Lunedì 16 Giugno 2008
 Ogni canzone ha una sua storia. Ogni canzone è una storia. Nel settembre 1969 il duo più famoso della storia del pop, Paul Simon e Art Garfunkel, si sta sciogliendo. Sarà colpa dell’annata particolare, visto che pure i Beatles in quegli stessi giorni stavano ormai chiudendo il loro fantastico negozio. By the way: Garfunkel sta girando un film, mentre Simon continua a scrivere canzoni. Un giorno prende la chitarra e si mette a strimpellare una strofa di una canzone popolare, “I’ll be your bridge over deep water if you trust in meâ€, del gruppo gospel Swan Silvertones. Idee, collegamenti, parole che si concatenano. Nasce la base di Bridge Over Troubled Water. Ma è solo l’inizio. Quando Simon fa ascoltare la canzone al socio, quest’ultimo gli dice “sta schifezza te la canti teâ€. Sbatte la porta e se ne va.Tensioni: Garfunkel era un personaggino da prender con le molle. Simon torna a lavorarci sopra e prima di riprovarci introduce un arrangiamento che ricorda le corali di Bach. Tornato a più miti consigli, Art Garfunkel, prima di registrarla, si infila per pregare nella chiesa newyorkese di St. Bartholomew e ne esce – al termine di una celebrazione – convinto di una cosa: Bridge si può fare, ma deve essere cantata come fosse un inno liturgico. E così sarà . Quando nel gennaio 1970 esce il disco, mezzo mondo rimane a bocca aperta: la canzone d’addio di Simon & Garfunkel ha l’andamento di un inno sacro. Ma è un “inno biancoâ€: non c’è traccia di spiritual o gospel, qui è l’anima europea che spinge, che da sostanza alla melodia e alla sensibilità .Â
Quando sei depressa
E ti senti piccola
Quando hai le lacrime agli occhi
Io le asciugherò tutte
Sono dalla tua parte
Quando i tempi diventano duri
E di amici non riesci a trovarneÂ
Il tema è già visto, ma la soluzione poetica è nuova, diversa (anche se, si dirà , presa a prestito da canzone altrui): quando non sai dove aggrapparti, quando le acque turbolente della vita stanno per trascinarti via, ecco la tua salvezza:Â
Come un ponte su acque agitate
Io mi stenderò
Come uno ponte su acque agitate
Io mi stenderòÂ
Quando sei giù di corda
Quando sei sulla strada
Quando la sera arriva così dura
Io ti darò conforto
Io sarò dalla tua parte
Quando arriva l’oscuritÃ
E l’ansia è tutta intorno(…)Â
Come un ponte su acque agitate
Io mi stenderò
Come uno ponte su acque agitate
Io mi stenderòÂ
Bridge over trouble water diventa da subito un successo planetario. Il ponte – a differenza del Ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder, che è simbolo del destino che afferra in modo misterioso – è il tuo compagno, è la possibilità stessa che esista un compagno. In un’epoca durissima la canzone esce come un lampo nel buio, un messaggio di senso positivo e coloro che accusavano Simon&Garfunkel di scrivere a quei tempi canzoni “privatamente romantiche, senza carica sociale e di breve futuroâ€, saranno contraddetti dalla storia.Dopo tre mesi i due terminano di lavorare insieme salvo poi ritrovarsi a periodicità decennale. Simon ha una carriere stellare che continua ancora oggi. Garfunkel vive di rendita. Il loro “ponte su acque agitate†si tramanda di generazione in generazione… Â
(Walter Gatti)
“Andiamo. Non so dove, ma l’importante è andareâ€. Così scriveva Jack Kerouac nel suo libro On The Road, influenza primaria per tante canzoni rock. Il mito della strada e del muoversi in continuazione è nel dna di ogni americano, ma se un tempo muoversi significava andare verso qualcosa, che fosse anche solo un sogno come quello della terra promessa, per Kerouac e i suoi diretti discendenti, i musicisti rock appunto, diventa solo un muoversi senza più una meta, muoversi nel nulla per cercare così di dimenticare il proprio vuoto esistenziale: “correre sul vuotoâ€, come dice appunto il titolo di questa canzone, Running on empty (1977).
 Prima di parlare di Sara nel Sole (Rotolando Respirando 1977) dovrei parlare di Pierre (Poohlover 1976). Non del tema del testo di Negrini – l’ex compagno di scuola ritrovato in un angolo di strada, travestito – ma della musica di Facchinetti. L’impostazione del refrain ricorda Yesterday dei Beatles, la seconda frase disegna come un cerchio. E poi si decolla.Â
L’uscita di un nuovo album di Van Morrison è sempre un evento, soprattutto per i suoi fan che lo seguono da decine di anni; è così anche per l’ultimo KEEP IT SIMPLE la cui attesa è stata però amplificata da un evento live (il concerto di febbraio al St.Luke’s di Londra trasmesso dalla BBC) che ha sconvolto i tradizionali modelli di lancio di un disco. Risultato: critiche entusiastiche e ottimo posizionamento nelle classifiche UK ed USA già dalle prime settimane. Sulla copertina virata blu, che ricorda in qualche modo quella di Into The Music di trant’anni fa, ci appare un po’ imbolsito; ma Morrison ha sempre amato apparire sulle copertine dei suoi lavori dove ha intervallato a disegni e fotografie still-life le sue immagini, senza aver paura di mostrarsi così com’è: mi viene in mente giovanissimo e scapigliato in Astral Weeks, multiplo e tenebroso in Moondance, signore di campagna in Hymns to the Silence e Tupelo Honey, sognante in Saint Dominic’s Preview, cresciuto e provato in Poetic Champions Compose, dark e disilluso in The Healing Game. L’anno scorso con l’uscita della raccolta At the Movies, attenta selezione tra le grandi avventure del passato, avevamo intuito una certa ricerca delle radici ed introspezione che ha dato ottimi frutti; ed infatti ora ci racconta: “…mi deridevano quando suonavo questa canzone, tentando di ritornare a qualcosa di più semplice, mi deridevano perché dicevo le cose come stanno; mi dicevano che ero assolutamente fuori traccia ma dobbiamo tornare a qualcosa di più semplice per salvarci…â€. Questo è KEEP IT SIMPLE: un album, il suo 35-esimo, di 11 eccellenti canzoni, costruite in modo semplice sulla base della voce calda e matura di Morrison dove come al solito le sue passioni blues, folk, jazz e rock’n’roll si fondono magistralmente. Morrison ci mostra tutto il suo eclettismo usando la voce come un meraviglioso strumento nelle parole ma anche nei mugolii (ba da da da,…, mmm mmm mmm) alti e bassi, quasi sussurrati, suona il sax, la chitarra, il piano, l’ukulele e si fa affiancare da grandi professionisti come John Platania e Mick Green alla chitarra, John Allair all’organo Hammond e Paul Moore al basso; bellissimi i cori e le voci di sottofondo di The Crawford Bell Sngers. Ne viene fuori un lavoro semplice, ma solo nel senso di basilare, non povero,