Paul Reddick & The Gamblers

Domenica 19 Novembre 2017

Gabriele Dellepiane, bassista della band The Gamblers che si è fatta notare negli ultimi anni in formazione con Guitar Ray per alcuni bei dischi e importanti collaborazioni nell’area blues con personaggi del calibro di Fabio Treves, Otis Grand e Jerry Portnoy - solo per citare i più noti, da anni sta mostrando anche le sue ottime capacità di manager. In questa veste, e sempre con lo scopo di organizzare serate di grande musica, sfruttando la sua profonda cultura musicale ma soprattutto le moltissime relazioni maturate in oltre 10 anni di carriera da musicista, ha realizzato importanti progetti. L’ultimo di questi è una serie di concerti in Italia di Paul Reddick accompagnato dai suddetti The Gamblers e dai Monkey Junk. Chi ha avuto la fortuna di vederli nelle ultime settimane (allo Spazio Teatro di Milano, al Blues and Soul Festival di Fresonara, al Bar The Brothers di Grezzana ed al Blue Seagull di Chiavari) concorderà con me di aver assistito ad una serata magica: sul palco erano presenti grandissimi musicisti con una sintonia che poche volte si realizza, canzoni bellissime ed un sound a dir poco strepitoso. Il merito di Gabriele è stato quello di costruire un’armonia perfetta tra persone, prima che musicisti, magnifiche. Visto che forse non tutti conoscono i personaggi che hanno suonato nei succitati concerti, vale la pena spendere qualche parola per presentarli. Paul Reddick è un armonicista, cantante e songwriter canadese che negli anni 90 ha girato in lungo ed in largo il Canada ed il Nord America raccogliendo un grande successo con i suoi The Sidemen; tale successo è cresciuto nelle produzioni da solista dal 2010 tanto che le sue canzoni sono state usate in serie televisive, film e pubblicità (ad esempio I’m a Criminal per la Coca Cola). Credo che nulla racconti meglio Paul Reddick delle sue stesse parole, recitate in un breve video nella homepage del suo sito che inizia con “Blues is a beautiful landscape”.

Paul Reddick è un vero artista nel senso che il suo solo ed unico scopo è fare buona musica e ci riesce, a mio parere, con una capacità scenica travolgente, armonie ammalianti e canzoni di grande valore poetico; Reddick ha saputo negli ultimi anni raccogliere attorno a sé valenti musicisti ma soprattutto amici che fanno la differenza sia nelle sue registrazioni (si senta l’ultimo lavoro Ride The One) che nei concerti. Tra gli amici che suonano spesso con Reddick ci sono anche i Monkey Junk. Anche loro canadesi, attivi dal 2008 nell’area blues/rock, sono un trio particolare basato su due chitarre ed una batteria: hanno collezionato decine di premi (tra questi molti Maple Blues Awards) e suonato in tour in Canada, Stati Uniti e spesso anche in Europa. Steve Marriner (anche noto come Steve Gregg), uno dei due chitarristi, è un abile polistrumentista (chitarra, basso, armonica, hammond oltre al canto) che ha iniziato a suonare giovanissimo, ha militato in alcune band di Ottawa (The Johnny Russell Band and the JW-Jones Blues Band) prima di formare i Monkey Junk dopo aver incontrato Tony D. Quest’ultimo, il secondo chitarrista della band, è un musicista italo canadese (D sta infatti per Diteodoro) dalle spettacolari capacità chitarristiche che non passarono inosservate all’inizio della sua carriera; infatti ha suonato nella band di Buddy Guy e nel 1982 ha avuto l’onore di aprire alcuni concerti di Steve Ray Vaughan: questi eventi lo lanciarono nel suo personale progetto, The Tony D Band, fino ad approdare ai Monkey Junk. La potenza di questa band è notevole e può essere colta appieno nell’ultimo lavoro Time To Roll che contiene pezzi originali caratterizzati da un intrigante blend di rythm’n’blues, rock’n’roll e funk boogie oltre ad una cover di Albert King (The Hunter). The Gamblers sono l’ultima componente che è salita sui palchi italiani recentemente con Paul Reddick: in questo caso si tratta solo della sezione ritmica, Gab D (il nostro Dellepiane) al basso e Marcello Borsano alla batteria, che si è spesso configurata come backing band per moltissimi artisti nostrani (ad esempio Alex Gariazzo) ed internazionali (ad esempio Big Pete Pearson), facendo emergere elevate capacità musicali ma soprattutto di supporto e valorizzazione del main artist.
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Personalmente ero presente alla serata al Blue Seagull, un piccolo pub di Chiavari che spesso ospita interessanti artisti dei più disparati generi musicali. Paul Reddick, un vero animale da palco, ha coinvolto il pubblico con le sue capacità istrioniche e da attore; da vero maestro di cerimonia, inoltre, ha gestito al meglio tutti i musicisti in scena, li ha presentati e portati, di volta in volta, al centro del palco, ha dato spazio ai vari assolo sempre con grande attenzione all’equilibrio delle canzoni. La sua voce ha stregato tutti ma soprattutto la sua capacità di storytelling che è emersa chiara nell’interpretazione di una manciata di suoi brani provenienti dall’ultimo lavoro, Ride The One. Abbiamo potuto ascoltare molte canzoni da questo disco, tra le quali le veloci Shadow e Celebrate e le più ritmate Gotta Find A… e Diamonds, e qualche incursione nel passato con I’m a Criminal. A metà del concerto un “Hey Ray, come on, join us” chiama sul palco Guitar Ray ed un caloroso applauso di affetto incoraggia il grande chitarrista del Tigullio, assente dalla scena da qualche mese.
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A questo punto sul palco ci sono tre chitarre, la sezione ritmica dei The Gamblers e la magnetica presenza di Reddick con la sua voce e le sue armoniche: la serata diventa infuocata ed il sound incisivo e coinvolgente. Tutti i musicisti sembrano arricchiti dalla presenza degli altri sul palco e riescono ad esprimersi in modo eccellente creando un sound potente e, spesso, da brividi, sia negli assolo che di supporto alle canzoni. Veramente notevole la performance dei chitarristi, tutti provenienti da esperienze completamente diverse ma accomunati dall’amore per il blues; la backing band di Gab D e Borsano crea un tappeto sonoro di perfetto sostegno alle varie canzoni; Paul Reddick è magnifico, con la sua mimica ed il controllo continuo di tutto quello che accade sul palco governato, dal punto di vista dei suoni e degli arrangiamenti, da Steve Marriner. Serata splendida, grande musica, fantastici musicisti: se vi capita non perdete un loro concerto e speriamo in un disco tutti assieme.

Davide Palummo, novembre 2017

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Winwood: Greatest Hits Live

Mercoledì 27 Settembre 2017

Steve Winwood - Greatest Hits Live
Qualcuno ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo quest’anno nel suo lungo tour mondiale che ha fatto tappa a luglio anche in Italia (Pordenone e Gardone Riviera): si tratta di uno dei maggiori interpreti della musica dei nostri tempi, Steve Winwood.
Il musicista inglese, oramai quasi settantenne, è stato uno dei massimi protagonisti della grande stagione del rock: ha iniziato giovanissimo a suonare con lo Spencer Davis Group (1965-1967), dalla cui esperienza scaturiscono due capolavori come I’m a Man e Gimme Some Lovin’, per seguire poi con la costituzione dei Traffic (1967-1974) che produrranno alcune delle pietre miliari di quell’English Sound nato dalla contaminazione di blues, jazz e rock come Dear Mr Fantasy e John Barleycorn; seguirà la formazione del supergruppo Blind Faith (1969), da cui proviene Can’t Find My Way Home, ed un lungo periodo di produzione solista ma nel frattempo non si fa mancare collaborazioni con importantissimi musicisti (Eric Clapton, Jimi Hendrix, George Harrison, Joe Cocker e moltissimi altri) dai quali assorbirà una capacità di integrazione sonora unica al servizio della sua voce inconfondibile.

Il recente doppio CD Greatest Hits Live ripercorre tutta la carriera di Steve Winwood proponendoci versioni dal vivo di 23 canzoni scolpite nella mente di ogni appassionato di musica rock: Steve Winwood attinge dal suo personale archivio di registrazioni dal vivo per regalarci uno squarcio temporale lungo 50 anni: nota di rilievo l’altissima qualità sonora delle registrazioni come potevamo aspettarci da un perfezionista come lui. La band che lo accompagna recentemente nei suoi concerti ed in questo doppio CD è notevole: Jose Neto (chitarra), Richard Bailey (batteria), Paul Booth (sax, flauto e hammond) ed Edson “Cafe” Da Silva (percussioni). La band riesce perfettamente a ricostruire, a volte migliorare, le sonorità del passato dove il marchio di fabbrica risiede certamente nella voce spesso supportata da fiati ed organo. Questo lavoro dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, le doti di polistrumentista di Steve Winwood con pezzi dove il suo Hammond e la chitarra emergono prepotentemente con tinte personalissime, la grandissima capacità di scrittura di canzoni che stanno attraversando il tempo senza perdere minimamente smalto ed efficacia e, ultima ma non meno importante, la timbrica vocale unica, inimitabile. Il lavoro è tutto godibilissimo e la selezione riesce anche a cogliere pezzi notevoli appartenenti ad alcune fasi minori di Winwood (ad esempio quella che va dal 1987 al 1997) ma sicuramente i momenti migliori si hanno nella reinterpretazione dei grandi classici come The Low Spark of High Heeled Boys (Traffic, 1971), Gimme Some Lovin’ (The Spencer Davis Group, 1966), Glad e John Barleycorn (Traffic, 1970).
Davide Palummo, settembre 2017

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ALAN VEGA: MORTE E RESURREZIONE DI UN ARTISTA

Mercoledì 6 Settembre 2017

(pezzo uscito su ILGIORNALE, 11 agosto 2017, non lo avevo pubblicato prima e allora ecco qui……..)

Alan Vega non è mai stato un musicista accessibile. Il signor Boruch Alan Bermowitz (è il nome anagrafico di questo newyorkse purosangue scomparso nel luglio del 2016), già nei primissimi anni ‘70 con la sua band, i Suicide, ha portato sullo scenario musicale una forma embrionale di spigolosissimo e sfacciato elettro-punk, ben prima della nascita del genere nel suo formato rocckettaro con Sex Pistols, Clash, Ramones e compagnia.

Nell’epoca del girovagare live dei Suicide, Vega - in compagnia di Martin Rev, tastierista e programmatore ossessionato e ossessionante - si è fatto amare-odiare dal pubblico, dividendolo in fazioni, frustandolo con un suono fastidioso ed elettrico, provocandolo da nemico a colpi di elettronica e di memento mori, facendosi cacciare violentemente da quelli che volevano ascoltare pezzi di punk-rock a base di chitarre, pezzi veloci e borchie.

Negli anni in cui il punk era alternativa agli standard rock, i Suicide erano alternativa a entrambi. Il punk voleva essere svuotamento cutaneo ed esteriore della rabbia giovane mentre invece Alan Vega voleva contribuire ad aumentare il ribollire dell’odio interno. Per questo Alan diventerà uno dei personaggi più influenti su una vastissima generazione di musicisti e di generi più o meno sperimentali, facendosi amare da Springsteen e Lou Reed, Sonic Youth e Nick Cave, Depeche Mode e Nine Inch Nals, Primal Scream e Marc Almond, incidendo su no wave, noise, elettro-pop, industrial metal e finanche sulla techno.

Figlio di una coppia metà ebraica e metà cattolica, studente ad un college di arte contemporanea, Alan ha tratteggiato così un incubo metropolitano con terrificanti canzoni manifesto capeggiate da Frankie Teardrop (uscito nel 1977 nel primo album dei Suicide), storia di un giovane che compie il peggio di fronte alle delusioni della vita, come se l’epilogo di The River (uscito nel 1980) di Springsteen fosse una scena cosparsa di sangue innocente.

Morto all’età di 78 anni lo scorso anno, Vega ha lasciato materiale per un nuovo apocalittico album appena uscito, IT, pubblicato sotto la supervisione della moglie Elizabeth Lamere. Ed è un disco (naturalmente) dissacrante e sepolcrale, più opera d’arte estrema che prodotto musicale. Tra noise elettronico, drum machines e tematiche da “fine dei tempi”, Alan Vega apre il suo nuovo disco con i sei minuti mozzafiato di DTM (Dead to Me), vertiginosa, ripetitiva e rimbombante litania nera: “La vita non è un gioco, la vita non è un gioco”, ripete il musicista, declamando che siamo “nei giorni e nelle notti del puro male, del male perfetto”. Come direbbe il colonnello Kurtz-Marlon Brando: è il tempo dell’orrore.

L’incubo di cui narra il musicista di Brooklyn non è forse una novità (si pensi agli ultimi lavori di Roger Waters o di Mark Lanegan…): è la contemporaneità fatta di breaking news sanguinose, di sgozzamenti televisivi e di popolazioni sotto bombardamento continuo, di volgarità pubblicitaria e di scarsità di arte autentica. Screaming Jesus si apre con un minuto di urla, in cui la Crocifissione (pochi come Vega hanno sentito l’attrazione della Croce) è contraltare divino delle morti insensate con cui il nostro tempo imbandisce la tavola degli scoop. Ci si immerge poi in un contesto industrial per Motorcycle Explodes, una cavalcata che ruota attorno all’agonia del sogno americano della corsa in Harley verso la libertà (“la verità è morta”), quasi citando un’epica scena di Zabrinskie Point.

I testi – come d’abitudine - sono declamazioni, frasi-manifesto, claim espressionisti per Alan Vega che come in ogni altro suo disco urla e strepita, a volte declama. L’unica differenza tra lui e Giovanni Lindo Ferretti (per suggerire un punto di contatto con un altro artista visionario e “urlatore”) è che quest’ultimo si lascia sempre uno spazio finale di possibile redenzione. In Vega la redenzione è un lumicino. Eppure c’è: anche Alan nella sua terra desolata accende una lampada di speranza: in Prayer le parole sono “Meditazione, La guerra è finita, Pace, Hallelujia, Questo è il mio hallelujia, Prega per la Redenzione, Dammi il tuo Pane”. Parole che si stampano su un pentagramma di loop meno ossessivi del solito.

Al termine di 53minuti di musica-non musica, rimane per chi ascolta il senso di apocalisse, di altare sacrificale, di tragica profezia. Alan Vega al termine del suo viaggio musicale lancia una ulteriore sfida, un oltraggio alla visione prometeica dell’uomo, che è il vero bersaglio della sua violenza verbale: il disco si conclude con Stars, un brano in cui una voce quasi proveniente dal profondo dei cieli declama “ti ho dato le stelle, i pianeti, le terre, le stelle, il potere: è tutto tuo ed è tutto gratis”….. quasi a voler rappresentare una resa dei conti: che ne è stato del potere illimitato dato all’uomo? Il tutto su uno sfondo di tastiere che rappresentano tempi e galassie inquietanti ed immutabili. Tra Philip Dick e William Borroughs si incrociano frequenze metalliche e giorno del giudizio in uno scenario che termina sulle parole finali: “ricorda, è la tua vita, è la tua vita!”. Parole che Alan Vega declama come fosse un sacerdote dell’Ade.

Cala così il sipario su un personaggio apocalittico e borderline e si spegne una voce urlante, che ricorda per analogie anche visive lo stile sanguinoso delle opere senza volto di Francis Bacon. Chissà se ne rimarrà l’eco in giro nel mondo delle sette note.

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SOUTHERN BLOOD: L’ADDIO DI GREGG ALLMAN

Mercoledì 6 Settembre 2017

“Sto chiudendo il libro, Sulle pagine e sul testo, E non mi importa in realtà, Di quello che succederà, Sto proprio andando, Sto andando, Sono andato”: Gregg Allman ha preso a prestito alcuni versi di Going Going, Gone di Bob Dylan per accomiatarsi dalla vita, dai suoi amori e dalle sue canzoni. L’ha fatto materialmente il 27 maggio, sconfitto da un cancro al fegato dopo anni di ricadute e riprese di una salute malconciata e spesso riacciuffata per miracolo.

Il 69enne padre del southern rock, nato nel 1947 a Nashville, ha salutato tutti artisticamente pubblicando in questi giorni il suo 10° album (escludendo quelli registrati con la Allman Brothers Band, che sono altri 24), Southern Blood, lavoro postumo prodotto da Don Was e registrato ai Fame Studio di Muscle Shoals in Alabama, studi leggendari dove hanno inciso i più grandi nomi della soul and blues music e dove Duane Allman, fratello e fondatore della celebre band, aveva iniziato a diventare famoso. Si tratta di un disco di dieci canzoni di cui solo la prima porta la firma di Allman (insieme a Scott Sharrard, chitarrista della sua band), mentre le altre nove sono cover più o meno celebri rilette e reinterpretate con quel suo feeling personale celebre ed indiscusso.

“La strada è il mio unico e vero amico” canta Allman nella canzone d’apertura, My Only True Friend, con la sua voce inconfondibile, un impasto indimenticabile di tenerezza e di perdizione blues offerta ad una canzone che continua dicendo: “Spero tu possa essere posseduto dalla musica della mia anima, quando me ne sarò andato”. Nel pezzo successivo, la dolcissima e sconsolata Once I Was, tratto dal disco-capolavoro di Tim Buckley (Goodbye and Hello, anno 1967), Gregg spinge la sua voce e le sue tastiere verso la domanda più fragile per un uomo (oltre che per un artista): “A volte mi piacerebbe sapere, Se mi hai mai pensato, Se mi hai mai ricordato?” Bastano questi due primi brani per definire il territorio artistico di questo album: soul-blues dettato da un’anima dagli infiniti chiaro-scuri, in compagnia di una band calda e pulita, priva di quelle asperità artistico-creative che erano state negli anni più caldi della Allman Brothers Band la maledizione del rapporto con Dickey Betts, chitarrista impetuoso e caratteraccio di rara impulsività autodistruttiva.

Ed allora avanti con gli altri pezzi dell’album: la già citata cover dylaniana (tratta da Planet Waves), che forse è il pezzo più bello e struggente del cd, l’aspro blues di Love the Life I Live di Willie Dixon (di cui la Allman Brothers aveva già recuperato in tempi d’oro la rovente The Same Thing) ed ancora Love Like Kerosene, un pezzo del chitarrista Sharrard già apparso nel recente doppio live Back to Macon, gran ritorno a casa in Georgia per colui che era ormai considerato il nume tutelare della southern music.

Mentre le canzoni si alternano, emerge una cifra: l’album è dominato da una nota di addio e di nostalgia. E’ un disco in cui Gregg trasmette palpabilmente la sensazione di essere arrivato al termine della sua autostrada, lui che da midnight rider l’aveva percorsa con ogni tempo e in ogni possibile situazione, con soci improbabili e con la compagnia di spettri e fantasmi. L’autostrada (non è un caso l’inserimento in questo disco di una versione diretta, ma assolutamente stunning di Willin‘, sogno struggente di una vita da camionista firmata da un altro genio del southern rock, Lowell George) e l’inseparabile organo hammond, gli amori e la nostalgia, l’autenticità e la felicità cercata e forse mai toccata fino in fondo nonostante sei matrimoni, alcuni figli, migliaia di concerti, milioni di fans: ecco cosa c’era nello zaino di questo musicista che ha segnato il rock per 50anni visto che il suo esordio discografico (con gli Hour Glass, band formata con il fratello Duane) è datato 1967.

E visto che è un addio, il disco si conclude con Song for Adam, canzone dell’amico Jackson Browne (è nel primo album di quest’ultimo, datato 1972, esordio epocale che conteneva anche Jamaica Say you Will e Doctor My Eyes), a cui il cantautore californiano presta proprio voce e chitarra acustica a Gregg. La canzone è quasi il riassunto della vicenda artistica dei fratelli Allman. Dedicata da Jackson ad un amico scomparso, il brano diventa in questa interpretazione una sorta di accorata celebrazione della memoria di Duane Allman, “quando ci separammo, stavamo ancora sorridendo; non ho più sentito parlare di lui fino a quando ho sentito dire che un mio amico era morto”. Il protagonista poteva essere Duane, ora però (dopo la sua scomparsa) è Gregg, in una canzone che ha i sapori della California degli anni ‘60, e che conclude un album di belle canzoni, di belle emozioni e di enormi commozioni.

Il Cd è un lavoro che svetta nella pur enorme produzione di Gregg Allman. Sicuramente più ricco del precedente Low Country Blues (2011), l’album conferma il sound soul-blues che Gregg Allman ha avuto in solitario dai tempi del suo primo live da solista (The Gregg Allman Tour, 1974), con il forte ricorso all’armentario di ottoni per generare quel certo sound con cui lui sintetizzava tutte le influenze del South, dal blues al gospel, dal country al jazz. Serpeggiante sotto le note e le melodie c’è l’antica anima solitaria di Gregg Allman, inquieta e delusa da mille amori (si pensi al suo capolavoro: Whipping Post), radicalmente incapace di sentirsi a casa e di “fermarsi” in quella quiete e in quella serenità che il musicista di Nashville ha sempre cercato, tanto da titolare uno dei suoi dischi più belli Searchin’ for Semplicity. Ma Southern Blood porta anche con sé la sensazione di una sorta di rappacificazione con la vita, percezione espressa in una delle canzoni simbolo di quest’ultimo disco, Out of the Left Field, capolavoro di Percy Sledge (era in Take Time to Know Her, album del 1968) scritta dalla coppia stellare dei Fame Studios, Dann Penn e Spooner Oldham. “Camminavo su una strada che non andava da nessuna parte… e poi da fuori dalla mia tristezza, dolcezza, sei venuta tu; improvvisamente, inaspettatamente, è arrivato un amore e un amico; un amore e un amico spuntati fuori dal nulla”. E l’inguaribile e irrefrenabile “sangue sudista” di Gregg, chissà, così potrebbe essersi trovato a casa, lui che anche recentemente aveva scritto dell’incapacità di “guarire” dai dolori della vita in due dolenti brani-manifesto come The High Cost of Low Living e Old Before My Time, compresi nell’ultimo album della ABB, Hittin the Note, anno 2003.

Icona del rock indipendente da tutto e da tutti, Gregg Allman lascia con questo album il suo segno finale sulla storia del rock, portando una voce e un tocco dell’Hammond che difficilmente potranno essere dimenticati o replicati. Con lui si conclude anche definitivamente la leggenda della Allman Brothers Band, regina del southern, autrice del più importante live della storia del rock (At Fillmore East), maestra (con i Grateful Dead) di ogni jamming band vivente, fucina di un blues e di una purezza musicale fatta di inventiva, creatività e di una buona dose di irrequietezza maledetta. Cala il sipario su Gregg Allman. Quel che resta è una personalità limpida, la sua grande musica e una scia infinita di canzoni importanti. Per tutti lui rimarrà sempre “the midnight rider”, colui che “loro non potranno mai fermare”.

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YES LIVE IN ITALY: ETERNI ANDERSON E WAKEMAN

Venerdì 28 Luglio 2017

Nessuna band come gli YES ha portato sulla ribalta del rock la complessità compositiva di un matrimonio totale tra ispirazione rock e potenzialità della scrittura classico-sinfonica. Atmosfere continuamente cangianti, ispirazioni filosofiche orientaleggianti, riferimenti rock-jazz e country su armonie di chiara matrice ottocentesca: ecco il cocktail compositivo di una band che non esitava (ai tempi d’oro) a cimentarsi in composizioni che trovavano soprattutto ascolto in un pubblico affamato di suoni ricchi ed evocativi, in un epoca in cui King Crimson, Genesis ed Emerson,Lake and Palmer costituivano con loro la scena nobile del rock mondiale.

Stimolante e piacevole, dunque, ritrovare una delle ultime incarnazioni di questa longeva band britannica in tour in Italia - Yes Featuring Jon Anderson, Trevor Rabin, Rick Wakeman - nello specifico nella cornice agreste dell’Arena Campagnola di Schio, in una delle tre date italiane che hanno visto sul palco questi tre sinceri interpreti di una serie di classicissimi titoli del progressive rock. Il concerto – visto la presenza di Rabin, chitarrista che ha militato nella band in tutti i periodi in cui Steve Howe non ha fatto parte del team anche se in alcuni momenti i due hanno “convissuto” – vede una partenza affidata a Cinema, a cui poi è seguito Changes, entrambi tratti da 90125, disco da altissima classifica nel 1983.

Brani da classifica a parte, lo show va francamente in orbita sui titoli classici: Perpetual Change e And You And I sono due squarci di musica stellare, capaci di alternare melodia purissima a un patchwork ritmico complicato e tesissimo. Pezzo di complessità armonica e ritmica inarrivabile, a metà serata esplode Heart of Sunrise, uno dei capolavori emotivi del rock più colto. In questo che rimane uno dei brani in cui il basso di Chris Squire (scomparso due estati fa per una leucemia) ha lasciato un’impronta indelebile, i mille piani di lettura dei testi della band si fanno caleidoscopio: l’alba è risveglio dell’uomo, è il risorgere nell’amore, è la sfida al grigiore della città (“i’m lost in the city”), è la luce che viene dalle sapienze antiche: parole che ripercorrono i tanti temi filosofico-esistenziali (ed esoterici) a cui gli Yes hanno per lunghi anni abituato i loro fans, tra sacre scritture e trattati teosofici, tra ecologismo e purezza mistica.

La lunghissima Awaken (da Going for the One) occupa uno spazio ampio della parte finale del concerto, quello delle suite che da sempre sono marchio di fabbrica della band, da Close to the Edge (una sinfonia di 19 minuti dall’omonimo disco del 1972, quando l’età media della band era 22 anni), alle quattro parti (lunghezza media: 20 minuti) di Tales from Topographic Oceans. E’ qui che risulta evidente che tutto il progressive-rock deve qualcosa agli Yes e a questa cocciuta voglia e capacità di portare in scena visioni musicali apparentemente fuori dal tempo, ieri come oggi. Più si accorciano le durate delle canzoni di successo radiofoniche, più Yes e i loro mille influssi (rintracciabili in Dream Theatre e Mastodon, ma anche in Iron Maiden e Mars Volta) godono nel portare in scena pezzi complessi, che costringono l’ascoltatore in una fascinazione che è di pelle e di cervello, di emozione e di godimento intellettuale.

La formazione in scena per presentare questo anacronistico, ma stupendo labirinto sonoro è impeccabile: l’eterno Anderson (72 anni) rimane uno dei più grandi cantanti del progressive, con una presenza scenica come sempre a metà strada tra l’hippie e il monaco induista, ma con una verve di simpatia contagiosa. Rick Wakeman (69 anni), vero maestro del palco, fa svolazzare il suo tradizionale mantello da Mago Merlino davanti ad un imponente castello di nove tastiere, godendo di ogni suono di moog, mentre Trevor Rabin è un chitarrista di tecnica ottima, onnipresente e ormai ben compaginato nel climax del suono Yes. A completare questa line up ci sono due perfezionisti che rispondono al nome di Lee Pomeroy (basso) e Louis Molino III (batteria).

Pur nella perfetta confezione, questi Yes hanno un paio di difetti (forse non così gravi, ma sicuramente evidenti per chi ama da tanto questa formazione) che nessuna rimescolatura e restyling potrà aggiustare. Il primo, macroscopico, riguarda il chitarrista: Trevor Rabin è sensazionale, un funambolico chitarrista di progressive-metal, quasi assimilabile a John Petrucci ed agli altri axeman del genere, ma lontano mille miglia dal demiurgo del suono-Yes, mister Steve Howe (70anni). Quest’ultimo in scena interpreta nuances e sfumature chitarristiche che il buon Rabin neppure immagina. Allo stesso modo il mix vocale (tutti sulle ottave alte) del trio Anderson-Howe-Squire, rimane un ricordo sbiadito nell’impatto vocale degli Yes visti oggi in tour.

Ma onestà per onestà: queste considerazioni critiche possono parimenti essere fatte verso l’altra incarnazione-Yes che in questi tempi gira il mondo dei concerti. Già perchè proprio in questi mesi sta attraversando il Nord America un’altra “formazione-Yes” composta proprio dall’inarrivabile Stevie Howe, insieme ad Alan White (storico batterista della band), con l’ex Buggles Geoff Downes (tastiere), Bill Sherwood (basso) e con il giovane vocalist Jon Davison che ha l’ingrato compito di interpretare i fasti vocali di Jon Anderson, recitando molto bene (per carità!) la lezioncina, ma purtroppo senza alcun carisma. Perché questo sdoppiamento in casa? Hanno forse bisogno di nuovi stimoli arrivati ai venerabili 70anni? Non potevano andare avanti insieme per il godimento del pubblico?

Forse sono critiche e osservazioni di lana caprina, anche perché l’unica conclusione ovvia è che gli originali sono sempre meglio delle riproduzioni, per quanto valide e certificate. Noncurante a quel che accade oltreoceano su altri palchi e con altri pubblici, il concerto di Schio degli Yes ha vissuto le sue battute finali con Owner of a Lonely Heart, il frutto migliore della vena pop-rock di Trevor Rabin (e più grande successo da hit parade della band), poderoso e avanguardista abbastanza da piacere a tutti. Il brano soprattutto permette a Wakeman e Rabin in un lunghissimo finale di andarsene a spasso in mezzo al pubblico duettando come vecchi commilitoni hippies, il primo con una keitar a tracolla, il secondo con una Fender elettrizzante per il godimento del pubblico. La classica Roundabout chiude le danze, mette tutti contenti e manda a nanna pubblico e suonatori.

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STEVIE WINWOOD LIVE: VINTAGE MUSIC FOR MIND AND SOUL

Lunedì 24 Luglio 2017

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“Scusateci, ma noi facciamo musica vintage”: sorridente, umile e simpatico, STEVIE WINWOOD ha presentato così il suo concerto al Pordenone Blues Festival, una delle rare date che questo musicista britannico 69enne offre al pubblico italiano. Doveva essere musica “vintage” (traducetelo come volete: musica d’annata; vecchia, ma elegante; efficace ma un po’ retro….) e così è stato, ma dove il sostantivo definisce più che altro un sound elettrizzante che ha radici in altre epoche, quando le collaborazioni erano autentiche e stellari, dove le contaminazioni non erano elettroniche e dove le ispirazioni erano veraci e sanguigne, senza troppe mediazioni discografiche e radiofoniche.

Nei 100 minuti di concerto Winwood ha attraversato circa cinque decenni di musica, cantando con una voce roca e inconfondibile (Ray Charles è il suo mito), portando sul palco una manciata di canzoni eccellenti, esprimendo al meglio la sua anima che è equamente posizionata tra il soul e il rock-blues, con fortissime influenze che derivano dalla musica caraibica. L’inizio vibrante della serata (in un magnifico teatro Verdi affollato ed esaurito: un gioiello dall’acustica perfetta) è stato affidato alla psichedelia bluesy di I’m a Man, uno dei brani storici dello Spencer Davis Group, la band di Birmingham in cui aveva esordito il quattrordicenne (gli archivi storici dicono che Winwood era un ottimo studente, senza troppe deviazioni giovanili: tutto scuola, casa e strumenti musicali…) Stevie in piena epoca pop.

La serata si è sviluppata in un mix di brani dalle due grandi formazioni in cui Winwood ha militato, Traffic e Blind Faith (e peccato che il britannico non abbia mai tempo e voglia di ripescare brani dal periodo folle dei Go, altro supergruppo composto da lui con Stomu Yamashta, Michael Schrive e Al Di Meola): Had to Cry Today, Empty Pages, The Low Spark of High Heeled Boys, che confermano l’incapacità del tempo di scalfire i grandi successi dei Traffic.

Prevedibilmente i brani più rilassati e pop della serata, Fly e la solare Higher Love (quest’ultimo brano da numero uno della classifica Billboard nel 1986), sono quelli che vengono dalla carriera solista di Stevie Winwood, sprazzi di morbidezza all’interno di un’atmosfera complessiva che risulta sempre elegante anche quando si fa sanguigna e abrasiva. Forse il vertice interpretativo ed emozionale Winwood lo raggiunge nella ennesima riproposizione di Can’t Find My Way Home. Per la prima volta durante lo show, il britannico abbandona l’Hammond di cui è maestro assoluto per passare alla chitarra elettrica, e qui (anche senza Clapton, a cui questa canzone è indissolubilmente legata) la magia dei Blind Faith si compie come alla fine degli anni ‘60, in quel canto di furba incertezza (“continuo a non riuscire a trovare la strada di casa, e non ho fatto niente di male, ma non riesco a trovare la strada di casa…..”) che fotografava più di mille trattati di pensiero il sentimento del vivere di un mondo giovane e anarchico.

Grandi canzoni, suono dominato dall’organo Hammon di Winwood, ma verve spettacolare per tutto lo show. La band che ha affiancato Stevie è ormai una sua compagnia rodata ed la stessa già vista quasi un decennio fa a Milano. José Neto (chitarre) e Richard Bailey (batteria) sono “comprimari” extra-lusso: entrambi cresciuti in un ambiente tropical-jazz, portano una potente ventata di sound che sfiora il Brasile per affondare le radici nel jazz. Edwin Sanz è un percussionista funambolico, mentre Paul Booth (ultimo arrivato: aggregato al Winwood-team dai tempi di Nine Lives) è il polistrumentista perfetto, il tipo di musicista che passa con nonchalance dagli ottoni alle tastiere, una sorta di Chris Wood in formato contemporaneo.

Il bis è riservato a due dei brani più attesi: Dear Mr Fantasy (con Winwood in grandissimo spolvero alla chitarra solista) e una veemente Gimme Some Lovin. Applausoni finali di un pubblico che ha così salutato l’avvio di un festival – il Pordenone Blues – sempre più quotato ed efficace. Qualcuno dalla platea ha chiesto a gran voce “suonaci John Barleycorn”. Chi scrive ha pensato anche a Glad, Freedom Rider e Keep on Running, ma le luci si sono spente e la “serata vintage” è stata ugualmente perfetta.

Walter Gatti

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