PROGRESSIVE: QUALCHE SEGNALAZIONE DOPO GLI AWARD 2018

Martedì 25 Settembre 2018

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(i Guru Guru di Mani Neumeier)

Nei giorni scorsi sono stati assegnati a Londra i Progressive Awards 2018, nell’ottava edizione del più importante evento dedicato a quel genere musicale che dalla fine degli anni Sessanta incrocia rock, musica classica, visioni sinfoniche, influenze jazz e radici celtico-folk. A far la parte del leone negli Awards 2018 è stato il fondatore dei Procupine Tree, Steven Wilson, per l’album della sua maturità (To the Bone, quinto lavoro della sua produzione personale). Altri premi sono andati al più grande chitarrista del progressive nonché uno dei più influenti di tutta la storia del rock, Steve Howe (Yes), ad un autore come Gary Brooker (Procol Harum), ai britannici Big Big Train, ai Caravan (i caposipiti del Canterbury Sound), all’Alan Parson Project, a Phil Manzanera (chitarrista dei Roxy Music). Anche l’Italia ha avuto il suo bel momento di gloria, con la Premiata Forneria Marconi premiata per il suo ritorno sulle scene internazionali con l’album Emotional Tattoos, ultimo lavoro della band milanese che Oltremanica (e nel mondo del progressive) ha un posto di assoluto rilievo.

Ma i premi dell’Award britannico sono stati destinati a prodotti del 2017. E nel 2018? Ecco qualche suggerimento per chi ama o non disdegna il genere.

GURU GURU: ROTATE!

Negli anni d’oro del krautrock, quando le band tedesche erano comunque al centro dell’attenzione per follie sperimentali e anarchia compositiva (e in concerto) i Guru Guru erano una delle formazioni più legate alla forma “aperta” e lisergica di produzione musicale. Meno noti di Can ed Amon Duul, ma forse anche più sperimentali di questi nomi del rock tedesco, la band ha registrato qualche pietra miliare del genere (il leggendario UFO nel 1970, poi Kanguru, Dance of the Flames e Tango Fango, 1976), vivendo in una comune anarco-socialista non lontano da Heidelberg, dove ancora oggi si tiene il più importante festival di krautrock, il FinkiFestival.
Gli ups and downs di carriera, le dipartite più o meno consapevoli, l’afflosciarsi del genere hanno fatto si che i Guru Guru rimanessero in attività soprattutto per il pubblico tedesco, mentre il resto del mondo ne perdeva le tracce. Ora attorno al batterista Mani Neumeier la formazione (che oggi vede anche Peter Kühmstedt al basso; Roland Schäffer alle chitarre e ai fiati; Jan Lindqvist, alle chitarre e tastiere), che è comunque rimasta sempre in attività, pubblica – dopo il fortunato doppio 45 Live, di tre anni fa - un nuovo album davvero importante, stimolante, coraggioso e convincente. Si tratta di Rotate!, un disco importante e robusto, mix autorevole di space rock, suoni sperimentali e anarchia progressive. Il pezzo chiave di tutto l’album è I Missed So Many Shootingstar, una potentissima pseudo-ballad romantica, che da un lato offre insolite aperture melodiche, per poi deflaglare e dilungarsi improvvisamente in una suite chitarristica a mezza via tra Quicksilver e Pink Floyd. Ma tutti gli undici brani dell’album offrono spunti adrenalinici d’altri tempi, sapendo gestire con furbizia anche spunti di free jazz (Digital Analog)e campionature (Anaconda) messe al servizio di un disco che comunque è governato da una percezione fortemente psichedelica (I am a Spaceboy) della musica. Fedeli alla linea di un tempo, ancora ricchi di creatività, rivoluzionari e anarchici come ai loro tempi giovani, i Guru Guru si candidano così alla loro seconda (o terza) giovinezza artistica. E visto il risultato si fa fatica a biasimarli.

BIG BIG TRAIN: MERCHANTS OF LIGHT

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Tra le band emerse dalla monumentale tradizione del progressive inglese (che è stata la vera fucina del genere, da Yes a Genesis, da ELP a Renaissance), una posizione di prestigio se la sono conquistata negli ultimi anni i Big Big Train. Questa vasta formazione guidata dal polistrumentista Gregory Spawton, nonostante la ridotta notorietà è in circolazione da oltre venticinque anni, ha sempre evitato le cadute nel progr-metal ed ha appena pubblicato il suo secondo ottimo live, Merchants of Light. Sedici titoli tratti soprattutto dai titoli dell’ultima produzione, da Underfall Yard (2009) a Second Brightest Star passando da Folklore, album che hanno posizionato la band nei piani alti della scena internazionale e conducendoli proprio ad un premio all’interno dei Progressive Awards 2018.
La formazione attuale è affidabile e propone un sound equilibrato e maturo: Nick D’Virgilio (drums) ha militato nei Genesis ed è uno dei batteristi preferiti da Phil Collins; David Longdon (vocals e strumenti vari) ha lavorato con Steve Hackett; Rjkard Sjoblom (guitars) è strumentista pulito al limite del virtuosismo; Rachel Hall (violino), è perfetta nella capacità di legare rock e sinfonica; da ultimo: Dave Gregory, entrato in formazione da quattro dischi, è stato a lungo il chitarrista degli XTC di Andy Partridge e Colin Moulding.
Nel nuovo live ascoltare Victorian Brickwall è una bellissima esperienza sonora ed emotiva, un pezzo costruito a suite (sedici minuti), che richiama il migliori Genesis per capacità di coinvolgimento e di enfasi. Anch’essa lunghissima, East Coast Racer conduce invece sui sentieri criptici dei Van Der Graaf, ma conferma che la band di Bournemouth ha idee chiare sulla propria capacità di prolungare il discorso del progressive ben oltre l’età anagrafica dei padri fondatori.

SOFT MACHINE: HIDDEN DETAILS

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Premessa: è piuttosto difficile catalogare i Soft Machine all’interno di un puro discorso di progressive rock. Tra le band preminenti del cosiddetto Canterbury sound, questa formazione creata da David Allen, Kevin Ayers, Mike Ratledge e Robert Wyatt nella prima metà degli anni ‘60 è decisamente la meno identificabile. Troppo sperimentale per essere solo rock, troppo psichedelica per essere solo jazz, troppo fusion per essere unicamente progressive, i Soft Machine hanno intinto il proprio pennello in colori d’avanguardia, facendosi influenzare più da Miles Davis che dal rock’n'roll o da Stravinskji, sfoderando alcuni album memorabili (l’esordio, Volume Two, Third, Bundle….) e perdendo poi per strada componenti indimenticabili (Elton Dean, Robert Wyatt…).
Oggi i Soft Machine ritornano in pista con Hidden Details, a 37 anni da Land of Cockayne (datato 1981), ultimo prodotto attribuito “ufficialmente” alla band.
Il ritorno di una formazione leggendaria ad un vero e proprio disco dopo qualche decina d’anni non è cosa da tenere in silenzio, soprattutto perché ad inciderlo ci sono alcuni degli strumentisti che hanno frequentato 50anni fa questa formazione: John Marshall (batteria), Roy Babbington (basso) e John Etheridge (chitarre); Theo Travis (ai fiati e tastiere, già collaboratore di Robert Fripp) è in effetti l’unico musicista a non aver mai inciso un disco con la band negli anni d’oro.
L’album è un notevole esercizio di jazz-rock sperimentale con un paio di riletture di brani dal catalogo. In tutto il lavoro la chitarra di Etheridge (che già negli anni ‘70 si era preso il compito impegnativo di far dimenticare Allan Holdsworth) occupa importanti spazi del discorso, annodando i fili di One Glove, guidando il softjazz di Broken Hill o la ballata intimista Heart off Guard. L’apertura dell’album (la title track) già dichiara le intenzioni rinnovate dei Soft Machine in un gioco ad inseguimento tra sperimentalità fusion e ritmiche incalzanti, mentre The Man who Waved at Trains (rilettura tratta da Bundles) permette a Babbington di governare in modo limpido l’interplay tra gli strumentisti. Due i brani che sovrastano l’orizzonte dell’album: Life on Bridges e Fourteen Hour Dream, pensati quasi come un doppio movimento legato da improvvisazioni soliste. Ma ci sono episodi atmosferici (Breathe) e bozzetti improvvisativi (Flight of the Jett) a rendere il tutto variegato e stimolante. Un album che non può essere catalogato alla voce dei ritorni inutili.

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Brad Mehldau

Martedì 26 Giugno 2018

Brad Mehldau è, a mio parere, uno dei più interessanti musicisti del momento. Nato 48 anni fa in Florida, Brad è un pianista di formazione classica e diventa famoso molto giovane con la serie The Art of the Trio: il primo (I) è del 1996 e l’ultimo del 2001 (V). Sono considerati 5 lavori fondamentali del pianismo jazz nei quali si esplora l’evoluzione della forma trio nella configurazione che si ritiene, dopo l’esperienza di Bill Evans degli anni ’60, perfetta per far emergere la potenza espressiva del pianoforte. In questi dischi, accompagnato dal bassista Jorge Rossy e dal bassista Larry Grenadier, è chiara la sua capacità di arrangiamenti magnifici e l’istinto d’improvvisazione, particolarmente evidente nei tre registrati dal vivo al The Village Vanguard di New York (volumi 2, 4 e 5).
BM
Nonostante i suoi lavori siano giustamente classificati jazz, Brad ama spaziare in tutti campi della musica e nei suoi dischi mescola pezzi scritti da lui, standard, reinterpretazioni di canzoni proveniente dall’area pop e rock: alcuni pezzi, infatti, tradiscono il suo amore per i Beatles, i Radiohead e Nick Drake e per decine di altri famosi artisti della musica “più leggera”. Per capire quanto sia completo, maturo e geniale Brad Mehldau credo basti ascoltare ed analizzare tre suoi recenti dischi che sono completamente diversi uno dall’altro, da tutti i punti di vista. Mi riferisco a Seymour Reads The Constitution! realizzato pochi mesi fa con il trio con cui suona dal 2005 (Larry Grenadier al basso e Jeff Ballard alla batteria), a After Bach, solo piano, sempre del 2018 anche se proveniente da alcune performance di qualche anno prima e, infine, a Thile e Mehldau del 2017, assieme al cantante e mandolinista Chris Thile. Incrociare la lettura di questi tre lavori credo sia estremamente educativo per cogliere l’abilità del pianista di Jacksonville, la sua conoscenza a 360 gradi della musica e la sua voglia e capacità di misurarsi con ogni tipo di sonorità.
3 ultimi CD di BM
Chris Thile e Brad Mehldau si conoscono da anni ma registrano questo doppio CD omonimo solo nel 2017. Thile, dieci anni più giovane di Mehldau e nativo dell’altra sponda dell’America, cresce con la passione per il folk e il bluegrass interpretati con qualsiasi strumento a corda tradizionale (mandolino, banjo, chitarra, viola, basso, bouzouki) ma anche con quella di J.S.Bach cimentandosi più volte con sonate e partite. Forse questo comune amore per Bach e per il genere Americana fa avvicinare Chris e Brad che nel suddetto disco esplicitano tutta la loro curiosità verso un modello espressivo che non vogliono sia in nessun modo limitato da formule o generi preassegnati; è evidente la voglia di reinterpretare una tradizione musicale, che proviene dal pop, dal folk, dal bluegrass americani, con rispetto ed amore per grandi musicisti. E allora diventa abbastanza naturale trovare, a fianco ad alcuni pezzi originali dei due, una magnifica Independence Day di Elliot Smith, Marcie di Joni Mitchell e Don’t Think Twice, It’s All Right di Bob Dylan: i freschi arrangiamenti e l’interpretazione mandolino e voce di Chris e pianoforte di Brad danno nuova vita a queste bellissime canzoni che sono ben radicate nella testa e nelle orecchie di tutti gli amanti della musica pop/rock. Il risultato è spiazzante ma magnifico e, da questa combinazione sulla carta un pò bizzarra, emerge un disco a cinque stelle.
Molti musicisti hanno dovuto fare i conti con J.S.Bach, il genio assoluto della musica barocca che ha scritto per tastiera (organo, clavicembalo, pianoforte) grandissimi capolavori. Tutti i pianisti riconoscono nel Clavicembalo Ben Temperato, nei suoi preludi e fughe, la summa didattica da cui apprendere e su cui studiare: alcuni lo hanno fatto per tutta una vita (come Glenn Gould) altri lo hanno preso come momento di ritiro da esperienze diverse (come Keith Jarrett). Brad Mehldau affronta Bach con grande rispetto e passione conoscendo molto bene non solo la complessità ed il virtuosismo delle sue composizioni ma soprattutto i suoi insegnamenti sull’improvvisazione. I dodici brani che compongono After Bach sono pezzi originali sullo stile bachiano intervallati da interpretazioni di 4 preludi ed una fuga: il lavoro vuole non solo dimostrare le elevate capacità interpretative di Mehldau ma quante lezioni Bach riesce ancora a darci, nel piano (potevamo già saperlo) ma anche nel jazz (stupenda scoperta): il risultato è un disco bellissimo per tutti gli appassionati di musica, poco importa se classica o jazz.
L’ultimo disco di questa trilogia, il più recente, è la conferma che la forma trio rappresenta un modello ideale per un pianista jazz; la compagine oramai è ben rodata perché sostituito nel 2005 Rossy, il primo bassista compagno per la sequenza dell’Art of Trio, con il fido Grenadier e confermato Ballard alla batteria, i dischi realizzati in questa formazione sono oramai molti ed altrettante le performance in giro per il mondo. Il disco omaggia, sin dal titolo, l’attore recentemente scomparso Philip Seymour Hoffman ed un caposaldo della cultura americana: la sua costituzione. Il disco presenta tre composizioni originali e 5 interpretazioni di note canzoni di Paul McCartney e Brian Wilson nell’area pop, di Elmo Hope e Sam Rivers nell’area jazz più uno standard della musica americana proveniente dalla penna di Frederick Loewe, compositore tedesco ma operativo e notissimo negli States nel mondo di Broadway e dei Musicals. Ancora una volta il risultato è eccellente, sonorità setose ed avvolgenti, completa armonia tra i tre strumenti, complicità assoluta e Mehldau che si conferma un camaleonte a suo agio perfettamente con qualsiasi tipo di musica: in questa situazione con il classico jazz che non ci fa per nulla sentire la mancanza del più blasonato trio Jarrett-DeJohnette-Peacock, indimenticabile ma ormai fuori gioco.
Davide Palummo, giugno 2018

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No Mercy in this Land

Mercoledì 11 Aprile 2018

“Voi due dovreste suonare assieme più spesso”: mai suggerimento è stato più azzeccato. A darlo fu il grande John Lee Hooker durante le registrazione di Burning Hell, un suo grande classico rivisitato nel 2007 all’interno di un disco che vedeva al suo fianco una serie di noti personaggi del blues. I destinatari del suggerimento erano Charlie Musselwhite e Ben Harper annoverati tra i Best of Friends, nome del succitato disco di Hooker al quale collaborarono Clapton, Cooder, Booker T. Jones, la Riatt, Cray, Santana e i nostri due.

Ben Harper e Charlie Musselwhite

Charlie Musselwhite e Ben Harper non hanno bisogno di presentazioni perché, nonostante età ed esperienze diverse, si sono guadagnati un posto d’onore nella grande musica; il comune amore per il blues li ha portati non solo alla succitata collaborazione con Hooker ma a suonare spesso assieme on the road, esperienza che poi è sfociata nel 2013 nel bellissimo Get Up! ed oggi in questo No Mercy in This Land, altrettanto bello e forse più coinvolgente. Questo è un disco che profuma di California, non solo perché è stato registrato a Santa Monica, ma perché le sonorità sono aperte e solari anche quando raccontano di situazioni difficili e tristi. In una decina di canzoni (che diventano 13 nella versione deluxe, contenente tre registrazioni dal vivo al Machine Shop), dove lo spirito di John Lee Hooker è presente e quasi si sente il tempo battuto dal suo piede, emergono situazioni quotidiane, tristi, drammatiche, dure, tipiche delle canzoni blues. La solitudine e la disperazione in When I go che apre il disco ed anche nella successiva Bad Habits, caratterizzata da ritmo sincopato ed armonica lancinante; la speranza di amare e credere in Love and Trust; la debolezza nei confronti del vizio del bere in The Bottle Wins again, con ritmo chicaghiano ed autobiografico rispetto ai noti problemi di alcol di Musselwhite; l’attaccamento ad un vano obiettivo raggiunto in Found The One, cantato quasi come un canto da campi di cotone; la consapevolezza dei limiti dell’amore in When Love is not Enough dalle tonalità pacate e soul; l’ineluttabilità del destino in Trust you to Dig my Grave; la triste storia familiare, probabilmente quella di Musselwhite abbandonato dal padre ed orfano di madre nella canzone che fornisce il titolo al disco e che in meno di 4 minuti, chitarra, armonica e le voci di entrambi, dà una lezione di grande blues con la sentenza Non c’è Pietà su questa Terra!.

Continua con il cinismo di certi personaggi, probabilmente politici in Movin’ On; nuovamente la consapevolezza di una vita difficile nella pacata ballata Nothing at All che chiude magnificamente il disco. Veramente un bel sentire per tutti quelli che amano il blues; disco suonato alla grande da due musicisti che confermano il loro talento e la loro passione per la buona musica.

Davide Palummo, Aprile 2018

DavideP
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FAST REVIEW: RANKY TANKY

Venerdì 5 Gennaio 2018

Per la serie “questo me l’ero perso” ecco un piacevole disco da non trascurare: è l’esordio dei RANKY TANKY con un lavoro (omonimo) di jazz-gospel davvero piacevole. Vengono da Charleston, South Carolina e sono un bel quintetto che innesta tradizioni africane in una vocalità gospel-blues davvero fresca e splendente, tra Mahalia Jackson e Louis Armstrong. La voce di Quiana Parler (vocalist già di una certa esperienza con alcuni big act americani) è calda e vellutata, mentre la tromba di Charlton Singleton impreziosisce il lavoro ritmico e di tessitura realizzato da un buon chitarrista come Clay Ross (che all’occasione canta pure con voce sudista). Tredici pezzi senza cadute di tono o qualità, dalla classicona You Gotta Move a That’s Alright a Oh Death con una spiritualità tradizionale limpida e trascinante. Si finisce con l’ottima Goodbay Song, che profuma di Caraibi e New Orleans. Been in the Storm è gospel d’altri tempi. Per chi segue queste quisquiglie, l’album è finito tra i primi dieci cd della classifica jazz di iTune. Buon anno!

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Best 2017, Lotta Sea Lice

Mercoledì 27 Dicembre 2017

Eccoci all’annuale appuntamento in cui vi confesso qual’è stato per me il miglior disco di quest’anno, facendo una scelta (lo dico sempre, a rischio di sembrare ripetitivo) soggettiva, discutibile e non basata sull’oggettiva qualità del lavoro prescelto. Sarebbe certo stato facile attribuire il podio, quest’anno, ad esempio a Van Morrison che ci ha deliziato con ben due bellissimi dischi (Roll with the Punches e Vesatile), oppure a Steve Winwood con il suo eccellente Greatest Hits Live, oppure ancora a Gregg Allman con Southern Blood, il suo ultimo e commovente lavoro: ma questa volta ho preferito guardare al futuro e scommettere su giovani artisti che spero sappiano investire nel loro talento. Il lavoro che ho scelto è Lotta Sea Lice di Courtney Barnett e Kurt Vile.
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Barnett-Vile, a dir poco una strana coppia che sembra veramente avere poco in comune se non la giovane età (37 anni lui, 30 anni lei). Kurt Vile è forse un pò più noto tra i due: per la sua militanza nella band The War of Drugs che nel 2008 ebbe un certo successo con il disco Wagonwheel Blues e per vari ottimi riscontri ottenuti come solista, canzoni caratterizzate da liriche malinconiche e sonorità che ricordano il rock americano degli anni ’70. In ogni caso negli USA e soprattutto nella sua Filadelfia è piuttosto conosciuto. Courtney Barnett è abbastanza sconosciuta invece, soprattutto lo era prima del suo disco di esordio del 2015 Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit. In realtà un disco molto interessante, un indie rock semplice ma di buona qualità che in qualche modo a me fa tornare alla mente alcuni sgangherati ma talentuosi cantautori americani degli anni 80, uno tra tutti Jonathan Richman. La Barnett è australiana, ha fondato con la sua compagna Jen Cloher una etichetta discografica indipendente (MILK!) ed artisticamente sta crescendo molto bene. Barnett e Vile si conoscono dal 2014 ed hanno subito maturato l’idea di lavorare assieme soprattutto dopo la nascita di una sincera amicizia, oltre che stima professionale. Così viene progettato e realizzato questo disco basato su 9 canzoni scritte dai due tranne una della compagna della Barnett ed una della cantautrice Tanya Donnelly. Il disco si apre con Over Everything la canzone che Vile scrisse nel 2015 e che fu l’invito alla Barnett a cantarla assieme ed iniziare quindi una collaborazione. I testi sono semplici, raccontano la quotidianità, il sound è quasi domestico: le voci dei due si mescolano apparentemente male ma in realtà funzionano proprio in questa tecnica, ricercata o naturale non saprei dire, che porta a sonorità fresche e lineari.

L’alternanza s’impone subito con una seconda canzone scritta dalla Barnett, Let it Go, ancora racconto di una stupefacente quotidianità su un ritornello semplice e ripetuto. La terza traccia Fear is Like a Forest, quella scritta dalla Cloher, inizia più rockeggiante con una chitarra elettrica che sarà la colonna portante: il pezzo comunque funziona ed ha una buona struttura sorretta dalle due voci che qui sembrano più amalgamate. Segue Outta the Woodwork, della Barnett, con struttura quasi country-blues, molto ben costruita su sonorità lente ma equilibrate ed ancora le due voci che si intrecciano coese. Segue uno dei pezzi forti del disco, Continental Breakfast di Vile che racconta la difficile amicizia tra persone che vivono lontane, addirittura in continenti diversi, sulla struttura di una tranquilla ballata a due voci. La sesta canzone è On Script, della Barnett, notturna ballata ben appoggiata sulla voce di lei e su accordi vibranti ed al limite dell’accordatura delle chitarre. Blue Cheese di Vile è ancora un pezzo dai semplici arrangiamenti rock and roll sconfinanti nel rockabilly con annessi urletti e fischi. Peepin’ Tom ancora di Vile racconta le angosce di un ragazzo che non sa che fare delle sue giornate e si sente come un guardone sulla scena della vita. L’ultima canzone del disco, Untogheter, è della cantautrice Donnelly ma non stona affatto nel set delle altre: ancora una struttura da ballata quasi country per raccontare esperienze amorose difficili ma che fanno maturare. Se questo è l’inizio, possiamo ben sperare nel futuro di questa collaborazione che sembra aver fatto tesoro dei grandi autori amati e ben conosciuti dalla Barnett e da Vile: solo in questo lavoro è facile rinvenire le tracce di Neil Young, Nick Cave, Lou Reed, Bob Dylan e molti altri.

Davide Palummo, dicembre 2017

DavideP
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I MIGLIORI DEL 2017: 20 DISCHI DA NON PERDERE

Venerdì 22 Dicembre 2017

Dalle parti di Risonanza magari non scriviamo tantissimo, ma l’appuntamento di fine anno lo manteniamo fisso. Fedelmente fisso. Il 2017 è stato un altro anno messo malissimo in quanto a decessi: si pensi soprattutto a GREG ALLMAN e TOM PETTY, e poi (in ordine sparso): BRUCE HAMPTON (quella del colonnello è stata la scomparsa artistica più simbolica della storia: morto sul palco al termine del concerto per il suo compleanno), ALAN VEGA, CHUCK BERRY, FATS DOMINO, CHRIS CORNELL, AL JARREAU, WALTER BECKER.

Ho già avuto modo di fare qualche commento all’anno che si chiude: “L’annata è stata segnata dal ricordo dell’estate del 1967 e da tutto quello che significa per il mondo del rock e del pop, anche e soprattutto nel suo confronto con il presente. L’estate di San Francisco, nata 50anni fa e morta nel giro di pochi mesi, tra acidi e musiche in forme libere, amori e ribellismi vari ci ha portato Janis Joplin e i Grateful Dead, i Jefferson e i Quicksilver, Monterey e compagnia bella. Ma il ‘67 ha soprattutto messo al mondo un movimento musicale, ha fatto intuire che ci potesse essere una socialità che si affratellava attorno a un palco e attorno ad una manciata di canzoni, per quanto folle potesse essere il tutto. Un po’ tutti, per dovere di cronaca, hanno ricordato quell’estate che ha lasciato tracce un po ovunque. Oggi di canzoni ce ne sono sempre di più, l’industria della musica (inutile lamentarsi) c’è e vive benissimo, del resto – soprattutto dell’idea di un movimento dinamico di arti e di culture che si esprimevano attraverso le canzoni e i suoni - non c’è più traccia. Si attende di sapere se un qualche tipo di “movimento” possa essere ancora nell’aria”.
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