FAST REVIEW: RANKY TANKY

Venerdì 5 Gennaio 2018

Per la serie “questo me l’ero perso” ecco un piacevole disco da non trascurare: è l’esordio dei RANKY TANKY con un lavoro (omonimo) di jazz-gospel davvero piacevole. Vengono da Charleston, South Carolina e sono un bel quintetto che innesta tradizioni africane in una vocalità gospel-blues davvero fresca e splendente, tra Mahalia Jackson e Louis Armstrong. La voce di Quiana Parler (vocalist già di una certa esperienza con alcuni big act americani) è calda e vellutata, mentre la tromba di Charlton Singleton impreziosisce il lavoro ritmico e di tessitura realizzato da un buon chitarrista come Clay Ross (che all’occasione canta pure con voce sudista). Tredici pezzi senza cadute di tono o qualità, dalla classicona You Gotta Move a That’s Alright a Oh Death con una spiritualità tradizionale limpida e trascinante. Si finisce con l’ottima Goodbay Song, che profuma di Caraibi e New Orleans. Been in the Storm è gospel d’altri tempi. Per chi segue queste quisquiglie, l’album è finito tra i primi dieci cd della classifica jazz di iTune. Buon anno!

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Best 2017, Lotta Sea Lice

Mercoledì 27 Dicembre 2017

Eccoci all’annuale appuntamento in cui vi confesso qual’è stato per me il miglior disco di quest’anno, facendo una scelta (lo dico sempre, a rischio di sembrare ripetitivo) soggettiva, discutibile e non basata sull’oggettiva qualità del lavoro prescelto. Sarebbe certo stato facile attribuire il podio, quest’anno, ad esempio a Van Morrison che ci ha deliziato con ben due bellissimi dischi (Roll with the Punches e Vesatile), oppure a Steve Winwood con il suo eccellente Greatest Hits Live, oppure ancora a Gregg Allman con Southern Blood, il suo ultimo e commovente lavoro: ma questa volta ho preferito guardare al futuro e scommettere su giovani artisti che spero sappiano investire nel loro talento. Il lavoro che ho scelto è Lotta Sea Lice di Courtney Barnett e Kurt Vile.
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Barnett-Vile, a dir poco una strana coppia che sembra veramente avere poco in comune se non la giovane età (37 anni lui, 30 anni lei). Kurt Vile è forse un pò più noto tra i due: per la sua militanza nella band The War of Drugs che nel 2008 ebbe un certo successo con il disco Wagonwheel Blues e per vari ottimi riscontri ottenuti come solista, canzoni caratterizzate da liriche malinconiche e sonorità che ricordano il rock americano degli anni ’70. In ogni caso negli USA e soprattutto nella sua Filadelfia è piuttosto conosciuto. Courtney Barnett è abbastanza sconosciuta invece, soprattutto lo era prima del suo disco di esordio del 2015 Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit. In realtà un disco molto interessante, un indie rock semplice ma di buona qualità che in qualche modo a me fa tornare alla mente alcuni sgangherati ma talentuosi cantautori americani degli anni 80, uno tra tutti Jonathan Richman. La Barnett è australiana, ha fondato con la sua compagna Jen Cloher una etichetta discografica indipendente (MILK!) ed artisticamente sta crescendo molto bene. Barnett e Vile si conoscono dal 2014 ed hanno subito maturato l’idea di lavorare assieme soprattutto dopo la nascita di una sincera amicizia, oltre che stima professionale. Così viene progettato e realizzato questo disco basato su 9 canzoni scritte dai due tranne una della compagna della Barnett ed una della cantautrice Tanya Donnelly. Il disco si apre con Over Everything la canzone che Vile scrisse nel 2015 e che fu l’invito alla Barnett a cantarla assieme ed iniziare quindi una collaborazione. I testi sono semplici, raccontano la quotidianità, il sound è quasi domestico: le voci dei due si mescolano apparentemente male ma in realtà funzionano proprio in questa tecnica, ricercata o naturale non saprei dire, che porta a sonorità fresche e lineari.

L’alternanza s’impone subito con una seconda canzone scritta dalla Barnett, Let it Go, ancora racconto di una stupefacente quotidianità su un ritornello semplice e ripetuto. La terza traccia Fear is Like a Forest, quella scritta dalla Cloher, inizia più rockeggiante con una chitarra elettrica che sarà la colonna portante: il pezzo comunque funziona ed ha una buona struttura sorretta dalle due voci che qui sembrano più amalgamate. Segue Outta the Woodwork, della Barnett, con struttura quasi country-blues, molto ben costruita su sonorità lente ma equilibrate ed ancora le due voci che si intrecciano coese. Segue uno dei pezzi forti del disco, Continental Breakfast di Vile che racconta la difficile amicizia tra persone che vivono lontane, addirittura in continenti diversi, sulla struttura di una tranquilla ballata a due voci. La sesta canzone è On Script, della Barnett, notturna ballata ben appoggiata sulla voce di lei e su accordi vibranti ed al limite dell’accordatura delle chitarre. Blue Cheese di Vile è ancora un pezzo dai semplici arrangiamenti rock and roll sconfinanti nel rockabilly con annessi urletti e fischi. Peepin’ Tom ancora di Vile racconta le angosce di un ragazzo che non sa che fare delle sue giornate e si sente come un guardone sulla scena della vita. L’ultima canzone del disco, Untogheter, è della cantautrice Donnelly ma non stona affatto nel set delle altre: ancora una struttura da ballata quasi country per raccontare esperienze amorose difficili ma che fanno maturare. Se questo è l’inizio, possiamo ben sperare nel futuro di questa collaborazione che sembra aver fatto tesoro dei grandi autori amati e ben conosciuti dalla Barnett e da Vile: solo in questo lavoro è facile rinvenire le tracce di Neil Young, Nick Cave, Lou Reed, Bob Dylan e molti altri.

Davide Palummo, dicembre 2017

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I MIGLIORI DEL 2017: 20 DISCHI DA NON PERDERE

Venerdì 22 Dicembre 2017

Dalle parti di Risonanza magari non scriviamo tantissimo, ma l’appuntamento di fine anno lo manteniamo fisso. Fedelmente fisso. Il 2017 è stato un altro anno messo malissimo in quanto a decessi: si pensi soprattutto a GREG ALLMAN e TOM PETTY, e poi (in ordine sparso): BRUCE HAMPTON (quella del colonnello è stata la scomparsa artistica più simbolica della storia: morto sul palco al termine del concerto per il suo compleanno), ALAN VEGA, CHUCK BERRY, FATS DOMINO, CHRIS CORNELL, AL JARREAU, WALTER BECKER.

Ho già avuto modo di fare qualche commento all’anno che si chiude: “L’annata è stata segnata dal ricordo dell’estate del 1967 e da tutto quello che significa per il mondo del rock e del pop, anche e soprattutto nel suo confronto con il presente. L’estate di San Francisco, nata 50anni fa e morta nel giro di pochi mesi, tra acidi e musiche in forme libere, amori e ribellismi vari ci ha portato Janis Joplin e i Grateful Dead, i Jefferson e i Quicksilver, Monterey e compagnia bella. Ma il ‘67 ha soprattutto messo al mondo un movimento musicale, ha fatto intuire che ci potesse essere una socialità che si affratellava attorno a un palco e attorno ad una manciata di canzoni, per quanto folle potesse essere il tutto. Un po’ tutti, per dovere di cronaca, hanno ricordato quell’estate che ha lasciato tracce un po ovunque. Oggi di canzoni ce ne sono sempre di più, l’industria della musica (inutile lamentarsi) c’è e vive benissimo, del resto – soprattutto dell’idea di un movimento dinamico di arti e di culture che si esprimevano attraverso le canzoni e i suoni - non c’è più traccia. Si attende di sapere se un qualche tipo di “movimento” possa essere ancora nell’aria”.
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Paul Reddick & The Gamblers

Domenica 19 Novembre 2017

Gabriele Dellepiane, bassista della band The Gamblers che si è fatta notare negli ultimi anni in formazione con Guitar Ray per alcuni bei dischi e importanti collaborazioni nell’area blues con personaggi del calibro di Fabio Treves, Otis Grand e Jerry Portnoy - solo per citare i più noti, da anni sta mostrando anche le sue ottime capacità di manager. In questa veste, e sempre con lo scopo di organizzare serate di grande musica, sfruttando la sua profonda cultura musicale ma soprattutto le moltissime relazioni maturate in oltre 10 anni di carriera da musicista, ha realizzato importanti progetti. L’ultimo di questi è una serie di concerti in Italia di Paul Reddick accompagnato dai suddetti The Gamblers e dai Monkey Junk. Chi ha avuto la fortuna di vederli nelle ultime settimane (allo Spazio Teatro di Milano, al Blues and Soul Festival di Fresonara, al Bar The Brothers di Grezzana ed al Blue Seagull di Chiavari) concorderà con me di aver assistito ad una serata magica: sul palco erano presenti grandissimi musicisti con una sintonia che poche volte si realizza, canzoni bellissime ed un sound a dir poco strepitoso. Il merito di Gabriele è stato quello di costruire un’armonia perfetta tra persone, prima che musicisti, magnifiche. Visto che forse non tutti conoscono i personaggi che hanno suonato nei succitati concerti, vale la pena spendere qualche parola per presentarli. Paul Reddick è un armonicista, cantante e songwriter canadese che negli anni 90 ha girato in lungo ed in largo il Canada ed il Nord America raccogliendo un grande successo con i suoi The Sidemen; tale successo è cresciuto nelle produzioni da solista dal 2010 tanto che le sue canzoni sono state usate in serie televisive, film e pubblicità (ad esempio I’m a Criminal per la Coca Cola). Credo che nulla racconti meglio Paul Reddick delle sue stesse parole, recitate in un breve video nella homepage del suo sito che inizia con “Blues is a beautiful landscape”.

Paul Reddick è un vero artista nel senso che il suo solo ed unico scopo è fare buona musica e ci riesce, a mio parere, con una capacità scenica travolgente, armonie ammalianti e canzoni di grande valore poetico; Reddick ha saputo negli ultimi anni raccogliere attorno a sé valenti musicisti ma soprattutto amici che fanno la differenza sia nelle sue registrazioni (si senta l’ultimo lavoro Ride The One) che nei concerti. Tra gli amici che suonano spesso con Reddick ci sono anche i Monkey Junk. Anche loro canadesi, attivi dal 2008 nell’area blues/rock, sono un trio particolare basato su due chitarre ed una batteria: hanno collezionato decine di premi (tra questi molti Maple Blues Awards) e suonato in tour in Canada, Stati Uniti e spesso anche in Europa. Steve Marriner (anche noto come Steve Gregg), uno dei due chitarristi, è un abile polistrumentista (chitarra, basso, armonica, hammond oltre al canto) che ha iniziato a suonare giovanissimo, ha militato in alcune band di Ottawa (The Johnny Russell Band and the JW-Jones Blues Band) prima di formare i Monkey Junk dopo aver incontrato Tony D. Quest’ultimo, il secondo chitarrista della band, è un musicista italo canadese (D sta infatti per Diteodoro) dalle spettacolari capacità chitarristiche che non passarono inosservate all’inizio della sua carriera; infatti ha suonato nella band di Buddy Guy e nel 1982 ha avuto l’onore di aprire alcuni concerti di Steve Ray Vaughan: questi eventi lo lanciarono nel suo personale progetto, The Tony D Band, fino ad approdare ai Monkey Junk. La potenza di questa band è notevole e può essere colta appieno nell’ultimo lavoro Time To Roll che contiene pezzi originali caratterizzati da un intrigante blend di rythm’n’blues, rock’n’roll e funk boogie oltre ad una cover di Albert King (The Hunter). The Gamblers sono l’ultima componente che è salita sui palchi italiani recentemente con Paul Reddick: in questo caso si tratta solo della sezione ritmica, Gab D (il nostro Dellepiane) al basso e Marcello Borsano alla batteria, che si è spesso configurata come backing band per moltissimi artisti nostrani (ad esempio Alex Gariazzo) ed internazionali (ad esempio Big Pete Pearson), facendo emergere elevate capacità musicali ma soprattutto di supporto e valorizzazione del main artist.
Paul Reddick & friends - 1
Personalmente ero presente alla serata al Blue Seagull, un piccolo pub di Chiavari che spesso ospita interessanti artisti dei più disparati generi musicali. Paul Reddick, un vero animale da palco, ha coinvolto il pubblico con le sue capacità istrioniche e da attore; da vero maestro di cerimonia, inoltre, ha gestito al meglio tutti i musicisti in scena, li ha presentati e portati, di volta in volta, al centro del palco, ha dato spazio ai vari assolo sempre con grande attenzione all’equilibrio delle canzoni. La sua voce ha stregato tutti ma soprattutto la sua capacità di storytelling che è emersa chiara nell’interpretazione di una manciata di suoi brani provenienti dall’ultimo lavoro, Ride The One. Abbiamo potuto ascoltare molte canzoni da questo disco, tra le quali le veloci Shadow e Celebrate e le più ritmate Gotta Find A… e Diamonds, e qualche incursione nel passato con I’m a Criminal. A metà del concerto un “Hey Ray, come on, join us” chiama sul palco Guitar Ray ed un caloroso applauso di affetto incoraggia il grande chitarrista del Tigullio, assente dalla scena da qualche mese.
Paul Reddick & friends - 2
A questo punto sul palco ci sono tre chitarre, la sezione ritmica dei The Gamblers e la magnetica presenza di Reddick con la sua voce e le sue armoniche: la serata diventa infuocata ed il sound incisivo e coinvolgente. Tutti i musicisti sembrano arricchiti dalla presenza degli altri sul palco e riescono ad esprimersi in modo eccellente creando un sound potente e, spesso, da brividi, sia negli assolo che di supporto alle canzoni. Veramente notevole la performance dei chitarristi, tutti provenienti da esperienze completamente diverse ma accomunati dall’amore per il blues; la backing band di Gab D e Borsano crea un tappeto sonoro di perfetto sostegno alle varie canzoni; Paul Reddick è magnifico, con la sua mimica ed il controllo continuo di tutto quello che accade sul palco governato, dal punto di vista dei suoni e degli arrangiamenti, da Steve Marriner. Serata splendida, grande musica, fantastici musicisti: se vi capita non perdete un loro concerto e speriamo in un disco tutti assieme.

Davide Palummo, novembre 2017

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Winwood: Greatest Hits Live

Mercoledì 27 Settembre 2017

Steve Winwood - Greatest Hits Live
Qualcuno ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo quest’anno nel suo lungo tour mondiale che ha fatto tappa a luglio anche in Italia (Pordenone e Gardone Riviera): si tratta di uno dei maggiori interpreti della musica dei nostri tempi, Steve Winwood.
Il musicista inglese, oramai quasi settantenne, è stato uno dei massimi protagonisti della grande stagione del rock: ha iniziato giovanissimo a suonare con lo Spencer Davis Group (1965-1967), dalla cui esperienza scaturiscono due capolavori come I’m a Man e Gimme Some Lovin’, per seguire poi con la costituzione dei Traffic (1967-1974) che produrranno alcune delle pietre miliari di quell’English Sound nato dalla contaminazione di blues, jazz e rock come Dear Mr Fantasy e John Barleycorn; seguirà la formazione del supergruppo Blind Faith (1969), da cui proviene Can’t Find My Way Home, ed un lungo periodo di produzione solista ma nel frattempo non si fa mancare collaborazioni con importantissimi musicisti (Eric Clapton, Jimi Hendrix, George Harrison, Joe Cocker e moltissimi altri) dai quali assorbirà una capacità di integrazione sonora unica al servizio della sua voce inconfondibile.

Il recente doppio CD Greatest Hits Live ripercorre tutta la carriera di Steve Winwood proponendoci versioni dal vivo di 23 canzoni scolpite nella mente di ogni appassionato di musica rock: Steve Winwood attinge dal suo personale archivio di registrazioni dal vivo per regalarci uno squarcio temporale lungo 50 anni: nota di rilievo l’altissima qualità sonora delle registrazioni come potevamo aspettarci da un perfezionista come lui. La band che lo accompagna recentemente nei suoi concerti ed in questo doppio CD è notevole: Jose Neto (chitarra), Richard Bailey (batteria), Paul Booth (sax, flauto e hammond) ed Edson “Cafe” Da Silva (percussioni). La band riesce perfettamente a ricostruire, a volte migliorare, le sonorità del passato dove il marchio di fabbrica risiede certamente nella voce spesso supportata da fiati ed organo. Questo lavoro dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, le doti di polistrumentista di Steve Winwood con pezzi dove il suo Hammond e la chitarra emergono prepotentemente con tinte personalissime, la grandissima capacità di scrittura di canzoni che stanno attraversando il tempo senza perdere minimamente smalto ed efficacia e, ultima ma non meno importante, la timbrica vocale unica, inimitabile. Il lavoro è tutto godibilissimo e la selezione riesce anche a cogliere pezzi notevoli appartenenti ad alcune fasi minori di Winwood (ad esempio quella che va dal 1987 al 1997) ma sicuramente i momenti migliori si hanno nella reinterpretazione dei grandi classici come The Low Spark of High Heeled Boys (Traffic, 1971), Gimme Some Lovin’ (The Spencer Davis Group, 1966), Glad e John Barleycorn (Traffic, 1970).
Davide Palummo, settembre 2017

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ALAN VEGA: MORTE E RESURREZIONE DI UN ARTISTA

Mercoledì 6 Settembre 2017

(pezzo uscito su ILGIORNALE, 11 agosto 2017, non lo avevo pubblicato prima e allora ecco qui……..)

Alan Vega non è mai stato un musicista accessibile. Il signor Boruch Alan Bermowitz (è il nome anagrafico di questo newyorkse purosangue scomparso nel luglio del 2016), già nei primissimi anni ‘70 con la sua band, i Suicide, ha portato sullo scenario musicale una forma embrionale di spigolosissimo e sfacciato elettro-punk, ben prima della nascita del genere nel suo formato rocckettaro con Sex Pistols, Clash, Ramones e compagnia.

Nell’epoca del girovagare live dei Suicide, Vega - in compagnia di Martin Rev, tastierista e programmatore ossessionato e ossessionante - si è fatto amare-odiare dal pubblico, dividendolo in fazioni, frustandolo con un suono fastidioso ed elettrico, provocandolo da nemico a colpi di elettronica e di memento mori, facendosi cacciare violentemente da quelli che volevano ascoltare pezzi di punk-rock a base di chitarre, pezzi veloci e borchie.

Negli anni in cui il punk era alternativa agli standard rock, i Suicide erano alternativa a entrambi. Il punk voleva essere svuotamento cutaneo ed esteriore della rabbia giovane mentre invece Alan Vega voleva contribuire ad aumentare il ribollire dell’odio interno. Per questo Alan diventerà uno dei personaggi più influenti su una vastissima generazione di musicisti e di generi più o meno sperimentali, facendosi amare da Springsteen e Lou Reed, Sonic Youth e Nick Cave, Depeche Mode e Nine Inch Nals, Primal Scream e Marc Almond, incidendo su no wave, noise, elettro-pop, industrial metal e finanche sulla techno.

Figlio di una coppia metà ebraica e metà cattolica, studente ad un college di arte contemporanea, Alan ha tratteggiato così un incubo metropolitano con terrificanti canzoni manifesto capeggiate da Frankie Teardrop (uscito nel 1977 nel primo album dei Suicide), storia di un giovane che compie il peggio di fronte alle delusioni della vita, come se l’epilogo di The River (uscito nel 1980) di Springsteen fosse una scena cosparsa di sangue innocente.

Morto all’età di 78 anni lo scorso anno, Vega ha lasciato materiale per un nuovo apocalittico album appena uscito, IT, pubblicato sotto la supervisione della moglie Elizabeth Lamere. Ed è un disco (naturalmente) dissacrante e sepolcrale, più opera d’arte estrema che prodotto musicale. Tra noise elettronico, drum machines e tematiche da “fine dei tempi”, Alan Vega apre il suo nuovo disco con i sei minuti mozzafiato di DTM (Dead to Me), vertiginosa, ripetitiva e rimbombante litania nera: “La vita non è un gioco, la vita non è un gioco”, ripete il musicista, declamando che siamo “nei giorni e nelle notti del puro male, del male perfetto”. Come direbbe il colonnello Kurtz-Marlon Brando: è il tempo dell’orrore.

L’incubo di cui narra il musicista di Brooklyn non è forse una novità (si pensi agli ultimi lavori di Roger Waters o di Mark Lanegan…): è la contemporaneità fatta di breaking news sanguinose, di sgozzamenti televisivi e di popolazioni sotto bombardamento continuo, di volgarità pubblicitaria e di scarsità di arte autentica. Screaming Jesus si apre con un minuto di urla, in cui la Crocifissione (pochi come Vega hanno sentito l’attrazione della Croce) è contraltare divino delle morti insensate con cui il nostro tempo imbandisce la tavola degli scoop. Ci si immerge poi in un contesto industrial per Motorcycle Explodes, una cavalcata che ruota attorno all’agonia del sogno americano della corsa in Harley verso la libertà (“la verità è morta”), quasi citando un’epica scena di Zabrinskie Point.

I testi – come d’abitudine - sono declamazioni, frasi-manifesto, claim espressionisti per Alan Vega che come in ogni altro suo disco urla e strepita, a volte declama. L’unica differenza tra lui e Giovanni Lindo Ferretti (per suggerire un punto di contatto con un altro artista visionario e “urlatore”) è che quest’ultimo si lascia sempre uno spazio finale di possibile redenzione. In Vega la redenzione è un lumicino. Eppure c’è: anche Alan nella sua terra desolata accende una lampada di speranza: in Prayer le parole sono “Meditazione, La guerra è finita, Pace, Hallelujia, Questo è il mio hallelujia, Prega per la Redenzione, Dammi il tuo Pane”. Parole che si stampano su un pentagramma di loop meno ossessivi del solito.

Al termine di 53minuti di musica-non musica, rimane per chi ascolta il senso di apocalisse, di altare sacrificale, di tragica profezia. Alan Vega al termine del suo viaggio musicale lancia una ulteriore sfida, un oltraggio alla visione prometeica dell’uomo, che è il vero bersaglio della sua violenza verbale: il disco si conclude con Stars, un brano in cui una voce quasi proveniente dal profondo dei cieli declama “ti ho dato le stelle, i pianeti, le terre, le stelle, il potere: è tutto tuo ed è tutto gratis”….. quasi a voler rappresentare una resa dei conti: che ne è stato del potere illimitato dato all’uomo? Il tutto su uno sfondo di tastiere che rappresentano tempi e galassie inquietanti ed immutabili. Tra Philip Dick e William Borroughs si incrociano frequenze metalliche e giorno del giudizio in uno scenario che termina sulle parole finali: “ricorda, è la tua vita, è la tua vita!”. Parole che Alan Vega declama come fosse un sacerdote dell’Ade.

Cala così il sipario su un personaggio apocalittico e borderline e si spegne una voce urlante, che ricorda per analogie anche visive lo stile sanguinoso delle opere senza volto di Francis Bacon. Chissà se ne rimarrà l’eco in giro nel mondo delle sette note.

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