tutti hanno ascoltato lo sviluppo, semplicissimo e banale, di questo incredibile testo minimale.

Son trascorsi alcuni giorni da quella prima volta e devo confessare che mi sottopongo all’ascolto di Nonostante i lampioni almeno una volta al giorno, a volte anche due, quando devo farla ascoltare a qualche amico. Mi suggerisce l’idea della bellezza (una cosa che mi ha sempre toccato da vicino). L’altra sera cenavo con mia figlia, iscritta all’Accademia di belle arti a Venezia. Mi diceva: “Sai, quando vado a prendere il vaporetto per andare a lezione a S.Servolo passo davanti alla basilica di San Marco. Lo faccio anche se devo allungare la strada di qualche decina di metri. Lo faccio per la bellezza, per guardare la facciata, per uno sguardoâ€. Si può propendere di qua o di là. Il colonnello Kurt aveva ingerito troppo sangue, “l’orrore, l’orrore….” Io invece sto dalla parte del principe Miskin, “Solo la bellezza salverà il mondo…â€

Walter Gatti

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