LIAM O’MAONLAI: HOTHOUSE, LA MUSICA PER LO SPIRITO

Mercoledì 10 Marzo 2010

Liam O'Maonlai

Vive a Dublino, Liam O’Maonlai, ed è qui che l’ho raggiunto. Quando non suona, dipinge e ogni tanto si spinge a nuotare nell’Oceano della costa ovest irlandese. Liam è una delle colonne portanti degli HOTHOUSE FLOWERS (l’altra è Fiachna Ó Braonáin). Inutile dire quanto ami questa band, che mi accompagna con alcuni dischi fondamentali (People, Home, Songs from the rain), al punto che un verso di Isnt it Amazing è diventata l’intro di uno dei miei libri, Help, il grido del rock. Gli Hothouse flowers sono in concerto a Cantù il prossimo 20 marzo. L’intervista è un piccolo antipasto di quella serata. Ecco come è andata:

Ciao Liam: il vostro ritorno in Italia è contemporaneo all’uscita del vostro nuovo cd-live Goodnight sun. Cosa puoi raccontarci di questo nuovo prodotto?

LIAM - Abbiamo tenuto questo show a Kansas City, nel Missouri, ed è stato registrato da Stephen Ceresia. Riascoltandolo Fiachna ed io ci siamo convinti che catturava come mai l’energia e gli umori della band. Ci sono canzoni da differenti periodi della vita degli Hothouse insieme ad attimi di selvaggia improvvisazione. Insomma abbiamo sentito che valeva la pena di inciderlo e proporlo a tutti…

Come mai negli ultimi anni avete un’attività live così intensa e una così rarefatta produzione discografica?

LIAM - Registrare e scrivere canzoni è un processo intenso, ti svuota. Il nuovo disco live mostra tra le righe che ci sono alcune nuove canzoni pronte… per nascere. Comunque il nostro nuovo disco arriverà quando saremo pronti e quando i tempi saranno maturi.

Provando a definire o a raccontare la vostra musica, giro sempre intorno ai temi di soul musica, gospel e folk-rock…

LIAM -E va bene così. La soul music è un momento importante nella nostra strada musicale. Direi che noi siamo fatti in parti uguali di gospel music, spiritual music e tribal music. Personalmente mi piace onorare la musica in un modo in cui la musica stessa rivela qualcosa alle persone. Io servo la musica, e in fin dei conti anche la musica serve me….

Ricordo il festival di Glastonbury, 1989: vi ho visti in scena insieme a Van Morrison e ai Waterboys, voi che eravate praticamente agli esordi. Che ricordi hai di quei giorni?

LIAM - Quei giorni erano stupendamente folli. I festival sono sempre un evento particolare, ma quello fu proprio speciale: Van è un artista enorme, così come Mike Scott. Ma gli anni sono trascorsi e io oggi amo la musica più di allora. C’è anche più energia ora che nei giorni passati.

Negli anni successivi avete lavorato con Daniele Lanois e Michelle Shocked: siete ancora in contatto con loro?

LIAM - Ogni tanto incontro Lanois, è un artista magnifico. Ha un nuvo progetto in corso, titolato Here i show it is, ed è veramente ricco di ispirazione. Fiachna e Peter O’Toole hanno lavorato per alcuni anni con Michelle, mentre io non la vedo da un po’ di tempo. Comunque lei è una stupenda artista e una performer molto ispirata.

So che sei sempre un grande “ascoltatore” di cose dalle provenienze più diverse: cosa apprezzi particolarmente in questo momento?

LIAM - Adoro e consiglierei a tutti due artisti del Mali, Afel Bocoum e Tiariwen: sono profondi e brillanti. Poi amo due rockband come Killers e Kings of Leon, gente che sa proporre una forte spinta musicale. Per quanto riguarda l’Irish roots music, consiglierei a tutti di sentire Damien Dempsy.

LIAM - Parlando di Irlanda il discorso non può che finire sugli U2: cosa pensi delle loro ultime produzioni?
Gli U2 sono da sempre il segno di un grande rispetto per l’ascoltatore: mettono così tanto lavoro e feeling nella loro musica, che è certo che renderanno soddisfatti chi li ascolta. E gli ultimi dischi non tradiscono queste aspettative.

LIAM - Gli Hothouse sono in tour, c’è il progetto di un nuovo disco in arrivo: hai anche qualche idea “insolita” nel cassetto?
Inizierò a presentare un programma radiofonico da aprile. Sarà una sorpresa…

Liam, un ultima cosa: c’è ancora spazio per la musica che viene dal cuore e dall’anima?
LIAM - Ci sarà sempre un luogo per la musica soul e rock. Perché la musica è nutrimento per lo spirito.

Thanks to: ANNETTE
Walter Gatti

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HELP! RAVENNA: 20 FEBBRAIO

Lunedì 22 Febbraio 2010

Città, Ravenna. Luogo: Teatro della Scuola Tavelli, palazzo nobiliare del Settecento romagnolo. E’ qui che la performance di “canzoni raccontate” tratta da HELP! IL GRIDO DEL ROCK è andata in onda, con un titolo nuovo (Sono solo canzonette?). Con il solito Waltergatti questa volta c’erano un paio di belle sorprese: prima di tutto un bel trio, i CeModoEModo (voce-chitarra, batteria e sax: compliments per un trio da anni Cinquanta!) e poi Sandro Corradi in versione country-vocalist. Ma partiamo dall’inizio. Bella gente in sala (occhio e croce: un centinaio di persone, che facevano comunque pieno il teatrino), tra ragazzi e ragazzini (pure qualcuno delle elementari), mamme e papà, qualche professore (grandissima la presenza del professore di musica, violinista), e - soprattutto - le suorine che vivono nel palazzo.
La scaletta della serata ha vissuto così della narrazione e presentazione di video alternata con un caldissimo set live.

Tra i video, Beth Hart che interpreta Soulshine (guardala nel video), i Pink Floyd del G8 in Whish you were here, McCartney con The long and winding road, Enrico Ruggeri in Non finirà, La canzone dell’appartenenza di Giorgio Gaber (tra le più apprezzate) e What do you want me to do dalla voce di Mike Scott. L’eisibizione live ha invece visto il succedersi di L’Isola che non c’è (Bennato), La compagnia (Mogol e Battisti), Redemption song (Marley), Holy Mother (Clapton), Here comes that rainbow again (Kris Kristofferson). Finale con La strada di Claudio Chieffo. Bellissimo vedere alla fine i ragazzini che vengono a dire: “stiamo mettendo su una band, magari la prossima volta suoniamo noi….”.

Alla fine applausi, libri venduti e - udite udite - piadine sfornate calde dalle suore. Roba da ritornarci.

Walter Gatti

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TOM RUSSEL: GUADALUPE, EL PASO E ALTRE STORIE

Lunedì 22 Febbraio 2010

Tom Russel
Quando era uscito Blood and candle smoke, l’avevo ascoltato con grande emozione: mai come in questo disco Tom Russel, texano, uno dei grandi e solitari songwriter degli ultimi decenni, era riuscito a colpire al cuore. Già quella copertina con santini e candele poteva incuriosire, ma la prova dell’ascolto era vincente e definitiva, con tante canzoni che raccontano vita e poesia, frontiera e povertà. Ho cercato Tom per chiacchierare con lui, per farmi raccontare cosa si nasconde nelle canzoni di questo musicista di cinquantotto anni, laureato in criminologia (da cui una delle canzoni del disco, Criminology) e amico di tutti i poeti della beat generation, da Ferlinghetti a Bukovskji. Ecco cosa mi ha risposto dalla lontanissima ELPaso, la città dove vive da oltre dieci anni.

Tom, dopo venticinque anni dal tuo esordio, hai estratto dal cappello questo Blood and candle smoke. Cosa ne pensi: è il tuo capolavoro?

TOM RUSSEL: Cercando di essere oggettivo, direi che forse è il mio miglior disco da tanti anni a questa parte. Ha ottenuto grandi recensioni e commenti da parte di tanta gente e di giornalisti che di solito non mi seguivano per niente. Inoltre sta vendendo il doppio degli altri miei dischi, che non guasta. Credo che oggi la scrittura delle mie canzoni sia diventata più essenziale e precisa e inoltre la produzione complessiva del disco, grazie all’atmosfera dell’Arizona, l’ha trasformato in un album dal suono naturale, vicino alle radici della world music e credo dunque possa piacere ovunque, a un pubblico non limitato.

Certi racconti di questo cd mi ricordano Flannery O’Connor, Faulkner… Quanta letteratura c’è nella tua ispirazione?
TOM RUSSEL:
Tanta, davvero tanta. Amo Flannery, Salinger e Graham Greene soprattutto. Credo che Il nocciolo della questione e Strade senza legge siano state una grande ispirazione per questo disco.

E l’amicizia con Charles Bukovsky quanto ha influenzato la tua musica?
TOM RUSSEL: Se devo essere sincero non ha inciso più di tanto. La sua importanza per me sta nel fatto che la gran parte della letteratura nordamericana viene dalle università o dall’ambiente di New York, lui viene da un’altra parte. La mia relazione con Charles – a parte alcuni incontri – è stata soprattutto fortemente epistolare. Da lì ho approfondito tutto quello che mi è interessato di più, che è la fotografia di un’America di gente comune, non ti tipi colti o introdotti nei bei salotti.

Guadalupe: la canzone forse più bella del tuo nuovo disco suggerisce una… esperienza. Ci sei stato veramente al Santuario?
TOM RUSSEL:La storia è lunga e personale. Sono convinto che Città del Messico sia la Roma della nostra epoca e della nostra civiltà. Macchè New York o Los Angeles o Mosca: è Città del Messico il centro di tutto: quasi trentamilioni di persone ammucchiate da tutto il mondo, spesso senza sapere cosa ci fanno.

E il Santuario che c’entra?
TOM RUSSEL:Ci ho trascorso un pomeriggio intero e una lunga notte, sei anni fa. Non ci ero mai andato ma me ne hanno parlato in tanti: a ElPaso la gente che non ci è mai stata si conta sulla punta delle dita. Ci sono andato per la messa di mezzanotte di Natale, la sera in cui le donne indiane portano le loro statuette di Gesù bambino all’arcivescovo che le benedice con l’acqua santa. Il mio cuore batteva insieme alle canne dell’organo del 1700 che soffiava gli antichi inni religiosi…

Cosa è successo in quella notte di Natale?
TOM RUSSEL:Quella sera io ero li, nello scrigno del santuario, davanti a quella immagine. Eravamo tutti davanti a quella immagine. Guadalupe. Stiamo parlando di un’immagine che è tatuata sulla schiena di bandidos messicani rinchiusi nel braccio della morte. E’ la madre delle Americhe. Io non ho riscoperto la religione davanti a quell’immagine e non ho cominciato a predicare in mille lingue differenti, però ho capito quello che ha scritto Carlos Fuentes: “Puoi non considerarti cristiano, ma on puoi considerarti un vero messicano se non credi alla Madonna di Guadalupeâ€. La fede che si sente nel Santuario trascende il normale cattolicesimo, è storia. Tutto accade sotto il cielo e sotto lo sguardo di Guadalupe. Quella sera ho raggiunto la coscienza che non ero solo nel mio domandare. C’era una nuova luce nei miei occhi, riflesso di migliaia di candele. E’ lì che mi sono venute le parole della canzone, “chi sono io per dubitare di questi misteri?/ Cresciuti in secoli di sangue e fumo di candele/ io sono l’ultimo dei tuoi pellegrini/ quello che ha più bisogno di speranzaâ€.

Le tue canzoni seguono la grande scia di Leonard Cohen e Johnny Cash. A tuo parere la grande tradizione degli storyteller americani è ancora viva?
TOM RUSSEL:Decisamente no. La canzone d’autore è una forma d’arte ormai morta in America. I nuovi autori spesso mentono e non hanno…. palle. Ma in ogni momento potrebbe emergere un nuovo Dylan dal Sud Dakota o a Calcutta. Non perdiamo la speranza…

Come ci si trova a vivere a El Paso dopo aver provato Los Angeles, la Nigeria, il Canada, la Spagna…?
TOM RUSSEL:ElPaso-Juarez è la terra del delirio: qui ci sono 2000 ristoranti messicani e oltre 3000 persone sono state assassinate a Juarez negli ultimi due anni. Questo è l’ultimo brandello rimasto di Selvaggio West: è come essere in un film, solo che è realtà…

Tom, quale è il tuo ultimo progetto?
TOM RUSSEL:Proseguire l’idea “roots on the trailsâ€: un treno che attraversa il Nordamerica con a bordo un gruppo di musicisti folli che suonano le canzoni della tradizione. Partiremo la prossima primavera per attraversare la California e il Sudovest. A bordo ci saremo io, Dave Alvin e i Flatlanders. Peccato che l’Italia non si possa raggiungere sui binari…

Walter Gatti

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PAUL BARRERE: DUE CHIACCHERE CON LA STORIA

Lunedì 22 Febbraio 2010

Paul Barrere
Sono riuscito a contattare e a intervistare Paul Barrere, vale a dire la chitarra dei Little Feat, l’uomo che c’era quando è nata Dixie Chicken o quando è stata registrata Willin. Per me è un colpaccio. Siccome è un’intervista “sudista” l’ho messa sul mio Southern blog

http://southlanditaly.wordpress.com/2010/02/21/speaking-with-paul-barrere-part1/

In ogni caso ecco l’attacco della nostra conversazione:

Ciao Paul e grazie per la disponibilità. Little Feat è un pezzo importante di storia della musica. Siete passati attraverso 40 anni di rock, avventure, giorni belli e giorni brutti e siete ancora qui, seguiti dai fans di mezzo mondo. Cosa pensi se ti guardi indietro e vedi tutto quello che vi è accaduto?

PAUL BARRERE: Sono meravigliato che sia durato tutto così a lungo. E’ tutto così divertente e soddisfacente e tutto è sempre così nuovo e fresco serata dopo serata che non mi sono mai stancato di suonare queste canzoni. Già solamente tornare sulla strada può essere una sfida, oggi che siamo più vecchi, ma per quelle due ore che siamo sul palco, tutto funziona. Noi siamo davvero come una famiglia: ci conosciamo da così tanto tempo….

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AREA: MUSICA DA NON PERDERE

Martedì 2 Febbraio 2010

LUGLIO, AGOSTO, SETTEMBRE (NERO): la seconda serata della reunion degli Area a San Lazzaro di Savena

Lo ammetto: bisogna scavare nella memoria e bisogna farlo bene, per amare ancora gli Area. Occorre un certo impegno per cercare di capire se qualcosa di contemporaneo è rimasto nell’esperienza sonora di una band travolgente che il destino ha comunque “relegato†al suo periodo epico, cioè alla presenza tra le sue fila di Demetrio Stratos. Un’operazione non facile. Un operazione disincantata.

C’ero ad un concerto degli Area a Lodi, anno 1973. C’ero poi al Parco Lambro nel giugno ’76, ad una delle loro esibizioni rimaste negli annali del rock italiano. E non volevo perdermi - lo scorso 29 gennaio, al teatro Itc di San Lazzaro di Savena - una delle ormai rare occasioni in cui Patrizio Fariselli, Paolo Tofani e Ares Tavolazzi si ritrovano per fare musica live insieme. Per andare sul sicuro mi son portato dietro un amico musicista che di Area sapeva ben poco, Ferruccio, in modo tale che potesse anche lui offrire uno sguardo freddo della momentanea ricostituzione. Insomma: volevo un arbitro non di parte per una reunion speciale.

Ci siamo trovati in un piccolo teatro affollato di gente. Negli anni le strade dei tre Area “sopravvissuti†si sono incrociate raramente: Tavolazzi suona con i migliori cantautori italiani (da Conte a Guccini), Fariselli passa dall’insegnamento musicale alla composizione di musiche per l’infanzia (era il musicista dell’Albero Azzurro), Tofani esprime se stesso nella ricerca spirituale e composizione musicale buddista. Quando il concerto inizia, si capisce che sul palco giocano ad incrociare le proposte musicali, evitando il “tutto e subitoâ€. Così la prima parte della serata vede i tre presentarsi da soli, ognuno alla prese con espressioni strumentali solistiche, melange di suoni, elaborazioni elettroniche, trascinamenti ritmici. Seduto ad un pianoforte a coda e con l’ausilio di un moderno synth, Fariselli, gioca tra jazz e armonie, mentre Tavolazzi si diverte con un contrabbasso a cui vengono applicati un sequencer e un delay, per rendere più complete le possibilità dello strumento. Il più funambolico, ovviamente, appare Tofani, che si presenta in scena con un liuto indiano, il Tri-Kanta Veena, progettato e interamente realizzato da lui stesso, e con un santoor originale. E si capisce subito che i vecchi Area fanno sul serio e sono vivi “oggiâ€. L’amico musicista, di fianco a me si compiace…

Il concerto entra nel vivo e – visto che l’età è quel che è – si percepisce che l’assalto sonoro, marchio di fabbrica della band, non è più così marcato: ha preso il suo posto un gusto sonoro affascinante e maturo, fraseggi che piacerebbero a Robert Fripp o John Zorn, scorribande che ancora occhieggiano al free jazz. Anche dal punto di vista dell’atmosfera la serata potrebbe infilarsi sui binari della nostalgia rivoluzionaria, della celebrazione degli assenti o della retorica dei bei tempi andati. Invece, niente di tutto questo. Sin dai primi istanti Tofani rompe il ghiaccio (e scioglie la tensione): la sua chitarra è funambolica come e più di prima, come pure la sua ironia. Fariselli, pianista di enormi virtù, gioca con il pubblico e butta lì la battuta sugli altri e su di sé (presentandosi di volta in volta come Karl Marx o Mickaijl Bakunin). I pezzi noti si alternano a melodie ed elaborazione nuove: ovvio che il piccolo teatro bolognese si apre in un’ovazione quando Fariselli conduce il ritmo che porta ad Arbeit macht frei, e illuminante l’introduzione di Tofani a Luglio, agosto, settembre (nero): “Questo è un pezzo che suonavamo in una fase sociale e politica molto particolare: speriamo che vi piaccia ancoraâ€.

GIOIA E RIVOLUZIONE SU YUTUBE

C’è un po’ di ironia e di leggerissimo distacco nei tre e così Gioia e rivoluzione (ora in concerto è senza parole, ma ai tempi di Demetrio così inneggiava: “Canto per te che mi vieni a sentire/ Suono per te che non mi vuoi capire/Rido per te che non sai sognareâ€) diventa un bluesy lento e pieno di feeling, mentre La mela di Odessa (storia dell’affondamento di una nave tedesca da parte di rivoluzionari russi), parte con debordante vivacità funky con Tofani che canta “gorgheggiando†a la Stratos.

E mentre tutta la musica di questa serata unica fluisce, si conferma una certezza: questi erano e sono musicisti inarrivabili. Certo, c’era la politica. Certo si andava ai concerti con il pugno chiuso, senza quasi nemmeno ascoltare melodie rock con influenze arabe, soluzioni artistiche e cambi di ritmo. Certo bastava metterci di mezzo la parla rivoluzione e tutto diventava artisticamente accettabile, pure le fregature. Il tempo ha giudicato, ma gli Area erano musicisti con i fiocchi e in concerto l’han riaffermato anche trent’anni dopo, con tre decenni sulle spalle trascorsi a suonare, a continuare a migliorare, anche lontano dalle grandi platee (Tavolazzi a parte). Nulla di enfatico, nel loro presente: i tre sono terribilmente sobrii (è proprio il termine che l’amico Ferruccio musicofilo usa e sotto sotto capisco che si è divertito, lui che al tempo degli Area preferiva ascoltare la PFM) e ancora capaci di sperimentare, di assommare suono acustico a soluzioni sintetiche, rivelando una contemporaneità sconosciuta a tantissimi. Altro che dinosauri, definizione che di solito si applica ai vecchi che ritornano sul palco (soprattutto tra gli Usa e l’Inghilterra) e che risulta fuori luogo. Qui bisognerebbe invece chiedere a gran voce che la reunion continuasse, si ripetesse, perché finalmente quella musica e quelle musiche, forse finalmente libere da vincoli e colori, si facessero ascoltare ed apprezzare.

Tutto finisce con un pezzo di Tofani dedicato a Demetrio, una ode krishna “in cui tutto ruota intorno all’amicizia che avrei potuto dare a Demetrio nei momenti della sua maggior sofferenzaâ€, un momento intenso, non importa se riuscito o meno, un omaggio degli Area al loro volto simbolico. Ode di mancanza ed impotenza in un concerto in cui c’era tutto tranne – e che ci si poteva fare? – la voce. Quella voce.

Walter Gatti

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PATTY GRIFFIN E I GOSPEL DI NASHVILLE

Venerdì 29 Gennaio 2010

Patty Griffin
Al suo settimo disco, Patty Griffin centra il titolo indimenticabile. In attività dal ’92 come folksinger nei piccoli club di Boston, Patty è ormai una delle più note country singer degli States, autrice e musicista dal curriculum stellare, stimata dai migliori che fanno a gara a incidere le sue canzoni. E oggi 27 gennaio, esce in tutto il mondo il suo nuovo lavoro, Downtown church, un album di gospel songs tutto da raccontare. E le parole di questo racconto sono proprio le sue, quelle di Patty: “Ho deciso di fare un disco di gospel perché credo che le musiche che ci sono arrivate dalla tradizione nera siano le fondamenta di quasi tutto ciò che amo, sono il punto di partenza della mia musica come di gran parte della musica che ascoltiamo. In questo senso credo che i lavori di artisti come gli Swan silvertones, il Golden gate quartet e Dorothy Love Coates dovrebbero avere la stessa fama e lo stesso rispetto di quelli di Hank Williams e Bob Dylanâ€.
Downtown church
Un’affermazione importante, da parte della quarantasettenne musicista del Maine: i dischi di Patty sino ad ora erano ricchi di country e di folk, dal primo Living with ghosts (1996) al recente e bellissimo Children running through (2007) con alcune puntate in quei territori rock a metà strada tra ricerca e tradizione che piacciono a Dave Matthews (che infatti l’ha voluta nella sua etichetta: quattro dei dischi di Patty sono infatti usciti per la Ato) e Beck.

Ora però arriva il grande omaggio alla musica delle radici ancestrali, delle fondamenta e pare proprio che Patty sia riuscita nel suo disco “definitivoâ€. Molla dell’operazione è stato il suo discografico, il boss della Emi Tom York, che l’ha spinta a dar forma a un’idea che fino all’estate del 2009 pareva un sogno. Per rendere il sogno realtà, la Griffin ha posto una condizione: “Se il disco nasce, a produrlo ci deve essere Buddy Millerâ€. Chi è costui? Uno dei santoni del country: collaboratore di Robert Plant e Alison Kraus, Steve Earle e Johnny Fogerty (quello dei Creedence) è stato anche produttore di Emmilou Harris, Dolly Parton e Shawn Colvin. La Griffin e Miller si incontrano a Nashville e su precisa richiesta della cantante, decidono di andare a registrare nella Cattedrale Presbyteriana di Nashville. Da qui il nome del disco che suona suppergiù come la chiesa del centro. Non sarà una novità la location (il disco in una cattedrale l’hanno inciso anche i canadesi Cowboy Junkies: era il 1988 e la chiesa era la Holy Trinity Church di Toronto), però è interessante sia la scelta delle canzoni, che gli ospiti chiamati a interpretarle, che l’atteggiamento della musicista.

Con Patty c’è infatti un nucleo scelto di amici: Emmilou Harris che canta in Little fire McCrary (figlie del fondatore dei Fairfield four, una delle formazioni leggendarie del gospel nata a Nashville negli anni ‘20) che rendono indimenticabili The strange man, Move up e Wade in the water. E a sorpresa c’è Raul Malo, intensa chitarra e voce dei Mavericks,che accompagna Patty nell’interpretazione supenda di Virgen de Guadalupe, un’antica canzone messicana che racconta l’addio da parte del campesino messicano che parte per cercare lavoro negli Stati Uniti, che dolcemente affida alla Virgen la sua anima: “Adios oh virgen/ Madre querida/ Adios rifugio del pecador/ Eres mi encanto/ Eres mi vida/ Dulce esperanza/ En mi dolorâ€.

In altre canzoni la Griffin fa da sola, come quando riprende la sua Waiting for my child to come home (già cantata anche da Mavis Staples).

Disco di mille ispirazioni: vecchi gospel, canzoni country, inni battisti, ma sempre senza bigottismo; canzoni cantante da una cantante liberal con grande rispetto per quelle radici da cui tutto sembra provenire. Patty di sé ha detto parlando di questo cd: “Sono cresciuta in una famiglia cattolica. I miei genitori erano molto religiosi. Mio padre aveva addirittura fatto un’esperienza come monaco in un convento trappista. Io ora mi sento un po’ una figlia non ortodossa, una bastarda, ma tutto ciò che mi è stato insegnato è rimasto dentro di me e continua a mostrarsi e a suggerire tante coseâ€. Ad esempio suggerisce un finale emozionante: una versione di All creatures of our God and King (vale a dire il Cantico di frate Sole o delle Creature attribuito a San Francesco, così come trascritto e musicato nel 1919 da William Draper, prelato e musicista inglese) per sola voce e piano. La canzone si libera sotto le volte della cattedrale di Nashville, con un riverbero naturale e non artefatto. Forse questo è ciò che più colpisce: non è un disco finto. Merito forse delle volte di quella downtown church in cui tutto è nato ed è stato registrato.

Walter Gatti

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