NEW TROLLS: UNA MINIERA

Venerdì 26 Giugno 2009

Un ingresso di chitarra acustica. Un intro perfetto: sembra musica Made in America. E poi la voce, il canto: “Le case le pietre/ e il carbone dipingeva di nero il mondo/ Il sole nasceva/ ma io non lo vedevo mai laggiù nel buioâ€. Non è un film. E non è nemmeno una canzone d’oltreoceano o della Francia del dopoguerra, è roba nostra, roba italiana. “Nessuno parlava/ solo il rumore di una pala che scava che scavaâ€. Chitarra, cori, anche qualcosina fuori luogo, un arrangiamento ancora un po’ troppo da Italia anni Sessanta, ma non importa, perché questo è uno dei momenti in cui la canzonetta diventa nobile e lascia un segno.

Chissà cosa avevano in mente i liguri New Trolls mentre scrivevano Una Miniera nel 1969, quarant’anni fa. Di certo dietro l’ispirazione di questa canzone ci stanno fatti veri: tanti e tanti italiani andavano a lavorare in miniera tra la Francia e il Belgio. Nella canzone c’è tutto, la lontananza, le radici, l’amore lontano, che viene a galla, forte, tenero e clamorosamente musicale nel ritornello interpretato da un cantante strepitoso come Nico Di Palo: “Tu, quando tornavo eri felice/ Di rivedere le mie mani/ Nere di fumo/ Bianche d’amoreâ€. È una storia, quella raccontata dai New Trolls. Storia di vita, di lavoro, d’amore. E nel suo svolgersi, sbatte contro la tragedia, perché la voce narrante svela che in “un’alba più nera mentre il paese si risvegliaâ€, succede che la miniera inghiotte chi è nascosto nel suo ventre, lasciando “Paura, terrore sul viso caro di chi spera/ Questa sera come tante in un ritornoâ€.

C’è tanta cronaca dietro questa canzone. Nel 1956 a Marcinelle (Belgio), la terra inghiottì 262 minatori della locale miniera di carbone, tra cui molti italiani. Su quel fatto (che in quegli anni lasciò strascichi di cronaca e di dolore popolare) la giovane band ligure costruisce il suo primo successo, incluso in un disco – “New Trolls” – che dava già grandi scossoni rock (chi si ricorda canzoni come Davanti agli occhi miei e Sensazioni capisce).

La canzone italiana dimostra non solo di “essere prontaâ€, ma di essere già entrata nell’età adulta, di potersi confrontare con le coeve di mezzo mondo. Certo, magari si porta dietro qualche arrangiamento melodico e italico di troppo, ma ci si può fare il callo, se si pensa al profluvio di violini e di orchestrazioni inutili e fasulle che imperversano in certi pezzi dei Beatles. E inoltre val la pena ricordare che proprio i New Trolls da qui a poco daranno via a uno dei più pretenziosi, folli e suggestivi dischi dell’intera produzione del rock italiano, quel Concerto grosso in cui barocchismo, citazioni shakespeariane (”to die, to sleep, maybe to dream….”) e sonorità hendrixiane (i due bandleader Di Palo e De Scalzi erano due chitarristi notevoli; il primo dopo un grave incidente ha rallentato l’attività musicale; il secondo - polistrumentista - è ancora in attività; i due - nella foto - spesso “ricostituiscono” la grande band) costringeranno pure i critici inglesi a definirlo: “a fantastic example of symphonic rock experimentation”.

Un capolavoro melodico. Una trama e una costruzione cinematografica e non importa se alla fine si ritorna al via (anche dopo la tragedia il ritornello ricorda che “Tu quando tornavo/ eri felice…â€), quel che conta è che tutto regge perfettamente, anche all’usura del tempo, e non sembra una canzone uscita dal lontanissimo 1969.
Se l’avessero incisa gli Eagles oggi mezzo mondo sarebbe qui a cantarla, come Desperado e come Hotel California (e anche da quelle parti c’erano miniere…..).
Walter Gatti

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MA CHI ERA IN REALTA’ MICHAEL?

Venerdì 26 Giugno 2009

Michael è un bambino prodigio. Michael ha venduto milioni di dischi. Michael si è rifatto la faccia e la pelle. Michael ha avuto dei figli da un matrimonio “insolitoâ€. Michael vive in clausura. Michael accusato di pedofilia. Michael che promette il nuovo tour. Michael muore di infarto.

Era il re del pop. Forse. Non so onestamente se questa definizione – coniata dai media (come tutte le definizioni o quasi) – sia appropriata, ma in questo momento non mi pare possa cambiare le cose, perché ad impressionarmi di fronte alla notizia della sua scomparsa è la particolarità umana della traiettoria di Michael Jackson, che nei 50 anni della sua vita ha vissuto un tal rincorrersi di situazioni “estreme†da lasciare interdetti. Ragazzino prodigio, poi nel breve giro di un decennio, recordman assoluto di vendite (fin sopra i Pink Floyd e gli Eagles) con Thriller, il disco dell’82 firmato musicalmente da Quincy Jones; poi star di tournée colossali e oggetto di piani di comunicazione planetari.

A un certo punto “qualcosa†è successo nella testa del ragazzino dell’Indiana, se è vero che ha iniziato ad ammalarsi di ogni possibile malanno, ha cominciato a sbiancarsi la pelle e a sottoporsi a lifting e interventi estetici vari, fino a ridursi a una maschera di se stesso, anche nella “strana†vicenda che l’ha portato ad essere padre di tre figli avuti da una donna da molte parti percepita come una semplice generatrice.

In una vita che ha fin troppe analogie con quella di Elvis Presley (il successo senza confini, l’isolamento, la morte per infarto) rimane la percezione impossibile dell’uomo Michael: chissà come viveva, chissà in cosa credeva, per cosa si spendeva durante la giornata. Tutti si sono occupati negli anni scorsi e si stanno occupando oggi del suo successo, delle sue bizzarrie al limite dello psicotico, ma chissà chi era la persona Michael, chissà come vivranno ora i suoi figli. Forse queste domande sono troppo lontane dall’interesse del gossip o degli odierni coccodrilli, ma credo siano le uniche oneste e umane. Chi era la persona Michael Jackson? Questa è l’unica cosa che oggi mi interesserebbe sapere….

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MICHEL PETRUCCIANI & N-HØP

Mercoledì 17 Giugno 2009

Questa non è la recensione ad un bellissimo disco ma l’omaggio ad una coppia di jazzisti eccezionali, purtroppo non più fra noi. Stiamo parlando di Michel Petrucciani e Niels-Henning Ørsted Pedersen, scomparsi improvvisamente e giovanissimi (37 anni il primo e 58 il secondo) lasciando un impronta indelebile nella musica jazz ed una produzione importante quantitativamente ma soprattutto qualitativamente. Nel 1994 si sono incontrati alla Copenhagen Jazzhouse con la voglia di misurarsi con una manciata di standard in una formula, il duo piano-basso, non proprio usuale nel jazz. Infatti, almeno sulla carta, questo tipo di duo non è equilibrato e fortemente a rischio di far scomparire nella preponderanza dello strumento principale (il pianoforte) il contributo dell’altro (il contrabbasso): così non è stato e la registrazione, inedita e pubblicata solo pochi mesi fa dall’etichetta francese Dreyfus Jazz, ci testimonia intesa e colloquio continui tra i due grandi musicisti e un’interpretazione profonda e bellissima di pezzi noti delle migliori penne della musica come Ira Gershwin, Sonny Rollins, Miles Davis, Charlie Parker, Oscar Pettiford, Thelonious Monk. Il lavoro è distribuito su 2 CD per un totale di 15 pezzi e circa 2 ore di musica che, nella sua ottima registrazione dal vivo, ci permette di apprezzare la vivacità, la grandissima intesa - fatta di accelerazioni, attese e rallentamenti - e la genialità dei due interpreti che possono a tutti gli effetti considerarsi dei giganti e mostri sacri del jazz.

Riderebbe l’ironico Petrucciani di questa definizione (gigante): nonostante i problemi fisici che lo hanno costretto per la sua breve ma intensa vita in un corpo minuscolo e sgraziato, quando era seduto al pianoforte è sempre riuscito ad esprimersi come un autentico virtuoso, degno erede del grandissimo pianista statunitense Erroll Garner, dal quale ha imparato l’istinto d’improvvisazione e la velocità di movimento sulla scala bicolore; parallelamente alle centinaia di sue composizioni Petrucciani si è spesso confrontato con gli standard, soprattutto quelli di Miles Davis per il quale nutriva una vera e propria passione, con la voglia di far emergere da quei pezzi tutto quello che è inespresso e sopito. Anche se doveva usare una estensione della pedaliera e si aggrappava al pianoforte per raggiungere le note più lontane sulla tastiera le melodie che crea sono meravigliose e dal vivo - ho avuto il privilegio di vederlo molte volte e ne ho quindi testimonianza diretta - trasmetteva sensazioni indimenticabili mescolate a suggestioni ed armonie di infinita grazia. Petrucciani ha suonato con grandi personaggi della scena musicale jazz (all’inizio della carriera con Kenny Clarke, Lee Konitz e Charles Lloyd poi successivamente con Dizzy Gillespie, Jim Hall, Wayne Shorter, Palle Daniellson, Eddie Gomez e Steve Gadd solo per citarne alcuni) e, qualche anno prima della scomparsa, con il famosissimo bassista danese Pedersen.

 Niels-Henning Ørsted Pedersen, meglio noto come NHØP per abbreviare la complessità del suo nome scandinavo, si è fatto conoscere per la sua formidabile tecnica nel suonare il contrabbasso al quale era giunto dopo anni di studi classici al pianoforte. Il forte legame con il suo paese gli ha in qualche modo impedito una grande carriera internazionale ma gli ha permesso comunque importanti collaborazioni come session-man con i grandi musicisti che approdavano nel vecchio continente (a partire da Ben Webster, Bill Evans, Brew Moore, Bud Powell, Count Basie, Roy Eldridge, Dexter Gordon, Dizzy Gillespie, Jackie McLean, Roland Kirk, Sonny Rollins e molti altri). Con NHØP è stato fatto un passo avanti nell’utilizzo melodico del basso oltre a quello più classico di accompagnamento e supporto ritmico, basato sul modo particolarissimo di suonare lo strumento a quattro dita e sulle sue straordinarie capacità interpretative.
Due giganti e mostri sacri del jazz da ascoltare in questa bellissima opera testamento.

Giugno 2009, Davide Palummo

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DEMETRIO STRATOS, UNA VOCE ALLA RICERCA DI….

Mercoledì 17 Giugno 2009

DemetrioStratos.jpg Demetrio Stratos image by Jake_F_Aces Cosa cercava Demetrio Stratos? Cosa inseguiva nei dieci anni della sua “carriera musicaleâ€? Ragazzino ortodosso cresciuto ad Alessandria d’Egitto in una famiglia greca, Demetrio è cresciuto tra riti bizantini e musicalità arabe. Poi, passando per gli anni scolastici vissuti a Cipro, arriva a Milano, si innamora del beat e del rock’n’roll, entra nel “giro†di Adriano Celentano e diventa voce e tastiera dei Ribelli di Gino Santercole. È qui che il suo nome inizia a lasciare un piccolo segno (ricco di grande personalità), con l’interpretazione di una delle più belle canzoni-beat dell’Italia del boom: Pugni chiusi: “Pugni chiusi, non ho più speranze, per me c’è la notte più neraâ€. È la rampa di lancio per il ragazzo ortodosso, che a ventisette anni, nel 1972, con Victor Busnello al sax, Patrick Djivas al basso, Patrizio Fariselli al piano, Paolo Tofani alla chitarra e Giulio Capitozzo alla batteria, forma gli Area.
Sembra solo un avventura, in quel tempo in cui rock-progressive, sperimentazioni e ideologia danno vita in Italia a formazioni che nascono e spariscono in breve tempo; e invece gli Area diventano insieme alla Premiata Forneria Marconi la più importante band del rock italiano.
Il giovane Stratos non è più il ragazzino-beat dalla voce potente e inconfondibile: tra gli anni dei Ribelli (nome profetico…) e gli Area c’è quella che una volta si chiamava una raggiunta “coscienza politicaâ€, c’è la contestazione, la coscienza ideologica, le letture anarchiche, la frequentazione di Gianni Sassi, che diventerà l’agitatore ideologico della band, lo sviluppo di nuove forme di esibizione musicale, concepite ormai come forme di espressione politica e di lotta di classe. Senza mezze misure culturali e senza remore politiche, confezionando un melange di jazz-rock e improvvisazione, musica etnica ed elettronica, gli Area incidono “Arbeit macht frei” (73), “Caution radiation area” (74), “Crac” (75), il live “Are(A)zione” (75) e “Maledetti” (76).
Gli Area che personalmente ho visto a Lodi nel ’75, in quella chiesa sconsacrata che sarebbe diventato il teatro alle Vigne (e che allora era una palestra di pugilato, sede di incontri di boxe: a quei tempi luogo improbabile e felliniano) e poi nel ‘76 al Parco Lambro, erano una band potentissima, che portava una visione di rara avanguardia, che arrivava a coinvolgere il pubblico nella costruzione dei pezzi, che lasciava spazi immensi all’improvvisazione, che alternava pezzi diventati leggendari nella loro aggressività ideologica come Luglio, agosto e settembre nero (“giocare con il mondo/ facendolo a pezzi/ bambini che il solo ha ridotto già vecchi….â€) a Cometa rossa e a L’abbattimento dello Zeppelin (“tutti dicono che è colpa mia/ viaggiava nel cielo gonfiato di vento/ sembrava ubriaco di un grande potereâ€).

Demetrio, non interessato ai “testi†quanto alla loro rappresentazione vocale, diventa la voce più sconvolgente del rock: non solo in Italia, ma pure in giro per il mondo non ci sono altri vocalist così innovativi. Ma lui non sta fermo al punto raggiunto: Demetrio non è tutto lì, nei pur innovativi schemi degli Area, nella catena sonora-popolare di Fariselli e del suo synth. Sono sempre più frequenti le puntate del cantante verso Padova, dove inizia a collaborare con il dipartimento di glottologia dell’università e con il Cnr. È interessato al suono, alla voce, alle frequenze possibili (gli vengono misurate frequenze 5-6 volte più alte di quelle raggiunte da un soprano), all’ampliamento del canto secondo antiche forme di vocalità; inizia a sperimentare diplofonie, trifonie e quadrifonie, trovando la strada per arrivare ad emettere plurivocalità contemporaneamente. La sua è una ricerca biologico-culturale sull’origine della voce, sulla sede della prima nota dell’uomo, misto di fissità e dinamismo.

Quando Stratos lascia gli Area nel 1978 ha già lavorato su due dischi complicatissimi, ma fascinosi di ricerca vocale, “Metrodora” (1976) e “Cantare la voce” (un lavoro eccezionale del ’78; recentemente è uscito con lo stesso titolo un Dvd che merita l’archivio in ogni collezione musicale che voglia avere un minimo di dignità e decenza), ha studiato le influenze mongole sulla musicalità asiatica e vuole immergersi sempre di più in percorsi non-rock, non-jazz, non-usuali, nella ricerca entusiasta di strade che lo portino sempre più verso l’origine, verso l’ancestrale, verso il “puroâ€.
A New York si coinvolge negli ambienti in cui la ricerca-etnomusicale, la danza, il teatro e l’arte di scena si sposano, entra in contatto John Cage, Andy Warhol, Merce Cunningham. Incredibile in questo periodo la varietà delle sue esperienze: canta rock’n’roll allo stato puro (Rock’n’roll exhibition con Tofani, Mauro Pagani, Walter Calloni e Stefano Cerri), intona etno-rock italiano (con i Carnascialia di Mauro Pagani), e si rituffa nel jazz-rock politicizzato e libertario (La cantata rossa per Taal al Zaatar di Gaetano Liguori). Tutto prima della fine, improvvisa, per una leucemia violentissima, che se l’è portato via il 13 giugno ’79, a New York, a 34 anni.

Scompare portando con se dischi, sogni, canzoni, progetti. Ma lasciando qualcosa di umanamente palpabile: l’energia della ricerca. Demetrio cercava. Cercava sempre. Cercava oltre le canzoni, oltre il suono. Andava a cercare il senso della voce. Cosa c’è da cantare? Da dove viene la voce? Sono domande. Le interviste, gli interventi di quei giorni raccontano di un uomo che cercava ben oltre quello che stava producendo. Era coinvolto solo nella ricerca di quello che era il luogo da cui veniva la necessità per l’uomo di cantare, un misto di luogo fisico (il baricentro del respiro?) e luogo spirituale, luogo di libertà in grado di svincolare tutta l’esperienza artistica da vincoli e retaggi culturali, produttivi, discografici. Miraggi? Utopie in un epoca di utopie? Forse. Di certo la PFM gli ha dedicato una delle sue più belle canzoni, Maestro della voce, per ricordarlo per quell’inarrivabile vocalist che è stato. Ma forse alla base di tutto, anche oltre il suo cantato eccezionale, c’era quell’insopprimibile ricerca: un modo di stare dentro la musica che potrebbe far sentire Demetrio vicino a chiunque.

Walter Gatti

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IVAN DELLA MEA, LA CANZONE POLITICA E LA SPERANZA DELUSA

Mercoledì 17 Giugno 2009

 

Per avere una pur vaga percezione di chi sia stato e di cosa abbia fatto Ivan della Mea (scomparso alcuni giorni fa) bisogna far lo sforzo di tornare agli anni della canzone politica, immergersi nel contesto ideologico dell’Italia a partire dalla metà degli anni ’60 e osservare senza preconcetti quello che la cultura socialista, comunista, anarchica e libertaria ha prodotto. All’interno di questo segmento culturale, Ivan Della Mea, insieme a Michele Straniero, Gualtiero Bertelli, Sergio Liberovici, Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini ha rappresentato facce diverse di un tentativo aspro e dignitoso di essere e rappresentare un’alternativa. Canzone popolare, canto metropolitano, canzone contadina, anti-militarismo, nuova coscienza di classe, teatro d’agitazione: ascoltare alcuni dei Dischi del sole (la casa discografica che conteneva le canzoni di questi autori e del Nuovo canzoniere italiano) rende meglio di qualsiasi trattato ideologico il senso di quei giorni. Di quel periodo, Ivan della Mea era l’anima milanese e operaia, canto profondo su chitarra, arrangiamenti pochi, vitalità infinita. Strano, poi, pensare che proprio un toscano, visto che Ivan era di Lucca, si era fatto punto d’onore esprimere il vissuto della Milano operaia e proletaria (non a caso il suo disco più celebre è Ringhera), riuscendo ad integrarsi tra la nebbia, i tram affollati e assonnati, le manifestazioni in piazza Duomo e le botte tra polizia e manifestanti a Rogoredo come alla Innocenti. Tempi duri: mentre l’Italia si industrializzava, mentre la Dc e il Pci tentavano dialoghi a distanza, mentre il Festival di Sanremo e i juke-box impazzavano, qualcuno (già dalla seconda metà degli anni ’50) cantava un’Italia nascosta, di mondine e contadini, di “uperari†nelle fonderie e di anti-militarismo. Nel bene e nel male, ci voleva un certo coraggio negli anni ’60 a cantare di fronte a ufficiali, prefetti e vescovi “traditori signori ufficiali, che la guerra l’avete voluta, scannatori di carne venduta e rovina della gioventùâ€, come fece Michele Straniero nel ’67 al Festival dei due mondi di Spoleto. Erano bandelli d’arte o provocazione pura? Protesta o senso di libertà? Erano ingenui o furbi? Erano agitatori o poeti con la tessera del partito? 

Al Premio Tenco, attorno al ’90, furono presentati ai giornalisti i rinati Dischi del Sole (che nel frattempo avevano chiuso per mancanza di fondi e per “abbandono†da parte sia del Pci che del Psi). C’era Michele Straniero (nella fotina), ex salesiano, poi acerrimo nemico di tutto ciò che era cattolico o clericale (per lui il confine era labile), poi ancora critico verso il Partito comunista diventato nuova liturgia confessionale). Straniero raccontava cosa erano stati i Dischi del Sole e l’avventura di Cantacronache (altra esperienza di ricerca musicale sulle tradizioni popolari e di protesta) e cosa era costata la loro genesi. Ero lì per Il Sabato e mi ero fatto raccontare la storia dietro i dischi, le amicizie tra i musicisti, i contrasti con il partito e l’intellighenzia. A un certo punto i bisogni del potere i suoi compromessi avevano tagliato via quella fetta di esperienza artistica, che da popolare si era ritrovata ad essere senza più pubblico e senza più soldi per andare avanti. Ecco, cantante, scrittore, sceneggiatore, triturato come tanti altri nelle regioni di partito, Ivan Della Mea ha scritto nel 2007 una celebre missiva a Fausto Bertinotti in cui riprendeva quegli stessi ragionamenti di Michele Straniero, in cui ha ricordato come la classe operaia (e con essa i suoi cantori istintivi) è “stata distrutta in nome della ragione di partito sempre più coincidente con la ragione del potereâ€. Il suo ultimo libro, Se la vita ti da uno schiaffo, è un romanzo biografico pubblicato per la Jaka Book. Ho ancora a casa una copia di Ci ragiono e canto, lo spettacolo del ’66 e ‘69 portato nei teatri da Dario Fo con Ivan, e di Ringhera, anno ‘74, comprata quando avevo 16 anni. Musiche aspre e intense (ad esempio Sent un pu, Giuan), non sempre belle e dove spesso l’urgenza dei motivi e delle cause supera la necessità del comunicare con bellezza. E’ vero: non son musiche da tutti i giorni, in un tempo in cui il comune sentire progressista è quello di Neffa o dei Tiromancino. Canzoni dimenticate, quelle di Ivan. Forse canzoni da rivalutare come pezzi di storia, brandelli della cultura italiana di fine secolo, lascito di un personaggio che – come molti – ha dato dal profondo senza ottenere in cambio quello che purtroppo mamma ideologia non avrebbe mai potuto dare.

Walter Gatti
 

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DISCOVERING GUITAR RAY & THE GAMBLERS

Sabato 30 Maggio 2009

  Serata di grande musica il Primo Maggio al Festival Blues & Soul di Sestri Levante (Ge); nonostante l’origine triste e malinconica del genere la serata è stata tutt’altro che “blue†ed ha fatto letteralmente impazzire il popolo del blues, chiamato a raccolta per un appuntamento oramai arrivato alla sedicesima edizione. Gli Spiritual Gangsta, un ottima band locale, hanno aperto la serata e scaldato l’atmosfera ma tutti stavamo aspettando Guitar Ray & The Gamblers ed il loro ospite d’eccezione, Deitra Farr. Ho avuto modo di vedere in azione la band varie volte negli ultimi anni ma oggi sono evidenti a tutti l’evoluzione e la crescita in un sound veramente equilibrato e di grande impatto; il merito va principalmente a Guitar Ray, al secolo Renato Scognamiglio, alla grandissima passione per il blues, che sprigiona da ogni nota, ed alla sua band affiatatissima e composta da elementi di innegabile valore. Se fossimo in televisione diremmo che Mr Ray buca lo schermo: Renato è, infatti, un grandissimo front man, dotato di una tecnica e capacità espressiva con la chitarra eccezionali, accompagnate da una voce pastosa e profonda: mix perfetto per coltivare la passione del Blues Elettrico nella grande tradizione di Muddy Waters. Negli anni ha avuto la capacità di affiancarsi a professionisti/amici di altissimo livello, di rivoluzionare l’assetto del gruppo e aggiungere gli ottoni per dare maggiore nerbo al suono; l’incontro con un grande personaggio del blues internazionale come Otis Grand ha fatto il resto: è così che un gruppo del Tigullio riesce ad oltrepassare i confini per diventare una grande band internazionale di Blues con date in tutto il mondo (prossimamente a Piacenza, Castelfranco, Genova, Rapallo in Italia mentre all’estero a Beirut, Bilbao, Madrid, Zurigo e molte altre location europee). Il recente CD, Poorman Blues, prodotto ed arrangiato dal succitato Otis Grand, ha dimostrato la messa a punto di una band validissima e con la capacità di affrontare blues classici con sfumature tex-mex, rock’n’roll e rythm&blues e risultati degni di una grande e rodata formazione.Ma torniamo alla serata, visto che la band da il meglio dal vivo: sul palco dell’Ariston al fianco di Mr Ray c’erano alla sinistra gli ottoni (Paolo Maffi al sax, Gianpiero Lo Bello alla tromba), alla destra il pianoforte (Enrico Carpaneto) ed il basso (Gabriele Dellepiane) e sul fondo la batteria (Marco Fuliano). Il suono è sempre stato coinvolgente e penetrante con la voce e la chitarra di Mr Ray costantemente in grande evidenza; Henry, veramente magistrale pianista alla stregua dei grandi del rock’n’roll della scuola di Jerry Lee, ha supportato con un tappeto sonoro costante i vari pezzi; puntuale il lavoro, quasi artigianale vorrei dire, di Gabby al basso che è riuscito a creare il giusto supporto ritmico assieme alla batteria di Marc, dalle evidenti sfumature rock. Il sound è stato completato dai fiati espressi da Paolo e Gianpiero, navigati professionisti dall’anima a cavallo tra il blues ed il jazz. L’ingresso in scena di Ms Deitra Farr, nota cantante blues di Chicago incontrata nelle mille frequentazioni internazionali della band, ha valorizzato il già ottimo suono dei Gamblers, portando su tonalità soul la melodia prettamente da Blue Note e permettendo alla struttura delle canzoni, tipicamente appoggiate alle dodici battute, una crescita esponenziale. Non so se Guitar Ray ha venduto l’anima al diavolo, come Robert Johnson, ma sicuramente il blues è la sua vita e ne vedremo delle belle nel prossimo futuro…Stay tuned!!

Maggio 2009, Davide Palummo

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