STEVIE WINWOOD LIVE: VINTAGE MUSIC FOR MIND AND SOUL

Lunedì 24 Luglio 2017

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“Scusateci, ma noi facciamo musica vintage”: sorridente, umile e simpatico, STEVIE WINWOOD ha presentato così il suo concerto al Pordenone Blues Festival, una delle rare date che questo musicista britannico 69enne offre al pubblico italiano. Doveva essere musica “vintage” (traducetelo come volete: musica d’annata; vecchia, ma elegante; efficace ma un po’ retro….) e così è stato, ma dove il sostantivo definisce più che altro un sound elettrizzante che ha radici in altre epoche, quando le collaborazioni erano autentiche e stellari, dove le contaminazioni non erano elettroniche e dove le ispirazioni erano veraci e sanguigne, senza troppe mediazioni discografiche e radiofoniche.

Nei 100 minuti di concerto Winwood ha attraversato circa cinque decenni di musica, cantando con una voce roca e inconfondibile (Ray Charles è il suo mito), portando sul palco una manciata di canzoni eccellenti, esprimendo al meglio la sua anima che è equamente posizionata tra il soul e il rock-blues, con fortissime influenze che derivano dalla musica caraibica. L’inizio vibrante della serata (in un magnifico teatro Verdi affollato ed esaurito: un gioiello dall’acustica perfetta) è stato affidato alla psichedelia bluesy di I’m a Man, uno dei brani storici dello Spencer Davis Group, la band di Birmingham in cui aveva esordito il quattrordicenne (gli archivi storici dicono che Winwood era un ottimo studente, senza troppe deviazioni giovanili: tutto scuola, casa e strumenti musicali…) Stevie in piena epoca pop.

La serata si è sviluppata in un mix di brani dalle due grandi formazioni in cui Winwood ha militato, Traffic e Blind Faith (e peccato che il britannico non abbia mai tempo e voglia di ripescare brani dal periodo folle dei Go, altro supergruppo composto da lui con Stomu Yamashta, Michael Schrive e Al Di Meola): Had to Cry Today, Empty Pages, The Low Spark of High Heeled Boys, che confermano l’incapacità del tempo di scalfire i grandi successi dei Traffic.

Prevedibilmente i brani più rilassati e pop della serata, Fly e la solare Higher Love (quest’ultimo brano da numero uno della classifica Billboard nel 1986), sono quelli che vengono dalla carriera solista di Stevie Winwood, sprazzi di morbidezza all’interno di un’atmosfera complessiva che risulta sempre elegante anche quando si fa sanguigna e abrasiva. Forse il vertice interpretativo ed emozionale Winwood lo raggiunge nella ennesima riproposizione di Can’t Find My Way Home. Per la prima volta durante lo show, il britannico abbandona l’Hammond di cui è maestro assoluto per passare alla chitarra elettrica, e qui (anche senza Clapton, a cui questa canzone è indissolubilmente legata) la magia dei Blind Faith si compie come alla fine degli anni ‘60, in quel canto di furba incertezza (“continuo a non riuscire a trovare la strada di casa, e non ho fatto niente di male, ma non riesco a trovare la strada di casa…..”) che fotografava più di mille trattati di pensiero il sentimento del vivere di un mondo giovane e anarchico.

Grandi canzoni, suono dominato dall’organo Hammon di Winwood, ma verve spettacolare per tutto lo show. La band che ha affiancato Stevie è ormai una sua compagnia rodata ed la stessa già vista quasi un decennio fa a Milano. José Neto (chitarre) e Richard Bailey (batteria) sono “comprimari” extra-lusso: entrambi cresciuti in un ambiente tropical-jazz, portano una potente ventata di sound che sfiora il Brasile per affondare le radici nel jazz. Edwin Sanz è un percussionista funambolico, mentre Paul Booth (ultimo arrivato: aggregato al Winwood-team dai tempi di Nine Lives) è il polistrumentista perfetto, il tipo di musicista che passa con nonchalance dagli ottoni alle tastiere, una sorta di Chris Wood in formato contemporaneo.

Il bis è riservato a due dei brani più attesi: Dear Mr Fantasy (con Winwood in grandissimo spolvero alla chitarra solista) e una veemente Gimme Some Lovin. Applausoni finali di un pubblico che ha così salutato l’avvio di un festival – il Pordenone Blues – sempre più quotato ed efficace. Qualcuno dalla platea ha chiesto a gran voce “suonaci John Barleycorn”. Chi scrive ha pensato anche a Glad, Freedom Rider e Keep on Running, ma le luci si sono spente e la “serata vintage” è stata ugualmente perfetta.

Walter Gatti

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Semper Femina

Martedì 6 Giugno 2017

Tengo d’occhio Laura Marling ormai da anni, almeno dall’uscita di A Creature I Don’t Know del 2011 che conteneva Salinas e Sophia, a mio parere due canzoni bellissime ma soprattutto annunciatrici di una esplosione di talento che, da allora, ho atteso a lungo. E’ uno stato d’animo comune, quello dell’attesa di qualcosa di grande, quando si ascolta un artista che piace ma che soprattutto promette, che fa, insomma, intravedere qualcosa di meglio a venire. Ad ogni uscita delle opere di Laura Marling dopo quel 2011 mi sono spesso quindi interrogato se le potenzialità della giovane cantautrice britannica fossero alfine emerse. Credo che con questo Semper Femina, pubblicato poco tempo fa, i giochi siano fatti ed ogni dubbio fugato.
Semper Femina - Laura Marling
Questo sesto disco della cantautrice, appena 27enne, è infatti a mio parere un grande disco, maturo, coraggioso, ben scritto ed ancor meglio suonato. Si tratta di 9 canzoni che ruotano attorno all’universo femminile scritte e cantate da Laura con il fondamentale supporto di Blake Mills, il talentoso musicista californiano che alterna variegate collaborazioni (da Norah Jones a Zucchero) ad altrettante interessanti co-produzioni (dagli Alabama Shakes a John Legend). Il suono è sempre minimale, fortemente basato sulla voce e la chitarra di Laura, le chitarre del succitato Blake Mills e di Pete Randall che raramente sovrastano la voce, il basso (Nick Pini, Sebastian Steinberg) e la batteria (Matt Ingram, Matt Chamberlain) sempre discreti ma precisi, gli arrangiamenti di grandissimo pregio completano il tutto. Ancora una volta la Marling fa citazioni letterarie (ricordate Salinas dedicata a John Steinbeck) e questa volta attinge al latino classico per dare il titolo al suo nuovo lavoro (Heia age, rumpe moras. Varium et mutabile semper femina che tradotto recita Forza, non indugiare, è tipico della donna essere diversa e mutevole - scriveva Virgilio nell’Eneide) ma anche per fare una chiara dichiarazione di voler raccontare tutto da una prospettiva assolutamente femminile. Il disco si apre con una delle migliori canzoni, Soothing in cui il ritmo delicato è retto da due bassi e dalla voce di Laura, quasi dolorante ed alla ricerca di un “lenitivo” per una sua vecchia storia d’amore che tarda ad essere dimenticata. Notevole il video che integra e complementa la comprensione del brano musicale.

Da citare sicuramente Always This Way dove la Marling si riappropria della nomea di erede di Joni Mitchell con un cantato dolce e ritmato; stessa pasta ha la successiva Wild Once nella sua semplice struttura basata su voce e chitarra. Ma il capolavoro del disco è Nouel, ancora con voce paragonabile alla signora del canyon e con una narrazione colta e profonda. Nouel è una persona reale, un’amica dalla Marling, ammirata fino all’assunzione a musa, paragonata con raffinata citazione al dipinto di Gustave Courbet che si riferisce al sesso femminile (Origine du Monde), volubile e mutevole come ricorda il ritornello (fickle and changeable) che riprende le parole di Virgilio nell’Eneide molto prima di quelle di Shakespeare che nell’Amleto declama “Fragilità, il tuo nome è donna”. Ma in questa canzone le citazioni non sono finite perché ci si riferisce anche alla fiaba Il Topo ed il Leone quando Laura canta “ti ho tolto una spina dalla zampa” per raccontare il rapporto curativo tra lei e l’amica. ll ritornello “fickle and changeable” viene ripetuto ancora molte volte fino alla conclusione della canzone con la citazione del titolo del disco, Semper Femina, che sappiamo Laura Marling porta tatuato su una gamba da quando aveva 21 anni.

Davide Palummo, giugno 2017

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Best 2016: True Sadness

Sabato 4 Febbraio 2017

Eccomi ancora una volta a dover confessare qual’è stato il miglior album dell’anno appena conclusosi, con un processo di scelta che, per quanto mi riguarda, si basa più sugli aspetti emotivi che su quelli oggettivamente qualitativi. In parole povere la scelta cade su quell’album che ho ascoltato maggiormente e più volentieri. In questo caso, si tratta di True Sadness degli Avett Brothers.

cover True Sadness

I fratelli della North Carolina (USA), nonostante abbiano entrambi meno di quarant’anni, hanno esperienza da vendere visto che cantano ed imbracciano chitarra e banjo da quando sono bambini e, prima dell’attuale formazione, hanno suonato separatamente ed ottenuto discreti risultati. Dal 2000 si presentano come The Avett Brothers ma spiccano il volo solo quando vengono assoldati nel 2008 da una major e Rick Rubin (uno dei più importanti produttori degli ultimi 20 anni) inizia a seguire i loro lavori: le sonorità risultano più mature così come le liriche, sempre nell’alveo del folk-country con ovvie ed evidenti contaminazioni pop-rock; contemporaneamente iniziano ad uscire dal limitato contesto locale e suonano in moltissimi stati dell’unione e si fanno conoscere anche in Europa. L’ascolto di questo True Sadness mi ha spinto a curiosare anche nelle loro precedenti produzioni trovando delle ottime canzoni soprattutto in The Carpenter del 2012 e in I and Love and You del 2009 ma convincendomi anche che l’attuale è il migliore dei loro lavori. Si tratta di un album di 12 canzoni costruite attorno alla voce dei due fratelli Scott e Seth, alla classica sonorità folk creata in primo piano da chitarra e banjo con arrangiamenti molto curati che evidenziano anche l’eccellente lavoro di Bob Crawford al basso e di Joe Kwon al violoncello, i due fedelissimi compagni dei fratelli da molti anni. L’elaborazione di questo album è stata lunga sia per la cura che i fratelli hanno voluto riservare alle varie canzoni sia per le pause dovute a questioni personali del gruppo - famiglia allargata come la definiscono gli stessi fratelli. Come raccontato da Seth al lancio del disco “True Sadness è un patchwork, sia tematicamente che stilisticamente; abbiamo cucito assieme il rosso più audace ed il verde più calmo, denim e velluto; abbiamo messo assieme il meglio di tutti noi.” E’ proprio questa l’impressione dopo molti ascolti: i musicisti hanno un’enorme intesa, capacità musicali e compositive di ottimo livello; essersi affidati a Rubin per gli aspetti tecnici ha, inoltre, permesso di valorizzare il lato acustico del suono senza penalizzare l’orchestrazione che conducono ad un risultato molto piacevole.

Credo valga la pena segnalare almeno un paio di canzoni del disco ma consigliarlo nella sua interezza. Ain’t No Man è il pezzo d’apertura, ha un ritmo incalzante e soprattutto ci racconta del coraggio necessario nell’essere adulti perché, come recita la canzone, “non c’è uomo che ti possa salvare ma neppure uomo che ti possa rendere schiavo”. No Hard Feelings è forse il pezzo che preferisco: intimo, ben suonato e cantato, liriche di grande impatto che ben esprimono i sentimenti di Seth, uscito recentemente da una dolorosa separazione, che deve arrivare alla conclusione sintetizzata in “nessun rancore” dopo aver elaborato il senso di morte e di preparazione alla fine che ogni trauma induce. Credo che il messaggio finale del disco, comunque positivo e solare nonostante il titolo, sia, in qualche modo, sintetizzato dalla copertina dove due astronauti si trovano a doversi muovere nel mondo con un cavallo: bisogna farcela comunque, qualunque siano i mezzi che la sorte ci mette a disposizione.

Davide Palummo, Gennaio 2017

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GOV’T MULE, NEW YEARS EVE: TRIBUTE TO BOWIE, COHEN, PRINCE, FREY…

Mercoledì 4 Gennaio 2017

Da anni le jamming band propongono operazioni di rilettura e di ripensamento dell’hopus musicale del rock. Warren Haynes con i Gov’t Mule lo stanno facendo con uno sguardo vastissimo che abbraccia un orizzonte musicale che va dai Black Sabbath a Leonard Cohen.
Per il loro ormai leggendario concerto della notte di Capodanno, Warren (che a sorpresa durante lo show suona soprattutto Stratocaster) e la sua band (in scena quasi ovviamente al Beacon Theatre di New York) hanno fatto un’operazione memorabile: nella prima parte del concerto solo pezzi dei Gov’t Mule, nella seconda parte solo omaggi ai grandi defunti del rock 2016, da Bowie a Prince, da Emerson e Lake (ELP) a Glenn Frey. Un concerto assurdo e a modo su memorabile.

Il concerto è già tutto disponibile online e su Youtube (e dura 3ore e 36 minuti):



La scaletta completa dello show è questa:

Larger Than Life
Thorazine Shuffle
Funny Little Tragedy
Thorazine Shuffle Reprise
Child Of The Earth
Which Way Do We Run
Brighter Days
Birth Of The Mule
Sco-Mule
(sin qui tutti pezzi dei Gov’t Mule)

Maggot Brain (omaggio a Bernie Worrel, tastierista dei Funkadelic, in una versione epica; molto Neil Young-Cortez the Killer incontra Eddie Hazel)
Red Hot Mama (ancora in omaggio ai Funkadelic)
Tight Rope (per l’indimenticabile Leon Russel) in medley con l’intramontabile Delta Lady (sempre per Leon Russel)

TAKE IT EASY

Take It Easy (omaggio a Glenn Frey e agli Eagles)
Already Gone (omaggio a Glenn Frey)
100 Days 100 Nights (omaggio a Sharon Jones)
Midnight Rider (capolavoro degli Allman Brothers inciso anche da Sharon)
Lucky Man (omaggio a ELP)
Hallelujah (omaggio a Cohen da anni nel repertorio dei Mule)
Bird On A Wire (altro omaggio a Cohen, anche questo da anni in scaletta)
Angel Band (in ricordo di Ralph Edmund Stanley, leggendario banjo del bluegrass)
Mama Tried (per Merle Haggard!)
Shining Star (omaggio a Maurice White, leader degli Earth, Wind and Fire, scomparso lo scorso febbraio)
Getaway (sempre degli Earth, Wind and Fire)
Descending (omaggio al tastierista dei Black Crowes, Eddie Harsch)

ALL THE YOUNG DUDES vs REBEL REBEL

All The Young Dudes (con Jimmy Vivino), che sfuma e diventa Rebel Rebel
Kiss (Prince) in versione tremendamente funky-rock che sfuma in Let’s Go Crazy (sempre di Prince)
Purple Rain (con Marcus King ottimo vocalist e seconda chitarra solista e con Jimmy Vivino alla terza chitarra solista) che sfuma e diventa una reprise di All The Young Dudes.

Thanks, mister Warren Haynes.

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BEST ALBUM 2016: 1.BLACKBERRY SMOKE; 2.KENTUCKY HEADHUNTERS; 3.DRIVE BY TRUCKERS

Mercoledì 28 Dicembre 2016

Che anno è stato per la produzione musicale che incrocia i gusti e la cultura di chi scrive qui (e da anni vi propina una classifica ragionata ed emotivamente coinvolta)? Inutile forse dire che è stata un’annata segnata da tante morti (Bowie, Prince, Cohen, Lake, Emerson, Frey, Mack……..), ma anche da tanti dischi. Molti sono quelli interessanti. Forse più che negli anni recenti le mie preferenze vanno pesantemente verso l’ambiente che amo di più, il southern rock.

ANYWAY: ECCO I BEST 2016 (buona lettura e buon ascolto con i video selezionati……)

1 - Blackberry Smoke – Like an Arrow

Forse è il disco più equilibrato, potente ed omogeneo della band di Atlanta. Sunrise in Texas è la ballata perfetta, quella cosa che il southern rock conosce a memoria (eppure non è da tutti scrivere). Waiting for the thunder, Ain’t Gonna Wait , Running through Time e Like an Arrow danno forza e romanticismo al tutto. Working for a Working Man e Ought to Know sono puro southern rock. Per non farsi mancare niente, Charlie Starr e soci hanno poi ingaggiato Gregg Allman per Free on the Wing. Brandon Still alle tastiere è sempre più coinvolto, anche nella scrittura. Ed è un bene…

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2 - Kentucky Headhunters - On Safari

Il quartetto del Kentucky ha inciso uno dei migliori album della loro lunghissima carriera. Storie autentiche, puro rock, country e blues in parti centellinate: Crazy Jim è il pezzo migliore, ballata lentissima che narra la vicenda di una persona in carne e ossa; God Loves a Rolling Stone la segue a ruota, insieme all’abrasiva Deep South Blues Again e Big Time. Greg Martin e compagni non hanno perso la via maestra: c’è da imparare qui……..

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3 - Drive By Truckers – American Band

La qualità di scrittura e la capacità di fotografare l’America autentica, quella del Sud e del Midwest, che hanno Patterson Hood e Mike Cooley, non ce l’ha forse nessuno oggi. What it means è la ballata politico sociale più importante degli ultimi anni; Kynky Hypocrite non è da meno. I suoni sono i soliti: bellissimi e grezzi. Voci insuperabili. Enormi. Una sicurezza ormai.

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4 - Luther Dickinson – Blues & Ballad

Lasciate per un attimo perdere le scorrerie elettriche, mister Luther Dickinson (North Mississippi Allstar, collaborazioni con Black Crowes, The Word, South Memphis String Band) si circonda di tutte le chitarre acustiche possibili e sconfina verso ogni confine folk-blues del suo Sud, tra il Teennessee e la Louisana, passando ovviamente per il natio Mississippi. Capitoli differenti che a volte girano attorno alla stessa linea melodica, da Moonshine a Horseshoe, da Shake (Mama) ai capolavori Storm e Let it Shine: ci sono 21 titoli per un autentico viaggio sudista realizzato con garbo, tecnica, sensibilità, affezione. E mille influenze storiche che soffiano sul fuoco della passione musicale…

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5 - Dion – New York is My Home

Nell’ipotetica classifica delle più belle canzoni del 2016, New York is My Home di Dion si contende la palma della migliore (insieme a poche altre). Difficile ricordare un disco così ricco di idee e di feeling nella recente produzione dell’ottimo DiMucci, che dall’alto dei suoi 77 anni può vantarsi di essere uno che la musica l’ha vissuta e attaversata in ogni modo e forma (The Wanderer è sua), ma sempre con un tocco di qualità e autenticità. La titletrack è da “dieci”, ma tutto il suo nuovo disco (da sentire: Can’t go Back to Memphis e Katie Mae per un’autentica immersione nei Sixties) vale la pena, l’ascolto e l’affetto.

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6 - Gong – Rejoice! I’m Dead

Per chi - come il sottoscritto - ha amato le follie psichedeliche di Daevid Allen, la sua scomparsa (e quella di Gilli Smyth) e la quasi inattesa produzione di questo nuovo album dei Gong sono fatti che hanno lo stesso sapore insolito delle composizioni del musicista australiano (che in un modo o nell’altro ha firmato una cinquantina di album nelle varie formazioni a cui si attribuisce il patronimico “gonghiano”). I suoi figlioli prediletti hanno preso sul serio la sua eredità e pezzi come The Thing That Should Be, Kaptial, la lunga titletrack (con il solo prepotente di Steve Hillage!) e la suite The Unspeakable Stands Revealed indicano che la via intrapresa è quella giusta. Il mix di progressive, Canterbury sound, intuizioni orchestrali e cameristiche è quello del padre fondatore che nel disco è presente in voce in alcuni brani, tra cui proprio Rejoice!

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7 - Pentagle – Finale

La qualità emotiva e l’intreccio acustico di voci e corde renderà per sempre i Pentagle una pietra miliare della musica inglese. Attivi dalla seconda metà degli anni Sessanta, con questo live registrato nel 2008, Jacqui McShee e soci hanno deciso di concludere la gloriosa storia che li ha contraddistinti, dai giorni di Bert Jansh e John Renbourn (scomparsi negli ultimi anni) sino ad oggi. Il tutto ha magia oltre l’immaginabile, da Cruel Sister alla leggendaria Pentangling(in versione eterea) fino alla degna conclusione di Will the Circle Be Unbroken. Se le folk-jamming band guardano a qualche maestro, qui trovano il senso della loro tradizione.

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8 - Seasick Steve - Keeping the Horse Between Me and the Ground

Seasick Steve ci ha preso gusto: da quando ha superato i 70anni azzecca dischi sempre migliori, sempre più coerenti e consistenti. Dalla strepitosa title track a Hell, fino a What a Thang ci si trova di fronte ad un doppio cd eccessivo nella scrittura e nella produzione. Si sentono suoni di derivazione ZzTop, ma è tutto il Sud e il Texas che spinge verso un atmosfera sporca e bluesy; ogni tanto si aprono oasi di penombra, come in Ride e nel classico Gentle on my mind. Pace e silenzio, cuore e nostalgia emergono nella finale I’m So Lonesome, omaggio al maestro del country, Hank Williams, tanto per ricordare quali sono le radici di questo outlaws californiano senza casa e senza patria. Ma con una personalità musicale che sarebbe un peccato ignorare…

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9 - Bellowhead – Live, The farewell tour

Joe Boden e John Spiers hanno deciso di mettere (per ora) la parola fine al loro multiensemble, Bellowhead. E l’han fatto con un live d’addio che è un’esplosione di creatività, da London Town a Sloe Gin Set. La parola d’ordine per questa big-band è contaminazione, laddove mille strumenti fuori contesto contribuiscono ad una visione del folk assolutamente entusiasmante e farneticante.
Come loro (nel senso di così poco rispettosi degli standard, ma follemente creativi) all’interno di un certo folk celtico-britannico (ma aperto a mille influenze) ci sono solo i Kyla. Ma attenti ai Changing Room: il loro recente Pickin’ Up Pieces è davvero notevole. Una sola nota “negativa” (per modo di dire) rispetto a questo ambito: il nuovo cd dei Gloaming non è all’altezza dell’esordio (ma quello era stato pazzesco……).

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10 -Tedeschi Trucks Band – Let Get Me By

La band di Derek e Susan sta diventando nel tempo sempre più una rock and soul band, nel senso già indicato da Delaney and Bonney e da Elvin Bishop. Hear me sembra un pezzo dei tempi d’oro di Joe Cocker o di Delaney and Bonney con tanto di Clapton in aggiunta. C’è dello spiritual in Anyhow, c’è del soul in Right on Time come anche in Let Me get By. Il pezzo finale, In Every Heart, è la ciliegina sulla torta di un disco che ha feeling monumentale. E Derek Trucks dimostra la sua genialità nella sua apparente non invadenza….

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11 - The Rides – Pierced Arrow

Il nuovo capitolo della collaborazione tra Stephen Stills, Barry Goldberg e Kenny Wayne Sheperd genera un ottimo album. Rock-blues di ottima fattura, belle canzoni, grandi voci. Passano sempre lasciando un’ottima traccia dal bluesone lentissimo (There Was a Place) al rock-blues di sapore vaughaniano (I Need Your Lovin) al soul-blues (I’ve Got to Use My Immagination). Stills canta e suona e lascia sempre una zampata di grande personalità…

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12 - Walter Trout - Live in Amsterdam

E’ sufficiente l’attacco di questo doppio CD di Walter Trout - cioè la sua versione di Help Me di Sonny Boy Williamson - per chiarire il valore attuale di questo tremendo chitarrista. L’avevamo già messo tra i top all’uscita dell’album che decretava il suo ritorno dopo un trapianto di fegato (The Blues Come Calling) ed oggi lo riconfermiamo ai vertici.

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13 - Birds of chicago – Real Midnight


Fin troppo facile immaginare che Joe Henry abbia voluto ripetere con il duo formato da JT. Nero e Allison Russel la magia immensa centrata con gli Over the Rhine. Un po’ è così, ma in ogni caso la magia di Kinderspell vale ogni spesa, visto che qui siamo in ambito di assoluta sincerità artistica. Il disco si ascolta tutto con intensità, da Estrella Goodbye a Time and Times. L’ombra di The Band avvolge le armonie…

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14 - Time Jumpers - Kid Sister


Un collettivo di country and western swing: ecco cosa sono i Time Jumpers, comunità musicale nella quale militano senza impegno fisso personaggi come Vince Gill, Paul Franklin, Johnny Cox e Larry Franklin. Disco di divertimento assicurato, Kid Sister è un compendio di swing suonato da gente che ha qualche migliaio di dischi realizzati cumulativamente. Ci si commuove con I Miss You, si balla con We’re the Time Jumpers, Grandissima la train-ballad All Aboard. E Vince si conferma come uno dei più grandi chitarristi esistenti, continuando con la stessa onestà di composizione e di sound con cui aveva raggiunto il successo con i Pure Praire League.

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15 - Con Brio - Paradise

Direi: disco stupefacente. Per farla breve: un gruppo decisamente funky-pop, ma con un background che sta a metà tra James Brown e gli Steely Dan. Suonano da far invidia, vengono da esperienze rock e jazz, hanno un ottimo repertorio, un buon frontman e vocalist (Ziek McCarter). Sentire Free and Brave per credere. Non a caso stanno entrando nel giro dei jamming-festival e hanno già suonando al Boonnaroo…..

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16 - The Jayhawks – Paging mr Proust

Non ricordo un solo disco brutto dei Jayhawks, sia ai tempi di Olsen che dopo. A dimostrazione che classe e capacità di scrittura non si perdono con gli alti e bassi interni di una band. Il nuovo cd non sarà un capolavoro, ma è bellissimo, sempre in bilico tra Beatles e Byrds, con qualche contaminazione sperimentale in più. Alcune ballate delicate e psichedeliche (Pretty Roses in your Hair), mentre Leaving the Monster Behind è una di quelle canzoni senza tempo che potrebbero essere state incise da Roger McGuinn. Su tutti emerge il caleidoscopio alternativo di Ace, sperimentale come alcune cose dei recenti Wilco e di Sufjan Stevens. Visti dal vivo non perdono un grammo del loro fascino. Thanks mister Louris.

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17 - John Doe - The Westerner

Dal punk degli X alla roots music, il passo (forse) non è breve, ma John Doe mostra di saperlo fare molto bene anche grazie al suo ultimo periodo produttivo, decisamente intriso di suoni roots, country e rock’n'roll. Con quella voce (che mi ricorda sempre Jim Morrison), Doe presenta nel suo nuovo album un gruppo di purissime canzoni, che assaporano di Texas, di Arizona, di frontiera e sabbia, di vento e cactus. C’è il crepuscolo incombente in Sunlight, mentre la solitudine punge la pelle in Alone in Arizona. Chitarre immediate e tastiere sixties in tutto l’album di Doe, che termina con la potentissima Rising Sun.

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18 - Winonna - Wynonna & the Big Noise

E’ sufficiente una canzone, Keep me Alive (con Derek Trucks alla slide), per dare il tono ad uno dei suoi migliori album. Un po’ di furbizia, ottimi autori e belle canzoni come Jesus and a Juke Box portano la vocalist del Kentucky su strade convincenti.

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19 - Supersonic Blues Machine - West of Flushing, South of Frisco

Prendy Warren Haynes, Billy Gibbons, Chris Duarte, Walter Trout, Robben Ford ed Eric Gales e mettili in un unico disco. Ecco superband con ospiti illustri. A dar il vita a tutto sono stati Lance Lopez, Fabrizio Grossi e Kenny Aronoff, geni (o visioanri) che hanno pensato questa follia di rockblues cattivo ed abrasivo. Ci hanno azzeccato. Anzi: azzeccatissimo! Basta sentire Remedy per convincersene……

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20 - Mavis Staples – Livin on a High Note

La signora del gospel è sempre in vena. Action e Take us Back sono gospel-rock, mentre One Love ci porta in ambiente roots. Dedicated è una perla di delicatezza black, come fosse un pezzo di Sam Cooke. La longevità di Mavis stupisce. La sua qualità nella continuità fa emozionare.

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ACHTUNG: AGGIUNTA SPUDORATAMENTE SEMI-PUBBLICITARIA:

Come forse qualcuno sa, il 2016 è stato anche l’anno del mio SOUTHLAND. Non è un disco epocale, però non è malaccio, anzi… Chi l’ha recensito ne ha parlato davvero bene, ad esempio (clicca qui): Maurizio Galli sull’Isola che non c’era:

Quindi: tenetelo presente se non sapete cosa ascoltare dopo i primi 20 del 2016………..

SOUTHLAND: UN GIORNALISTA INTERVISTA UN ALTRO GIORNALISTA E….

Venerdì 23 Dicembre 2016

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Questa si che è una novità. Una stranezza. Allora: un giornalista (Walter Gatti, lo conosciamo) incide un disco. Un altro giornalista (Giuseppe Verrini: fotografo, autore e recensore di molte testate specializzate, in primis del Buscadero), lo ascolta. Quest’ultimo lo segnala tra i migliori dischi del mese nella sua pagina “Magnificent Seven”, dove approposito di Southland dice: “Sorprendente disco d’esordio , e che ospiti….!”. Allora il primo giornalista fa una pensata bizzarra: intervistare il secondo giornalista approposito del disco del primo giornalista. Semplice e bislacco. D’altra parte qui il primo giornalista fa il suo mestiere (di intervistatore), mentre anche il secondo fa il suo (esprime giudizi critici). Per farla breve, ecco l’intervista:

Hello Giuseppee bentrovato. Hai dunque ascoltato Southland: il tuo primo giudizio? Il tuo primo commento…”a pelle”?

Mi sono detto chi è questo Valter Gatti? La copertina e gli ospiti mi incuriosivano. E’ stata una bella sorpresa scoprire questo disco, i brani originali e le due cover hanno un suono molto rootsy, americana e folk-blues, qualcosa di sano e genuino,che arriva da un vero amante della buona musica, un suono che mi piace molto.

Il Gatti è un giornalista, prima di tutto. Che effetto ti ha fatto sentire un disco rock-blues di un tuo collega?

Beh intanto io sono un appassionato e collezionista di musica. Ho fatto per molti anni il manager di multinazionali nel settore High Tech e da qualche anno, avendo più tempo a disposizione, ho deciso di dedicarne gran parte alla grande passione della mia vita, la musica,e quindi ho iniziato a scrivere su alcune testate cartacee e online. Non sono sorpreso nel vedere un giornalista suonare, sono amico, e stimo molto due grandi giornalisti e scrittori come Marco Denti e Fabio Cerbone che sono anche dei bravi musicisti.

Nel disco ci sono 10 canzoni: ritieni che ci sia una coerenza nel tutto, una organicità, oppure si sentono differenze tra i due pezzi “nobili” di Dylan e Steve Miller e i brani originali?

Direi di no, certo hai scelto due grandi pezzi di Bob Dylan e Steve Miller, ma mi sembra che le versioni fatte ben si integrino con il resto dei brani.

Il Gatti si è confrontato con due classici, canzoni immense. Le cover raggiungono la… sufficienza?

Si direi ben fatte, si ascoltano con piacere queste differenti versioni principalmente acustiche di brani sentiti centinaia di volte.

Entrando nel merito dei pezzi, ci puoi dire cosa ti piace di più e cosa ti ha convinto?

Mi piace il suono, il profumo del viaggio che traspare nei vari brani, gli Stati del Sud dell’America, amata e sognata, i deserti, le grandi distese e gli enormi spazi aperti che riaffiorano in ogni momento, i ritmi sudisti. Un solo appunto: non mi convince mai nei dischi lenti la presenza contemporanea di brani cantati in parte in italiano, anche se qui sono solo due su dieci,e in parte in inglese, lo sconsiglio sempre.

A tuo parere dove si sente maggiormente l’ispirazione southern che l’autore proclama proditoriamente? In certi brani? Nella produzione complessiva? Nell’atmosfera? Oppure magari non si sente….?

Si sentono… si sentono molto bene le atmosfere presenti in tanti film western e non made in USA, il viaggio, i grandi spostamenti, la polvere, la sabbia dei deserti, gli enormi spazi, le ghost town, le mandrie, i fuorilegge. Tra i vari brani originali mi piacciono in particolar modo la title-track Southland che ci immerge subito in quei territori, la dolce melanconia di Your Town, l’intima ed emozionante Take Me as I am, che sembra una outtakes dell’ultimo disco di Leonard Cohen, la grande energia rock di Gloomy Witness.

Quali sono, se ci sono, le “ispirazioni” di autori celebri che tu hai sentito più presenti?

Ci sono diverse “ispirazioni” presenti nel disco, da Ry Cooder ai grandi singer-songwriter texani, dal southern-rock al folk- blues e ho trovato nei brani più intimi anche Leonard Cohen.

Nel cd ci sono alcune partecipazioni “eccellenti”. Come le giudichi, tenendo conto che a volte le “ospitate” rendono un prodotto più spendibile, ma non necessariamente più bello…

Sono un grande fan di artisti come Michele Gazich e Massimo Priviero, che stimo non solo come musicisti, e quindi il fatto di ritrovarli nel tuo disco mi ha fatto molto piacere e penso che questa presenza potrà invogliare anche altre persone a scoprire questo tuo lavoro. Michele Gazich suona il violino con l’anima e anche il lavoro che ha fatto di produzione è veramente ottimo. Mi ha colpito e impressionato vedere il suo violino in versione hendrixiana in All along the watchtower. Massimo Priviero ha una carica, passione e soul nel cantare che viene fuori molto bene anche qui in Raffiche di vento. Notevoli anche le chitarre di Chris Hicks, Greg Martin e Greg Koch che danno un ulteriore tocco internazionale al suono.

Insomma: consiglieresti Southland? Chi potrebbe ascoltarlo con piacere?

Si lo consiglio e l’ho anche già inserito nella mia pagina FB, Giuseppe Verrini - The Magnificent Seven, dove segnalo ogni mese quali sono secondo me i migliori dischi italiani ed internazionali, ricevendo positivi riscontri dai numerosi appassionati e musicisti che seguono la pagina.

Domanda finale: se questo è il risultato, cosa consigli a Gatti: di continuare? Di lasciar perdere che ha già fatto il massimo? E quali suggerimenti gli daresti per un eventuale secondo Cd più emozionante del primo?

Continua, continua, suona dal vivo, porta in giro la tua creatura, e prepara senza problemi un secondo disco, con grande naturalezza e con lo stesso amore ed entusiasmo che traspare da questo primo eccellente lavoro.

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