The Gamblers proceeding

Domenica 13 Maggio 2012

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PASSIONE, TALENTO, IMPEGNO: sono queste le prime parole che mi vengono in mente pensando a Guitar Ray and The Gamblers, la migliore blues band circolante in Italia in questo momento (foto #1). La passione, quella per la musica e per il blues in particolare, la dimostrano in ogni loro apparizione, in ogni loro lavoro e nelle scelte che hanno portato Guitar Ray, e i tre partner storici del gruppo, sulla strada della musica come impegno a tempo pieno per divertirsi, divertire, vivere ogni emozione pubblica o privata del difficile mestiere del musicista (ancora più difficile se pensiamo a come è considerata la musica in Italia). Una passione che costa sacrifici e fatica ma che nasce dal profondo ed è una necessità espressiva irrefrenabile: questa passione si tocca con mano ad ogni concerto quando i nostri, con solo apparente facilità, la comunicano in un’esperienza coinvolgente che mette in movimento i piedi, le mani, ogni muscolo, e soprattutto il cuore, di chi li ascolta. Il talento è indiscusso, chitarristico e vocale di Guitar Ray che con la sua fedele Guild M75 ed una grande voce blues riesce a trasportarci nei club di Chicago e di Menphis attraverso pezzi dalle sfumature blues, soul e rock’n’roll; di Gabriele Dellepiane che segue e supporta con il suo basso, puntuale e costante l’elettrico, sofisticato e caldo l’acustico; di Marco Fuliano alla batteria che spinge forte nei pezzi veloci mentre cesella ritmicamente in quelli lenti e scuri; di Enrico Carpaneto al piano che costruisce ottimi background e spesso emerge e valorizza il ritmo della band. Talento maturato in molti anni di gavetta e di supporto a grandi artisti dai quali hanno assorbito i segreti delle 12 battute per poi costrursi un suono personale e convincente: artisti importanti del panorama internazionale come Jerry Portnoy e Otis Grand (foto #2) o di quello nostrano come Fabio Treves (foto #3).

Guitar Ray e Otis Grand (2011)
Guitar Ray e Fabio Treves (2010)
Ed infine un grandissimo impegno che porta la band in giro per l’Italia e l’Europa, instancabile da un concerto all’altro: negli ultimi mesi una ventina in mezza Europa ma soprattutto in Germania ed in Belgio dove sono conosciuti ed apprezzati da anni.
In questi ultimi concerti accompagnano il mitico Big Pete Pearson e promuovono CHOOSE (foto #4) il lavoro recentemente pubblicato di supporto al grande cantante di Phoenix, Arizona. Un’altra collaborazione importante che arricchisce l’esperienza della band trovandosi fianco a fianco per mesi in tour con un bluesman di razza, un personaggio leggendario che ha suonato nella sua lunga carriera con Ray Charles, B.B. King, Muddy Waters, John Lee Hooker, Tina and Ike Turner, Big Joe Turner, Etta James, Aaron Neville and the Neville Brothers, Koko Taylor, Gate Mouth Brown, T-Bone Walker, Screamin’ J. Hawkins, Pinetop Perkins, Joey DeFrancesco, Buddy Guy e moltissimi altri.
CHOOSE (2012)
Ho incontrato la band di passaggio in Italia, di ritorno dalla Germania e dall’Austria, dove hanno suonato tra l’altro al Vienna Blues Spring Festival, e diretti in Francia ed in Belgio: una piacevole serata dove ho avuto la possibilità di fare quattro chiacchiere con loro sui concerti appena trascorsi ed il disco fresco di stampa. Mr Pearson è simpatico, sempre sorridente, con il suo cappello calcato in testa anche quando mangia: “Sono molto felice di suonare con i Gamblers, è un ottima blues band che riesce a dare moltissimo dal vivo e con cui mi trovo molto bene†– mi racconta – “inoltre Ray è un chitarrista talentuoso, che ogni sera riesce a trovare il sound giusto, non suona mai un pezzo nello stesso modo. Sono contento di CHOOSE, abbiamo raggiunto un grande risultato e contiene alcuni pezzi molto molto buoniâ€.
Ray, cosa vuol dire suonare con grandi musicisti, spesso vere e proprie leggende viventi del blues? “Suonare con musicisti americani è sempre un’esperienza che arricchisce. Il blues è la loro cultura ed il modo di interpretare questo genere musicale fa parte del loro modo d’essere. E’ quindi sempre prezioso poter collaborare con artisti d’oltre oceano. Ovviamente ogni esperienza è un caso a sé. Quella con Otis Grand, per esempio, mi ha insegnato un approccio sulla chitarra che non avevo mai avuto prima: “don’t play notes, play feeling”. Accompagnare Jerry Portnoy, invece, mi ha insegnato come suonare la chitarra con un armonicista: un modo diverso rispetto a quello solito, dove la chitarra deve necessariamente “riempire” gli spazi lasciati dall’armonica. Big Pete Pearson, che oggi si propone al pubblico come cantante, è stato per anni bassista di una band che dagli anni 50 ha lavorato come “house band” a Phoenix dandogli la possibilità di lavorare con artisti del calibro di T-Bone Walker, Ray Charles, BB King, Muddy Waters, John Lee Hooker e moltissimi altri. Il suo bagaglio di esperienza è immenso e la possibilità di crescita per me come artista e per la band diventa davvero difficile da spiegare a parole. Ogni sera si impara qualcosa di nuovo e soprattutto si fa tesoro dei consigli su come affrontare questo genere musicale in maniera professionale. Non c’è scuola migliore che il lavoro sul palco per cercare di assorbire il feeling che arriva direttamente dalla radice di dove tutto è cominciatoâ€.
Raccontami qualcosa di questo ultimo tour. “Nuove canzoni, nuovi arrangiamenti e tanto tempo speso in camera d’albergo a suonare con lui faccia a faccia prima di salire sul palco. Il tour si è rivelato un vero successo: sold out ovunque. I club sono tutti di tradizione, dal Banana Peel al Raigen di Vienna. Tutti i grandi nomi del Blues e Jazz hanno calcato quei palchi: immaginati l’emozione! Senza contare che riempie il cuore di gioia poter condividere momenti così toccanti con tanta gente. Tutto questo ripaga l’enorme sacrificio che ogni giorno si fa per poter continuare a fare questo mestiereâ€.
Cosa hanno in programma i Gamblers, quali gli obiettivi a medio-lungo termine? “A brevissimo il nuovo disco al quale stiamo lavorando duramente. I brani sono il frutto della collaborazione con Big Pete Pearson e con l’armonicista canadese Paul Reddick. Vogliamo costruire una nostra identità all’interno della tradizione, con rispetto. La fortuna di poter lavorare sempre con la stessa band ormai da quasi un decennio aiuta ad essere “riconoscibili”. Siamo sì una produzione europea ma vogliamo raggiungere un livello professionale che ci consenta di poter competere con artisti d’oltre oceano. La scelta di Pete di utilizzare Guitar Ray & The Gamblers per incidere il suo ultimo album mi fa ben sperare sulle scelte sino ad oggi fatte. Stiamo lavorando su un tour promozionale dell’album negli Stati Uniti e la collaborazione di cui dicevo prima con Paul Reddick spero ci apra anche la via al mercato canadeseâ€.

In attesa del nuovo disco della band godiamoci questo CHOOSE dove alcuni brani sono veramente azzeccati (ascoltate con attenzione Hole In My Pocket, Hard Time e Big Let Down) e valorizzano la poliedrica voce di Pearson, il talento chitarristico di Ray e le grandi capacità della band tutta. Che dire: state sintonizzati e non perdetevi Guitar Ray & The Gamblers dal vivo!

Davide Palummo, Maggio 2012

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Thick As A Brick sequel

Martedì 17 Aprile 2012

TAAB 1972
Cambiano i tempi, cambiano i media. Sono passati quarant’anni e ciò che nel 1972 si leggeva sul St. Clive Chronicle, a mò di copertina di uno dei più importanti album del brit progressive, THICK AS A BRICK, oggi viene riportato sulla newsletter della parrocchia di St Clive presente sul web all’indirizzo www.stcleve.com/ e la sua homepage diventa la copertina del sequel, THICK AS A BRICK 2.
Cambiano i tempi, cambiano i media ma le notizie riguardano sempre Gerald Bostock, colui che un tempo era un bambino prodigio della letteratura (piccolo Milton, addirittura) oggi 50-enne potrebbe essere diventato un predicatore, un militare, un finanziere o chissà cosa. Questa la trovata di Ian Anderson che pubblicò con i suoi Jethro Tull un concept album sui presunti testi di un ragazzino ed oggi ci racconta cosa potrebbe essere diventato, dopo scelte, errori, incontri, insomma dopo aver vissuto una vita.
TAAB2 2012
Non si capisce bene se questa è una pura trovata commerciale in un’era dove l’originalità ha ben poco spazio oppure se il progetto, composto dal disco e dai vari concerti che sono in programma dal 14 aprile e toccheranno la Gran Bretagna, per le date di apertura e chiusura del tour, una trentina di città europee ed una ventina negli USA, ha una sua dignità ed un valore musicale. Di sicuro lo scozzese Ian Anderson a 65 anni ha ancora molto da dire con la sua calda ed inconfondibile voce, il suo flauto e gli altri strumenti che anche in questo TAAB2 suona assieme alla band, assente solo Martin Barre, lo storico chitarrista dei JT. Il sequel di TAAB è ancora un concept album diviso in due parti (DIVERGENZA e CONVERGENZA) dove vengono esplorate le varie vite possibili del personaggio Gerald Bostock, alter ego di Ian Anderson, dove impera il ritornello SE, FORSE, SAREBBE POTUTO ESSERE che ricorda gli scherzi del destino, il fato, il karma di ognuno di noi. Il disco è godibilissimo sia da chi ricorda il vecchio lavoro e le sonorità che hanno sempre contraddistinto i JT sia per chi lo ascolta come lavoro a sé stante. L’inizio con From a Pebble Thrown è il punto di congiungimento con l’album del 1972, seguono poi altre 16 tracce che appunto percorrono le varie ipotesi che danno risposta al sottotitolo dell’album “Che cosa sarà successo a Gerald Bostockâ€. I pezzi sono tutti di buona qualità, troneggiano la voce di Anderson, sicuramente mutata negli anni, ma ancora molto riconoscibile, ed il suo flauto, quasi un marchio di fabbrica. Tra pezzi strumentali (Pebble Instrumental), raccontati (Might Have Beens) e di collegamento con il vecchio album (Old School Song) si arriva piacevolmente alla fine (What-ifs, Maybes And Might-have-beens) dove in una strofa è contenuto il succo di tutto il progetto:

…Prima o poi tutti finiamo per chiederci se fosse andata – beh – semplicemente in modo diverso. Una via imboccata per caso, una pagina mai aperta o un breve incontro, sbocciato, o finito in niente…

La conclusione è che TAAB2 è un ottimo disco di post-progressive con sonorità degli anni 70, suonato da grandi musicisti un po’ incanutiti ma che possono ancora insegnare come si fa ottima musica, made in UK.

Davide Palummo, Aprile 2012

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MICHAEL KIWANUKA: LA SOUL-MUSIC RINASCE A LONDRA

Lunedì 16 Aprile 2012

Ha la stessa età di Adele, ma è un maschietto ed ha la pelle nera. Stiamo parlando di Michael Kiwanuka, cantautore soul-pop che ha appena prodotto il suo disco d’esordio, Home again, un lavoro che ha tutte le caratteristiche per farsi ascoltare con attenzione sorprendente. Da tanto tempo non si ascoltava un disco evidentemente confezionato per le classifiche e per il grande pubblico che però conserva tutti quegli ingredienti di qualità, di scrittura e di sentimento che devono essere presenti in un disco di qualità, pena lo scadimento complessivo. Michael, 24 anni vissuti nei quartieri della suburra a nord di Londra, figlio di rifugiati ugandesi del periodo del dittatore Amin Dada, mette in questo suo esordio tutto il suo bagaglio di sogni, speranze e musiche, canta ispirato ed ha canzoni di alto livello: Home again è già un piccolo hit in tutta Europa (tranne che da noi), Tell me a Tale ci fa tornare ai tempi del Philadelphia sound mentre Bones (che sicuramente piacerebbe a Paolo Conte) ci rimanda negli anni Cinquanta, facendoci risentire la forza di un coro doo woop e la sensualità delle spatole sulle pelli della batteria; spesso nostalgico, Kiwanuka spinge sul tasto della commozione trattenuta e quando tocca le corde di Always Waiting (“Ti sto aspettando, aspetto solo te, amico mio….â€)lo fa con un certo garbo da innamorato della vita, mai cadendo nella disperazione grottesca che rende ridicola tanta musica grossolana.

Visto che il disco suona splendidamente e che Michael non è Prince (che per il suo esordio aveva voluto suonar,e incidere tutti gli strumenti e produrre…..), c’è da ricordare che dietro il suo lavoro c’è Paul Butler, tremendo polistrumentista e capobanda dei Bees (qualcuno ricorderà il multiforme Free the Bees), uno che passa noncurante dal sax alla batteria e che ha realizzato un prodotto che ha la stessa freschezza ed originalità tendente al retro che era il vero marchio di fabbrica di Frank della scomparsa Amy Winehous. Il prodotto in questione è un disco poliedrico e sempre morbido, mai fuori dalle righe, capace di riportarci davvero a suoni dimenticati, come un Marvin Gaye che s’intrecci con la sensibilità di Paul Simon. Non tutte le canzoni sono capolavori, ma ci sono vette impressionanti come il soul-blues di Worry Walks Beside Me, capace - ascoltala nel video - di comunicare brividi di autentica solitudine con una chitarra che si strazia in un vibrato che sa tanto di anni Cinquanta e Any Day Will Do Fine, che restando nello stesso solco si fa sostenere sorprendente da una sezione di ottoni e dagli archi di un’orchestra lussuriosa.

Gli inglesi, che sono sempre fortissimi nel vendere la propria merce, hanno già scomodato per Kiwanuka nomi importanti. Il ventiquattrenne Michael si trova così già figlio di ascendenti importanti come Otis Redding (a cui in verità assomiglia non poco nella foto della cover), di cui on stage interpreta l’immortale Dock of the Bay, Randy Newman e Bill Withers (non tutti se lo ricordano, ma è lui ad aver scritto Ain’t no Sushine), mentre il mensile britannico Q vede il suo songwriting sulla scia di gente di come Van Morrison e Joni Mitchell. Inoltre lo propongono già come l’ultimo prodotto della tendenza acustica, una percezione più o meno latente che ha coinvolto negli ultimi anni gente come King of Convenience e Turin Brakes, ma anche gente come Elbow e James Blunt (ed in effetti Michael è coinvolto nella Communion, l’organizzazione messa in piedi da Ben Lovett dei Mumford And Son per sostenere artisti indipendenti inglesi di estrazione acustica e che già ha coinvolto Laura Marling, Goyte, Ben Howard, Matt Corby, 3 Blind Wolves ed altri).

Sia come sia, nulla può togliere il feeling delicato, ma di grande personalità e la buona scrittura di questo ragazzotto di origini ugandesi che già dall’anno scorso la BBC aveva pronosticato essere “the next big thing from Ukâ€. Non sappiamo se è vero, ma intanto ascoltiamo e sognamo come se lo fosse.

Walter Gatti

Walter Gatti

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PACIFICO, VITA, DESTINO E QUELLE COSE IN CUI CREDERE

Mercoledì 11 Aprile 2012

Pacifico

Pacifico è un cantautore dal curriculum strano, ma dal cuore che batte forte. Laureato, ha scritto tanto per altri e relativamente poco per se, sempre con una traccia di “sentire” autobiografico e non banale.
Pochi album all’attivo, solo cinque, (tra cui segnalerei “Musica leggera” e “Dentro a ogni casa“), molte collaborazioni (Celentano, Mannoia, Nannini, Venditti…), una buona scrittura testuale accompagnata a un gusto musicale che ruota attorno al De André degli ultimi dischi.
Napoletano nato a Milano, Gino de Crescenzo — all’anagrafe — ha appena pubblicato il suo ultimo lavoro, “Una voce non basta“, che vede a raccolta un bel gruppo di artisti Italiani accompagnarlo nell’interpretazione di quattordici sue canzoni, da Frankie Hi Nrg a Malika Ayane, da Samuele Bersani a Cristina Donà. Ci sono canzoni di pregio e grande inventiva (Second moon e Presto) e altre più di routine, ma soprattutto c’è un brano che entra di potenza inarrestabile tra le migliori canzoni pubblicate sino ad ora nell’annata musicale italiana: In cosa credi.
Due voci si rincorrono nel brano in questione, quella di Pacifico e quella di Manuel Agnelli (Afterhours) e nel testo scorrono immagini non facili:

In una valle a due passi dal mare
Ora galleggia un paese
In una minestra scura
Di ruote, di corda, di navi, elicotteri e case.
Lo vedi che non c’è preghiera,
Che non c’è muro forte abbastanza,
E non c’è altezza né distanza, che basti
E allora in cosa credi?
“.

.

Di fronte a una tragedia, di fronte all’incomprensibile quotidiano, all’incrociarsi di affetti e paure, rabbie e ingiustizie, noi — ognuno — chi siamo? Di fronte al destino immenso e misterioso: in cosa crediamo? Mentre la ballata si inerpica attorno all’albero dell’esistenza, dove tragedie, nascite e morti si avvitano, mentre archi e chitarre creano un tessuto drammatico e fremente, Pacifico e Agnelli danno voce a una canzone che farebbe bella mostra nella produzione di Ivano Fossati, con una tensione tangibile, che ricorda quella di Cosa sarà (Dalla-De Gregori) o quella implacabile di O que sera di Chico Buarque (riletta all’italiana proprio da Fossati). Insomma: qui è la tradizione della grande canzone italiana che bussa forte.

Non hai una frase, una parola chiave?
Un altare per inginocchiarti,
Una statua antica da baciare?

«È una canzone nata velocemente», ci ha raccontato lo stesso Pacifico, colto per una breve intervista un paio d’ore prima di una sua esibizione milanese, «in mezz’ora non di più. Sono stati giorni in cui si son inseguiti tanti fatti. Alla televisione vedevo queste immagini della tragedia di Fukushima, con una vallata in cui rifluivano nella melma animali, automobili, baracche, corpi ed elicotteri, tutti trasportati dall’acqua annerita. Erano giorni in cui vivevo anche personalmente insieme momenti di grande gioia e di profondo dolore. Erano giorni in cui chiedersi in cosa si può credere e sperare era la cosa più urgente, più impellente, più umana…».

Ci sono sempre giorni in cui, implicitamente, le mezze risposte inciampano e i medicamenti occasionali, per quanto intensi, non guariscono. Ma quali sono i nostri sotterfugi esistenziali? Come facciamo a riempirci la vita di risposte-non-risposte? Proprio su questo si sente la partecipazione più intensa, la capacità insita e originale di questo autore di scavare, di tirar fuori da sottoterra le piccole armi di cui l’umanità dispone. Sembra, sentendo e risentendo questa canzone, di ritrovare certe potentissime immagini di quell’opus impressionante che sono i Dieci comandamenti di Krzysztof KieÅ›lowski, fredde e partecipate, grondanti e sfibrate, sfinite e impietose.

E le parole, tutte questa parole?
Questi libri di avventura e amore
Sono tetti di paglia, rifugi, trincee
per resistere a tanto insistito dolore
E gli abbracci, i sorrisi,
e le candele accese
i pochi mezzi di cui disponiamo,
le nostre piccole armi
E allora in cosa credi?

In cosa credi: che razza di domanda. Inutile, fastidiosa, noiosa, saccente, faticosa, antiquata. Eppure sempre attuale, sempre presente. In cosa credi: canzone di autenticità fastidiosa, di semplice e trasparente sincerità, anche nel suo povero riconoscere l’immensa debolezza e grandezza dell’uomo. C’è dentro la vita che urge e non si può fare e meno di viverla, con gioia o disperazione perché la vita…:

È una sfuriata e non resiste appiglio, e ricomincia tutte le mattine.
Si vive, è solo questo, si vive e non c’è altro da fare.
Ogni giorno è inaspettato,
E tutto arriva senza spiegazioni e ti confonde con le emozioni.
E ti commuove e non dà soluzioni

Ci sono ancora canzoni capaci di domande? Di sfide in un certo senso finali? Finalmente si. E come reagisce il pubblico di fronte a queste parole? Pacifico, come reagiscono i tuoi spettatori, soprattutto i piu giovani…? «Per ora sto presentando questo album solo in alcuni show case, nulla di troppo teatrale o impegnativo. Eppure questa canzone, anche se eseguita con semplicità quasi acustica, provoca un silenzio profondo. Le domande che cerco di portare in scena sono le domande di un uomo che tra poco avrà cinquant’anni eppure vedo che in un certo modo attecchiscono anche tra i diciottenni che mi osservano, mi ascoltano. E vedo che la canzone un poco ritorna ad assumere quella funzione di provocazione a una riflessone sincera che aveva qualche decennio addietro…».

E tu, Pacifico, anzi, tu, Gino — se si puo scindere: l’uomo più che l’artista — di fronte a quelle domande, come te la cavi? «Difficile rispondere. Le domande ti costringono sempre a entrare in una sfera che potremmo dire di preghiera. A volte sacra, a volte religiosa, a volte inconsapevole. Credo che tutti quanti si rivolgano a un ignoto oppure a una presenza nota, perché è quasi impossibile farne a meno. Inutile mentire: siamo tutti fatti con questa ansia dentro, questa voglia di parlare sperando che qualcuno possa ascoltare».

E quella frase della tua canzone, “Credo alla stranezza del tutto, all’istante fatale in cui tutto si compie, che sia nascita, amore, morte o incontro“, cosa volevi lasciare a chi ascolta? «Ma, forse il senso della potenza che c’è in quell’infinito mistero che chiamiamo vita…».

Walter Gatti

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COSE DA ASCOLTARE E ALTRE: LYLE LOVETT, SHOOTER JENNINGS, ERIC BIBB

Domenica 1 Aprile 2012

mars volta

Senza entrare troppo nel merito (almeno per ora), per motivi di tempo:

da “evitabili” a “poco interessanti”:

KATIE MELUA: SECRET SIMPHONY: una vera noia; belle canzoni in formato soporifero;
LEE RANALDO: BETWEEN THE TIMES AND THE TIDE: strano; che proprio lui si metta a fare un disco di pop-rock ci può stare; è che non ci sono i pezzi; che senso ha?
PAUL WELLER: SONICK KICK: il più brutto disco di Peter da tanto tempo in qua; sorbole che fregatura…
MARS VOLTA: NOTURNIQUET: disco da cestino per una delle mie band preferite; i pezzi sono mezzi scarti dall’ultimo Ochtahedron: era meglio lasciarli perdere
PINO DANIELE: LA GRANDE MADRE: so che continua a piacere, e buon per tutti, ma onestamente non mi dice più nulla; ben suonato, ma senza una sola canzone centrata;
pino daniele

da “benino” ad “ascoltabili”:
THE STRANGLERS: GIANTS: ebbé, sanno sempre fare il loro mestiere; più decadenti del solito;
TINDERSTICKS: THE SOMETHING RAIN: morbidissimamente inutili; comunque il loro è un pop con un marchio differente dal resto del globo;

lyle lovett
da “bel colpo ragazzi” a “strepitosi“:
LYLE LOVETT: RELEASE ME: che ti devo dire, non sbaglia mai; il disco finisce con l’inno più celebre di Martin Lutero per voce e pianoforte…
ERIC BIBB: DEEPER IN THE WELL: un altro che difficilmente sbaglia un disco; sempre umile, con il blues tra le mani e il gospel nel cuore;
SHOOTER JENNINGS: FAMILY MAN: non è più “solo” il figlio di Waylon, ma questo disco conferma che ha personalità e scrittura; mooolto southern

shooter jennings

Detto questo: buon ascolto.
Dimenticavo: mi sono ripromesso di sentire anche MADONNA, ma per ora proprio non ce l’ho fatta.
E poi: c’è un disco italiano con una canzone che mi ha IMPRESSIONATO.
LO svelo nei prossimi giorni.

Walter Gatti

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ROGER DALTREY IN CONCERTO: QUANDO IL MITO NON PESA

Mercoledì 14 Marzo 2012

roger daltrey

Vivere con addosso una leggenda, di qualsiasi foggia e mito si tratti, non dev’esser cosa semplice. Invece Roger Daltrey, 68 anni ben portati, sfoggia simpatia, buona forma fisica e vocale, e soprattutto antica affabilità non scalfita. All’inizio del tour europeo con cui il vocalist degli Who - band che personalmente tengo un gradino sopra Beatles e Stones nell’olimpo degli immortali - ha deciso di portare a spasso l’intero corpus di “Tommy“, Daltrey ha confermato sul bel palco di Padova di essere un grande cantante (eccome), un ottimo confezionatore di rock show e una persona che cinquant’anni di vita on stage non hanno snaturato.

Lui - che era il più “pulito” del quartetto, l’unico che provava a far ragionare il binomio Keith Moon/ Pete Townshend - è anche l’unico oggi a poter ancora frequentare i palchi, far roteare il classico microfono e sorridere con i soliti sguardi da bambino come già aveva fatto a Woodstock o all’Isola di Wight. Mistero del rock.

La scelta di portare in giro “Tommy” è dell’inizio del 2010, arrivata a prendere forma nell’autunno del 2011, quando i problemi di sordità di Pete, sempre crescenti, hanno consigliato a Townshend di non far parte dell’avventura, lasciando il posto a interpreti della sei corde di buon calibro, cioè Simon Townshend (il fratello, musicista di buona levatura) e Franklin Simes, sufficienti comunque per capire quanto fosse ampio l’orizzonte strumentale coperto da solo dal chitarrista originale.

Diciamo subito: il concerto vale la pena in tutti i sensi possibili. “Tommy”, opera rock datata come può essere tutta la musica concept di quell’epoca (quindi come anche “The Wall” o “Quadrophenia“), si segue con orecchio filologico, entusiasmandosi sin dalle classiche note dell’overture, raggiungendo il climax alle esecuzioni di Spark, Tommy can you hear me, The acid Queen, Pinball Wizard, See me, Listening to you, We’re not gonna take it, ripensando alla genialità di Townshend, all’unione d’intenti degli Who di quegli anni (era il ‘69) e alla perfetta visionarieta acida di Ken Russel, maestro di cinema nel portare in scena la storia del ragazzo rimasto cieco, muto e sordo allo scoprire morte e adulterio dei propri genitori (c’è un richiamo amletico in tutto ciò….) che trova nella maestria del flipper un senso per riscattarsi e dar vita a una sorta di nuovo messianismo.

Ma se Tommy si prende la ribalta della prima parte dello show, sono gli Who (Daltrey simpaticamente dice: “loro continuano a rimanere la mia band preferita”) a far la parte del leone nel prosieguo. Qui il pubblico - diciamo che per il novanta per cento è composto di over quaranta, con parecchi settantenni…. - non si contiene più perché Roger propone I can See for miles e The kids are allright, poi una bellissima rilettura di Behind Blue Eyes (dove mostra più che mai che la voce, pur se in flessione, non l’ha abbandonato) una versione decisamente bluesy di My Generation, meno straripante dell’originale, ma forse piu adatta all’età di chi canta e di chi ascolta.

E poi ancora: dieci minuti buoni di Who Are You, una trascinante Babà o’Riley più due canzoni firmate Daltrey (Days of Light e Without your Love). Ma l’intensità massima è quella che palco e pubblico raggiungono per una versione torrida di Young Man Blues, rock blues d’altri tempi e d’altri giovani, anche se il tema (i giovani non hanno soldi e potere in questo mondo; vecchi e potenti hanno tutto quello che a loro manca) non è poi così passato con gli anni, come dimostrato dalla difficoltà di trovare un lavoro decente nella Milano del terzo millennio come nella Londra degli anni Sessanta.

Ben assecondato da una band quadrata nella quale svetta il batterista Scott Deavours (mentre Jon Button al basso e Loren Gold alle tastiere fanno il minimo sindacale), Daltrey mostra un’affabilità e una simpatia fuori dalla norma per gli altri vecchi del rock, anche se l’età di quasi settant’anni non gli permette più certe acrobazie ginniche sul palco. Ma d’altra parte lui e sempre stato un fuori quota: era uno dei pochi del suo mondo ad andare benissimo a scuola (fu pure premiato come primo della classe, esprima d’essere espulso dalle secondarie) ed è sempre stato un sostenitore della vita non-tossica, finendo per malmenare Keith Moon in uno dei suoi momenti di maggior dipendenza.

Simpatico, vulcanico, affabile, padre di otto figli, adorato dalle platee di chi ama davvero il rock e i suoi padri: Daltrey si ascolta come una leggenda che termina da proletario il suo show, dicendo: “Vi ringrazio di cuore, perché senza il vostro affetto io non sarei rimasto su questo palco per tutti questi anni“. Per fortuna che neppure lui ci credeva fin in fondo quando cantava I hope I die before I get Old.

Walter Gatti

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